venerdì 30 ottobre 2026
Il diritto al dissenso non può trasformarsi in diritto all’impunità
Dal Bangladesh al Nepal, dall’India all’Albania, fino alla Francia: la protesta dei giovani attraversa il mondo. Dietro il malessere sociale si nascondono precarietà e paura del futuro, ma anche il rischio di strumentalizzazioni politiche e derive violente.
C’è una generazione che scende in piazza, blocca le strade, occupa le scuole e sfida le forze dell’ordine. È la Generazione Z, cresciuta nell’era digitale, connessa con il mondo ma sempre più distante dalle istituzioni. Dal Bangladesh nel 2024 al Nepal nel 2025, passando per India, Albania, Kenya e Francia, le mobilitazioni giovanili hanno assunto una dimensione internazionale. Cambiano i Paesi, le rivendicazioni e i simboli, ma si ripete uno schema: una scintilla, la mobilitazione sui social, la piazza che si riempie e, talvolta, la degenerazione in violenza.
È difficile individuare un denominatore politico comune. Non esiste un manifesto condiviso, non ci sono necessariamente partiti o sindacati alla guida. La regia della mobilitazione passa sempre più spesso attraverso TikTok, Instagram e Discord. I meme sostituiscono i volantini, i video diventano strumenti di propaganda, gli arresti vengono trasmessi in diretta. La viralità sembra contare più della qualità delle rivendicazioni. La protesta rischia così di diventare un fine in sé stessa.
In Francia, il dissenso ha assunto persino una dimensione paradossale: si scende in piazza per difendere il diritto di manifestare, mentre il dibattito pubblico si concentra sulla presunta repressione delle autorità. Ma una democrazia non si misura soltanto dalla libertà di protestare. Si misura anche dalla capacità di garantire la sicurezza dei cittadini, la libertà di circolazione e il rispetto delle proprietà. Il diritto al dissenso non può trasformarsi nel diritto all’impunità. Le istituzioni non possono rinunciare al proprio dovere di mantenere l’ordine pubblico per paura di essere accusate di autoritarismo.
Sarebbe tuttavia miope liquidare tutto come semplice teppismo. La rabbia giovanile ha radici concrete: precarietà lavorativa, costo degli alloggi, difficoltà di costruire una famiglia, crisi del ceto medio e percezione di un ascensore sociale bloccato. A tutto questo si aggiunge una nuova incognita: l’intelligenza artificiale. Se rappresenta un’opportunità straordinaria, rischia anche di ridurre proprio quei lavori d’ingresso attraverso i quali i giovani dovrebbero acquisire esperienza e costruire una carriera. Per una generazione già preoccupata dal futuro, la prospettiva di essere sostituita dalle macchine prima ancora di aver cominciato è un ulteriore motivo di inquietudine.
Ma comprendere le cause della rabbia non significa giustificarne ogni manifestazione.
Una società libera non può accettare che la frustrazione diventi una licenza di distruggere, aggredire o intimidire. Non può considerare ogni contestazione automaticamente legittima soltanto perché proviene da ragazzi giovani. L’età non è un’esimente morale e la protesta non è un valore assoluto: contano i contenuti, i metodi e gli obiettivi.
C’è poi un altro elemento che merita attenzione: la rapidità con cui queste mobilitazioni si propagano, cambiano bersaglio e trasformano questioni locali in campagne transnazionali. Non è ragionevole attribuire automaticamente ogni manifestazione a una regia occulta, ma sarebbe altrettanto ingenuo escludere che organizzazioni politiche, gruppi estremisti o interessi stranieri possano inserirsi in movimenti spontanei per orientarli e sfruttarne la forza destabilizzante. Eventuali finanziamenti, coordinamenti e campagne di disinformazione devono essere verificati dagli organismi competenti. La sicurezza democratica richiede trasparenza, non sospetti sommari.
Il problema più profondo riguarda però il rapporto tra le nuove generazioni e l’autorità. Per troppo tempo si è confusa l’autorevolezza con l’autoritarismo, la libertà con l’assenza di regole, l’ascolto con la rinuncia a educare. Ma una società che non trasmette il valore della responsabilità finisce per produrre cittadini sempre più consapevoli dei propri diritti e sempre meno dei propri doveri.
La scuola deve tornare a essere un luogo di formazione, la famiglia deve recuperare il proprio ruolo educativo e le istituzioni devono dimostrare di saper ascoltare, decidere e assumersi responsabilità. La politica, soprattutto, deve smettere di inseguire gli umori dei social network e tornare a proporre una visione del futuro.
La Generazione Z non ha bisogno di essere demonizzata, ma nemmeno assecondata in ogni sua manifestazione. Ha bisogno di opportunità, lavoro, sicurezza, meritocrazia e prospettive credibili. Ha bisogno di adulti capaci di indicare una direzione, non di leader pronti a cavalcare ogni rabbia per conquistare consenso.
Perché la vera emergenza non è una generazione che protesta. È una generazione che rischia di non credere più nella possibilità di cambiare le cose attraverso gli strumenti della democrazia. E quando la rabbia diventa l’unico linguaggio condiviso, a perdere non sono soltanto le istituzioni: è la libertà di tutti.
di Claudia Conte