Midterms: ha perso il Trumpismo, non il conservatorismo

venerdì 6 novembre 2026


Sono almeno due le sinistre che alle elezioni di metà mandato dello scorso weekend per la prima volta hanno fatto le scarpe a Donald Trump: da un lato, quel che resta dei moderati dem dell’establishment; dall’altro, i rampanti marxisti al soldo dell’Islam politico. Sia chiaro: nessuna delle due ha trascinato l’altra alla vittoria per particolari meriti di proposta politica o per il memorabile materiale contenutistico da campagna elettorale. Perché lo dico? Perché entrambe hanno inteso competere pensando di parlare di “socialismo” in risposta al malcontento che le persone più convintamente capitaliste del globo hanno lamentato rispetto alle criticità dell’economia reale del Paese; e questo è il sintomo che in realtà se ne blatera senza sapere cosa sia, di socialismo: se lo si conoscesse si eviterebbe come la peste e si saprebbe che mai sarebbe la soluzione alla contrazione del potere d’acquisto diffuso delle famiglie. Dunque è evidente non sia stato questo lo scriteriato argomento per cui i geneticamente turbocapitalisti americani – o la loro versione di sinistra che si ottiene togliendo la parola “turbo”, non “capitalisti” – abbiano votato contro il primus inter pares tra i simboli del sistema economico che gli è proprio, la figura che incarna tutte quelle libertà economiche che, in qualità di attori protagonisti del voto plebiscitario del 2024, avevano mandato alla Casa Bianca. Chi ha votato dem non l’ha fatto certo perché affascinato dal manifesto ideologico dei suoi candidati ma per punire un Donald Trump colpevole di non aver rispettato il programma conservatore per il quale, due anni fa, gli elettori americani hanno votato. La verità è che i repubblicani, delusi (ed erano tanti, come evidenziavano alla vigilia del voto gli indici di gradimento), alle Midterms hanno presentato il conto al tycoon contestandogli tutte le colpe del “tradimento” di due anni schizofrenici rispetto alla promessa elettorale di politiche di sicurezza e di garanzie “protezioniste” con cui il presidente aveva ottenuto l’ampia vittoria del 2024.

E come dargli torto se, nella più pura democrazia del mondo (sulla bontà della quale tanti strimpellatori stonati che per due anni – e mezzo, visti i toni della lunga campagna elettorale – hanno raccontato di orizzonti antidemocratici, assolutisti ed autoritari, son dovuti risalire), lì dove il voto dei cittadini è molto meno ideologizzato che altrove, a poco serve vantare gli ottimi risultati macroeconomici e di politica interna ottenuti nel biennio: tutto sfuma, davanti alle evidenze dell’Household economics che costringe a rimodulare l’impiego delle risorse familiari perché, per esempio, la benzina schizzata del 40 per cento oggi costa oltre 4 dollari al gallone. Piaccia o non piaccia, questo è il concetto di immediato interesse di prossimità che l’americano vuole tutelare col suo voto. E di questo approccio “reale”, Trump, è stato storicamente interprete maestro: fu così che entrò alla Casa Bianca nel 2016 ed è questo lo spirito che ha animato la campagna del grande ritorno di due anni fa. “Money in the pocket”, messaggi economici legati all’esperienza quotidiana delle famiglie e – in politica estera – al disimpegno internazionale strategico dalle endless wars, America Great Again, il bene dello Stato prima dell’impero. Era solo retorica? Certo che no. Gli Stati Uniti sono superpotenza e da tale, in ogni caso, si comportano. Operazioni su più fronti non significa per forza venir meno alle promesse di allontanamento dal concetto di “segugio del mondo.” Come è stato in Venezuela, per esempio. Rapido, mirato all’interesse nazionale, e via. La guerra in Iran invece rappresenta l’esatto opposto, il rovesciamento dell’operazione Venezuela. Il problema non è aver riaperto il fronte (dossier vecchio e che solo l’ammirevole coraggio pragmatico e divisivo di un uomo forte avrebbe rimesso al centro dell’agenda); semmai, il problema, è stato quello di non aver finito il lavoro e aver lasciato aperta una questione sanguinosa – e dispendiosa: per gli States, in termini di costo economico e di costo umano; per l’intero blocco occidentale, in termini di tenuta sociale. Corsi e ricorsi storici: nel primo decennio del nuovo millennio il presidente George Bush terminò il mandato martoriato da una crisi di consenso incredibile a causa della mal digerita guerra in Iraq; e proprio la critica di quella guerra fu uno degli argomenti forti che dieci anni fa resero Trump protagonista sulla scena politica repubblicana, l’outsider che contesta l’establishment cogliendo il sentimento di popolo del “basta conflitti”.

Oggi, la dinamica che gli costa gradimento e Midterms, è pressoché speculare: sgraditissima (se non nel fine, almeno nella gestione) guerra in Iran, drastico calo del consenso per l’impantanamento delle operazioni (come fu per quella in Iraq), tensione sociale per i riflessi economici reali (per Bush non dipesero dall’operazione militare ma dal collasso finanziario). E ad aver fatto male al partito repubblicano, ancora più delle scelte in sé di politica estera (o delle conseguenze economiche di quelle scelte), sono stati i toni e modi comunicativi con cui Trump le ha condite. Proprio sul conflitto in Iran, ad esempio, il malcontento non per forza doveva essere così disastroso per i sondaggi: ma se comunicato e narrato con dichiarazioni di vittoria un giorno sì e l’altro pure a fronte di una disastrosa situazione sul campo, se condito da una inutile schizofrenia nei rapporti con l’Europa e con gli alleati, se alimentata da toni comunicativi sempre estremi, è inevitabile che la parte moderata dell’elettorato di destra che nel 2024 aveva lo aveva votato (anche perché l’alternativa era agghiacciante), oggi si sia ritratta. Per tutte queste ragioni non bisogna confondere la sconfitta del trumpismo con la sconfitta del conservatorismo: la débâcle del tycoon è una bocciatura intuitu personae di quelle che sanno di referendum sull’operato di un singolo, neanche dell’amministrazione; è arrivata per mano dei repubblicani “traditi” ed è in re ipsa la vittoria del conservatorismo puro. Né tantomeno, su altro fronte, si può intendere il voto di protesta contro Trump come una vittoria dei democratici: sarebbe un’analisi per niente approfondita e di certo miope. Il Partito democratico rimane un partito diviso, senza leader e senza una strategia definita per le prossime presidenziali; il partito di alcuni personaggi equivoci, impresentabili o divisivi per le loro posizioni radicali ed estreme che vanno oltre Bernie Sanders, abbracciano il woke per nulla sopito di Alexandria Ocasio-Cortez ma si prendono le coccole di legittimazione da Barack Obama. Alcuni di questi, addirittura, sono i volti delle grandi vittorie di metà mandato. Uno su tutti nelle ultime ore è divenuto all’improvviso il nuovo idolo dei salotti dell’integrazione prostrata, simbolo autentico dell’avanzata dell’islam politico saldato al Politically correct della sinistra che ama l’integrazione solo se riguarda quelli che in realtà non vogliono integrarsi, quelli che ci odiano da vicino, che abitano quartieri tutti loro, che pensano delle donne cose che non si vergognano di giustificare dietro la maschera della religione, quelli che si scoprono tolleranti solo quando devono cercare voti. Si chiama Abdul El-Sayed, un medico, figlio di immigrati egiziani e da ieri anche il primo senatore musulmano della storia degli Stati Uniti. Controverso e formatosi crescendo in un humus di islamismo militante. Una doverosa precisazione, dunque, per non cedere ai facili entusiasmi dell’altra parte: che il presidente in carica perda le elezioni di metà mandato, è praticamente la norma; è molto raro il contrario.

E il disastro repubblicano di un partito che perde praticamente ovunque – anche oltre le più nefaste previsioni sondaggistiche – non per forza deve essere un dramma assoluto, dato che si è attestato più come una bocciatura del neo- trumpismo che come una clava elettorale sul partito: i voti americani sono più pragmatici di quanto siano ideologizzati quelli europei e in realtà, la sconfitta, più che una punizione appare come una messa in castigo che certifica e ribadisce la diffusa voglia di conservatorismo puro, cioè di un tipo di approccio repubblicano che promette quello che dice sul “Make America Great Again”, prima la nazione, poi l’impero; altrimenti si finisce per essere una sinistra qualsiasi che gioca a fare il poliziotto del mondo anche contro i propri interessi. L’unica evidenza – prettamente politica – che dovrebbe davvero destare preoccupazione, più che nella cocente sconfitta a livello federale è rappresentata da alcune batoste terrificanti nelle roccaforti statali: primo fra tutti il Texas, sempre stato ai repubblicani come la California ai democratici; due grandi stati che in previsione delle elezioni sono da sempre stati assegnati quasi per scontato. Lì i dem non solo hanno ottenuto la maggioranza al Senato federale ma hanno vinto persino la partita sul governatore e sulla Camera statale. Non succedeva da trent’anni. E il sorpasso dem avviene anche in Georgia, in Kansas (dove Hamilton diventa il primo democratico eletto senatore da 94 anni), tutti baluardi elettorali con governatori uscenti repubblicani e anche molto amati sul territorio. È così che cambia la mappa del potere e la mappa della strategia per vincere la casa bianca. Un problema quantomeno inatteso che evidenzia una profonda crisi del rapporto col territorio. Un auspicio, allora, per coloro i quali son terrorizzati dallo “spettro che si aggira per l’Occidente” – parafrasando Marx – a braccetto con l’islamismo di conquista e con gli oicofobi del woke, e che non possono che vederne l’argine culturale nei valori liberali propri delle democrazie occidentali e del sano patriottico conservatorismo statunitense: non dimenticare il 2010, quando Barack Obama perse malamente le Midterms e comunque due anni più tardi venne riconfermato alla Casa Bianca con una ampia vittoria.


di Francesco Catera