venerdì 6 novembre 2026
Lo spettacolo andato in scena nelle ultime ore nei salotti progressisti di qua e di là dall’Atlantico ha del grottesco. Vedere la sinistra europea e americana stappare lo spumante e festeggiare a braccetto con le frange dell’islamismo radicale per i risultati delle midterm contro Donald Trump è la fotografia esatta dello stato comatoso in cui versa l’Occidente. Si cullano nell’illusione infantile che il tycoon, toccato nell’orgoglio, si trasformi improvvisamente in un agnello sacrificale docile e remissivo. Non hanno capito nulla: la partita sarà durissima, e chi oggi brinda alla caduta del nemico giurato sta solo accelerando lo scontro.
La reazione automatica, quasi pavloviana, di questa sinistra non si è fatta attendere. Neanche il tempo di contare i seggi e hanno già ritirato fuori dal cassetto i soliti ferrivecchi ideologici: la patrimoniale per mungere chi ancora produce, la cittadinanza distribuita come una tessera punti del supermercato, e soprattutto quell’eterno, suicida “dialogo con l’Islam” che nei fatti si traduce in una resa incondizionata a chi rifiuta i nostri valori, le nostre leggi e la nostra civiltà. È il solito riflesso dell’auto-odio occidentale, incapace di concepire la propria sopravvivenza se non attraverso l’autodemolizione programmata.
Nel 1976 Indro Montanelli coniò la celebre formula del “turiamoci il naso e votiamo Dc” per sbarrare il passo all’avanzata comunista. Erano altri tempi, c’era un’altra caratura politica e persino un altro tipo di scontro. Oggi, però, quella massima non basta più, bisogna fare un passo avanti netto. Non si tratta di turarsi il naso per mettere una croce su Giorgia Meloni, su Marine Le Pen o sui partiti della destra europea. Qui non siamo nel campo dell’estetica politica, delle simpatie personali o delle sfumature programmatiche. Oggi votare a destra è diventato un atto di pura e semplice legittima difesa.
Dovrebbero comprenderlo persino i moderati, i liberali autentici e quegli elettori di estrazione socialdemocratica che conservano ancora un briciolo di buonsenso e di realismo. Di fronte all’alternativa rappresentata dai Mélenchon che corteggiano le banlieue islamizzate, dalle Schlein ostaggio delle proprie astrazioni da collettivo universitario e dai Conte pronti a cavalcare qualunque demagogia pauperista, non ci sono terze vie. Con questa classe dirigente si va a sbattere a duecento all'ora contro un muro di cemento armato.
A completare il quadro dell’ipocrisia dominante ci si mettono ora anche le convulsioni interne al Partito Repubblicano, puntualmente amplificate e cavalcate dalla stampa mainstream come la Cnn. I tentativi di far fuori il segretario alla Difesa Pete Hegseth, imputandogli la conduzione dura dello scontro con l’Iran senza una exit strategy a portata di mano, rivelano tutta la miopia dei disfattisti. Chi pensa che con i tagliagole di Teheran si possa negoziare con il galateo diplomatico non ha capito in che secolo vive. Le frizioni a Washington, i dubbi tattici o le manovre di qualche parlamentare fanno parte del fisiologico scontro di potere, ma scambiare la necessaria fermezza contro il regime degli ayatollah per un errore di calcolo significa voler condannare l’Occidente all’impotenza. Mentre la sinistra spera nel pantano per poter gridare al fallimento americano, la realtà è che non ci si può permettere alcuna esitazione di fronte alla minaccia iraniana.
Quando sul tavolo non ci sono semplici ricette economiche divergenti, ma la sicurezza delle nostre strade, la tutela della proprietà privata, la difesa dei confini e la sopravvivenza stessa della nostra identità di fronte al fondamentalismo, la scelta non è più ideologica. È biologica. Si vota a destra non per fede cieca, ma per non farsi travolgere. Per legittima difesa, appunto.
di Dimitri Buffa