Midterm Usa: è notte fonda per l’Europa

venerdì 6 novembre 2026


Inutile girarci intorno: Donald Trump ha rimediato una sonora sconfitta alle elezioni di midterm. È un risultato che può lasciarci tranquilli? Certo che no. Abbiamo creduto in lui e il fatto che oggi il suo popolo lo abbia bocciato nelle urne (a proposito: a sentire i “compagni” progressisti, non era morta la democrazia americana con Trump?) non giustifica un nostro voltafaccia. Anche tra gli opinionisti politici dovrebbe esistere una cosa che si chiama dignità, sebbene in molti lo abbiano dimenticato. E niente di più disonorevole sarebbe se, all’improvviso, fingessimo di non sapere chi fosse il presidente degli Stati Uniti in carica. Sarà un nostro pregio o un nostro limite, ma non siamo fatti della stessa materia di cui sono fatti i traditori e i voltagabbana. Criticare, anche aspramente, scelte che non si condividono è un conto, mentre saltare sul carro del vincitore è un’attitudine al trasformismo d’opportunità che non ci appartiene.

Fatta questa necessaria precisazione, sollecitata dai troppi strani distinguo a destra di cui leggiamo in queste ore, cerchiamo di riflettere su ciò che potrà accadere a seguito del responso elettorale negli Usa. Trump perde la presa sul Congresso che in entrambi i rami cambia di segno. Ciò fa di lui un capo di Stato meno forte all’interno del suo Paese, un’anatra zoppa come si suole definire il presidente che nel corso del suo mandato vede affermarsi in Parlamento una maggioranza di oppositori. All’interno, appunto. Non lo stesso per quanto attiene ai poteri presidenziali esercitati sulla politica estera e su quella della Difesa che restano pieni nonostante la sconfitta di midterm. Ora, se il confronto tra la Casa Bianca e un Congresso ostile è materia che riguarda il popolo americano, ciò che farà d’ora in avanti Trump ai tavoli internazionali ci riguarda, eccome.

Da questa banale considerazione ne discende un’altra altrettanto banale: nessuno si illuda che adesso l’impatto degli Usa sul mondo lo determinerà il signor Abdul El-Sayed di anni 42, di origini egiziane, di fede musulmana, che ha vinto in Michigan diventando il primo senatore di religione islamica degli Stati Uniti. Non sarà lui a cui The Donald si rivolgerà per sapere cosa fare con il Governo israeliano. E non sarà Gina Hinojosa, la neo eletta governatrice democratica del Texas, di origini messicane, a cui Trump chiederà il permesso per intensificare la lotta all’immigrazione clandestina sul confine meridionale. Perciò, consigliamo ai “sinistri d’Europa” di darsi una calmata. Comprensibile l’euforia per la sconfitta dell’odiato nemico, ma pensare di trasferire meccanicisticamente l’esito elettorale negli Usa allo scenario di casa nostra è, a essere benevoli, una forzatura. Più propriamente: una cavolata.

Anzi, a dirla tutta, se fossimo nei panni dei “nani” che governano l’Europa prenderemmo in seria considerazione l’idea di andare in giro indossando una fascia di lutto al braccio. Perché la batosta casalinga di Trump potrebbe portare a conseguenze devastanti per gli interessi europei. Molto dipenderà dall’esito dell’analisi del voto e delle ragioni della sconfitta, che inevitabilmente si produrrà nell’ambito del partito repubblicano e anche del movimento Maga. Si parte da un dato di certezza: a sconfiggere l’attuale inquilino della Casa Bianca non è stata l’ideologia progressista ma l’inflazione. Pochi altri popoli come quello statunitense votano guardando al portafoglio. Le condizioni di vita della classe media, con i rincari generalizzati dei beni di consumo e in particolare dei carburanti, hanno determinato il giudizio negativo manifestato con il voto sull’azione di governo trumpiana.

L’establishment repubblicana dovrà interrogarsi sulle cause che hanno condotto al malessere diffuso vissuto dalla popolazione. E al primo posto vi sono i conflitti nei quali gli Usa sono stati coinvolti. Direttamente, l’Iran; indirettamente, il fronte russo-ucraino. Cosa potrebbe accadere? Che Trump, capacissimo di cambiare idea sulle scelte compiute in passato, decida di avviare una stagione di dialogo serrato con gli interlocutori globali allo scopo di giungere rapidamente a una chiusura dei dossier aperti, anche accettando qualche compromesso al ribasso. Cosa significa? Che nel volgere di settimane, il presidente Usa potrebbe trovare l’accordo con Mosca per mollare al suo destino l’Ucraina smettendo di fornire assistenza militare e intelligence al Paese in guerra con la Russia e, sul fronte mediorientale, scendere a patti con il regime di Teheran per riaprire lo stretto di Hormuz alla navigazione dei mercantili, delle petroliere e delle gasiere e far cessare la pressione degli Houthi dello Yemen sulla porta strategica al Mar Rosso di Bab el-Mandeb.

L’economia mondiale ne guadagnerebbe. Il prezzo del petrolio crollerebbe vertiginosamente riportandosi alle quotazioni in essere prima dell’inizio degli attacchi israeliani-americani all’Iran. Una fondamentale boccata d’ossigeno per le famiglie e per le imprese americane. Per quel tale John Yeley, agricoltore dell’Illinois, il quale ha detto ai microfoni della Cnn, lo scorso settembre, di temere di non potere garantire un futuro ai propri figli a causa degli aumenti incontrollati del carburante e dei fertilizzanti.

Indubbiamente, ne trarremmo beneficio anche noi europei che siamo alla canna del gas nel dover sopportare i costi di una turbolenza internazionale sulla quale non abbiamo alcuna presa effettiva. Ma a quale prezzo politico e ideale? L’umiliazione dell’Ucraina, a cui come Unione europea abbiamo assicurato un sostegno incondizionato che è costato e ancora costa tanto. Anche la sostanziale legittimazione dei tagliagole iraniani in luogo del loro annientamento fisico sarebbe un peso terribile da sopportare. Ben sappiamo cosa sono capaci di fare gli aguzzini di Teheran ai giovani e alle donne che eroicamente continuano a combattere per la libertà nel loro Paese. E dovremmo abituarci a chiudere gli occhi per sempre sulla barbarie della repubblica islamica iraniana in nome della convenienza occidentale a non avere rogne dal quadrante mediorientale? Un mondo con un Trump ricondotto dai suoi sostenitori sulla via dell’isolazionismo degli Stati Uniti per arginare l’onda blu dei democratici non sarebbe un mondo migliore e più giusto. Per non dire della possibilità, oggi meno remota, di una revisione degli storici rapporti di alleanza tra gli Usa e Israele. Uno Stato ebraico lasciato solo restituirebbe speranza ai più sordidi progetti di cancellazione d’Israele dalla carta geografica. E l’Unione europea? Comunque vada, qualunque strada Trump decidesse d’intraprendere di una cosa si può essere certi: l’Europa continuerà a non contare nulla. Può darsi che a qualcuno, sicuramente alla sinistra, una tale prospettiva vada bene. A noi, per niente.


di Cristofaro Sola