lunedì 2 novembre 2026
È un appuntamento fisso che cade sempre di venerdì, perché prima di ogni altro diritto – gerarchicamente finanche prima del sacrosanto diritto allo sciopero stesso – esiste quello al weekend lungo. Ci hanno abituati così, i sindacati, in quella che pare essere una ri-denominazione dei giorni della settimana: martedì, mercoledì, giovedì, Landinedì. Che invece possano essersi abituati i lavoratori a cui il blocco delle strade e delle città impedisce di andare a lavorare, guadagnarsi il pane e pagare le tasse che finanziano i servizi pubblici che i manifestanti interrompono, non ne sarei così sicuro: sono milioni i cittadini che non partecipano alla protesta (la stragrande maggioranza, ovviamente) e si ritrovano ostaggio dei disservizi.
Riescono a sbagliare sempre tutto, anche quando in parte potrebbero stare dalla parte della ragione – nel senso che i disagi elencati dalla piattaforma della mobilitazione sono veri e meritano rispetto, ma le cause sono praticamente tutte esogene e il Governo non c’entra proprio nulla.
Al grande sciopero del 30 ottobre che sulla carta doveva essere contro il carovita e il riarmo, è andato in scena ad ogni latitudine il solito canovaccio da minestrone ideologico: c’è di tutto, da presunti e strampalati “diritti” (desideri) civili, alle questioni di geopolitica o ai manichini della premier e dei ministri dati alle fiamme dai fascisti rossi; dai cori e le pietre contro la polizia e i manifesti da “resistenza” contro i fascisti neri, ai sermoni di qualche invasato che davanti ai cordoni di pubblica sicurezza si chiede se fosse il “manganellare i ragazzi” il lavoro che gli agenti sognavano di fare da bambini; dalle rivendicazioni “pacifiste” (che si sostanziano nella legittimazione dell’invasione russa in Ucraina e nella contestuale richiesta al governo italiano di non inviare armi per la difesa territoriale dello stato aggredito), alle rivendicazioni di un presunto diritto di “abitare in centro” – dato che il grido dei marxisti è contro i prezzi dei canoni di locazione fisiologicamente più alti nei pressi delle grandi università o comunque nei grossi centri urbani delle grandi città): si chiama libero mercato e soprattutto libertà economica se dalla scarsità discende il valore: io, proprietario, fisso il prezzo per concederti di abitare a casa mia e se qualcuno è disposto a pagare anche di più, appena posso lo aumento.
E poi c’è l’argomento degli argomenti, il più ricorrente negli ultimi anni: la sempreverde Palestina. Ai cortei di tutta Italia per il grande sciopero del 30 ottobre le bandiere-anguria sovrastano quelle di qualche timido avventore (si contano sulle dita di una mano) che ha portato con sé il tricolore.
Cosa diavolo possa mai significare la bandiera palestinese alla manifestazione che lamenta salari bassi e prezzi alti in Italia, non è dato sapersi. E allora il sarcasmo che genera la domanda più logica, se lo devono sorbire: gli pesa il carovita per cui tante famiglie italiane non arrivano a fine mese (ed è vero, nonostante le cause siano tutte da rintracciare in ragioni esogene e dalle quali dipende la crisi energetica) oppure vogliono portare nel dibattito politico il costo della vita a Gaza?
Me lo chiedo perché, fosse così, resterebbero delusi: abbiamo visto e dimostrato negli scorsi mesi come a far mancare il pane agli innocenti civili, vittime della piovra terrorista che “governa” il territorio, sia proprio Hamas che sequestra gli aiuti umanitari provenienti dalla comunità internazionale e da Israele al fine di strumentalizzare finanche la fame che infligge ai palestinesi come motore della causa islamista che ha infestato il mondo. E rimarrebbero delusi anche se avessero manifestato per il carovita e il presunto “disagio sociale” che affligge i disagiati che in nome delle stesse battaglie due weekend fa hanno devastato Milano e saccheggiato le attività commerciali del Duomo: in quell’occasione non è stato il tumulto di San Martino di manzoniana memoria, non hanno assaltato supermercati e forni (anche all’ora la non-soluzione del tetto ai prezzi adottata dal gran cancelliere Ferrer si dimostrò una bomba sociale) ma i negozi del lusso, o comunque gli stores sportivi, per portarsi a casa un bel paio di sneakers nuove. Maranzismo in purezza.
Oltre ai giovani liceali – notoriamente interpreti e asceti della coscienza di classe martoriata da costi insostenibili – che con l’iPhone da 1000 euro pubblicano sui social le immagini della scorribanda di chiusura dell’ottobrite fancazzista e rivoluzionaria che ogni anno anima gli spiriti indomiti dell’adolescenza, i lavoratori aderenti alla grande mobilitazione di venerdì sono stati meno dell’8 per cento delle maggiori categorie professionali, mentre i colleghi andavano a lavoro come tutti i giorni per mantenere in piedi il paese e pagare i capricci ideologici dei kompagni infarciti di propaganda.
A questi pasticcioni del santo venerdì dello sciopero vale la pena ricordare che gli italiani abbiano una sola bandiera; e che la crisi di Hormuz faccia lievitare le nostre di bollette, non quelle che accendono le lampadine dei tunnel di Hamas. Quindi, la prossima volta, sindacalisti di Ramallah, scegliete bene le bandiere da sventolare oppure siate coerenti e prendetevela con i tagliagole di Khan Yunis.
di Fracesco Catera