giovedì 29 ottobre 2026
C’è qualcosa di singolare, e anche di inquietante, nell’entusiasmo con cui una parte della nostra società continua a celebrare le manifestazioni violente. Basta che una piazza si riempia di studenti perché molti commentatori vi scorgano immediatamente una promessa di rinnovamento, un risveglio della coscienza civile, una speranza per il futuro. Si direbbe che la giovane età conferisca alle opinioni un supplemento di verità e alle passioni un supplemento di giustizia. Come se bastasse avere vent’anni per essere dalla parte giusta della storia.
Eppure, se c’è una cosa che la storia del Novecento dovrebbe averci insegnato, è proprio il contrario. I giovani non furono soltanto vittime dei grandi totalitarismi del secolo scorso: ne furono anche protagonisti entusiasti, militanti appassionati, organizzatori e combattenti. Il fascismo italiano e il nazionalsocialismo tedesco devono una parte considerevole della loro affermazione proprio alla mobilitazione delle nuove generazioni.
Lo squadrismo fascista fu un fenomeno straordinariamente giovanile. Secondo alcune ricerche, quasi il novanta per cento degli squadristi bolognesi e oltre l’ottanta per cento di quelli fiorentini avevano fra sedici e ventisette anni. Erano ragazzi che si riconoscevano in un movimento rivoluzionario, convinti di spazzare via un mondo vecchio, corrotto e decadente. Non mancavano loro l’entusiasmo, il coraggio, lo spirito di sacrificio e nemmeno, in molti casi, una sincera aspirazione a cambiare la società. Mancava piuttosto la capacità di riconoscere che l’entusiasmo può essere messo al servizio della sopraffazione e che la volontà di costruire un mondo nuovo può cominciare con la distruzione della libertà altrui.
Anche il nazionalsocialismo fu, in misura impressionante, un movimento di giovani. L’età media degli iscritti al partito nazista nel 1925 era di circa ventinove anni. Le SA, protagoniste delle intimidazioni e delle violenze che accompagnarono l’ascesa di Hitler, erano composte in larga maggioranza da uomini che non avevano ancora compiuto trent’anni.
Il culto della giovinezza non era un elemento accessorio di quei movimenti: ne costituiva una componente essenziale. La forza, l’energia, l’audacia, la disponibilità al sacrificio, il disprezzo per la prudenza e per i compromessi venivano celebrate come virtù politiche. Il giovane era l’uomo nuovo, libero dalle esitazioni e dai pregiudizi delle generazioni precedenti. Doveva essere pronto a combattere, a obbedire, a credere; e soprattutto a non dubitare.
Il bolscevismo conobbe anch’esso un’importante mobilitazione giovanile, ma il suo rapporto con le nuove generazioni fu in parte diverso. La rivoluzione del 1917 ebbe dirigenti di età differenti e la gioventù organizzata assunse un ruolo particolarmente importante nella successiva costruzione del regime, quando il Komsomol divenne uno strumento fondamentale di formazione e mobilitazione politica. Anche qui la promessa di un’umanità nuova si accompagnò alla progressiva subordinazione degli individui a un potere che pretendeva di conoscere anticipatamente il significato della storia.
Le differenze ideologiche tra fascismo, nazismo e comunismo sovietico furono profonde, ma tutti e tre i sistemi finirono per subordinare la libertà individuale a un’autorità politica che rivendicava il diritto di stabilire quali opinioni fossero ammissibili e quali dovessero essere perseguitate. Nei regimi staliniani bastava persino il sospetto di essere controrivoluzionari per rischiare il Gulag o la fucilazione.
Dovremmo dunque guardarci dal confondere la ribellione con la libertà. Non tutti coloro che si ribellano a un ordine esistente desiderano una società più libera: talvolta desiderano semplicemente sostituire un’autorità con un’altra, una gerarchia con un’altra, un conformismo con uno ancora più rigido.
Questa circostanza rende particolarmente interessante, e meritevole di un esame critico, la retorica che accompagna alcune manifestazioni giovanili dei nostri giorni. Nelle piazze italiane di queste settimane sono comparsi numerosi striscioni contro il governo italiano, contro gli Stati Uniti, contro Israele e contro il riarmo. Si è arrivati a contestare esplicitamente gli aiuti a Zelensky, ma nelle cronache delle manifestazioni non c’è un’analoga presenza di striscioni contro Putin, e questo pone una questione alla quale sarebbe interessante ricevere una risposta.
Perché in una manifestazione contro la guerra si dovrebbe contestare con tanta insistenza chi aiuta un paese invaso a difendersi e così poco chi ha deciso di invaderlo? Non si tratta di pretendere che ogni manifestante condivida le scelte dei governi occidentali o approvi qualsiasi politica di riarmo; si tratta di capire se l’opposizione alla guerra sia accompagnata da una valutazione coerente delle responsabilità e delle conseguenze delle proprie rivendicazioni.
Se l’Ucraina venisse privata dei mezzi necessari alla propria difesa, la sua capacità di resistere all’aggressione russa ne risulterebbe compromessa. Chi chiede di interrompere gli aiuti militari dovrebbe dunque spiegare come intende garantire, in loro assenza, la sicurezza e l’indipendenza degli ucraini, perché le intenzioni pacifiche non bastano a rendere realmente pacifiche le conseguenze delle proprie azioni.
C’è poi un’altra questione, ancora più sconcertante. Una parte della cultura politica occidentale continua a interpretare il mondo attraverso categorie ideologiche che sembrano essersi cristallizzate nel secolo scorso. La Russia e la Cina vengono talvolta collocate, per inerzia storica, sul versante opposto a quello del capitalismo occidentale, come se le loro attuali strutture economiche e politiche fossero ancora riconducibili ai progetti originari del comunismo marxiano.
Ma la Russia di Putin è una potenza capitalistica, nazionalista e imperialista. La Cina contemporanea ha sviluppato un vastissimo capitalismo privato, subordinato alle strategie di uno Stato autoritario che persegue esplicitamente il rafforzamento della potenza nazionale. Entrambi i sistemi presentano caratteristiche che meritano di essere confrontate con quelle dei regimi fascisti del Novecento, pur senza dimenticare le importanti differenze storiche e istituzionali.
Del resto, anche nel fascismo e nel nazionalsocialismo la proprietà privata dei mezzi di produzione era ammessa, ma doveva essere funzionale agli obiettivi dello Stato e poteva essere sottoposta a un penetrante coordinamento politico. E nemmeno la struttura gerarchica e centralizzata del Partito comunista cinese costituisce, di per sé, una differenza decisiva rispetto all’organizzazione dei partiti fascista e nazionalsocialista.
Non basta, insomma, chiamarsi comunisti per esserlo, né basta non chiamarsi fascisti per escludere ogni somiglianza con il fascismo. E tuttavia proprio alcuni giovani che si proclamano antifascisti sembrano talvolta incontrare difficoltà a riconoscere i caratteri autoritari ed espansionistici di regimi che non si presentano con i simboli tradizionali del fascismo. Il rischio è quello di trasformare l’antifascismo da esercizio critico della memoria storica in un repertorio di appartenenze, parole d’ordine e inimicizie ereditate.
Sarebbe naturalmente ingiusto attribuire questo atteggiamento a un’intera generazione. Vi sono giovani che difendono con lucidità la libertà dell’Ucraina, così come vi furono giovani che combatterono coraggiosamente il fascismo e il nazismo. La storia non autorizza alcuna condanna collettiva fondata sull’età, ma proprio per questo non autorizza neppure la celebrazione collettiva della giovinezza.
Il problema, del resto, non riguarda soltanto i giovani. Riguarda forse soprattutto gli adulti. Sono gli adulti, infatti, che hanno progressivamente trasformato la giovinezza in una sorta di titolo di merito. Sono loro che spesso applaudono una protesta prima ancora di averne esaminato le ragioni, che scambiano l’intensità delle passioni per profondità delle convinzioni, che si mostrano indulgenti verso il conformismo quando assume le forme esteriori della ribellione.
E sono ancora gli adulti che, per timore di apparire vecchi, finiscono talvolta per rinunciare proprio a ciò che l’esperienza dovrebbe aver insegnato loro: la prudenza nel giudizio, la diffidenza verso gli entusiasmi collettivi, la consapevolezza che le conseguenze delle azioni possono essere assai diverse dalle intenzioni di chi le compie.
Il conformismo giovanile, quando si manifesta, possiede del resto una caratteristica paradossale: può essere vissuto come una forma di anticonformismo. Ci si sente liberi perché si protesta contro il potere, senza accorgersi che si stanno ripetendo le stesse parole degli amici, degli organizzatori, dei compagni di corteo. Si crede di pensare con la propria testa proprio nel momento in cui si è smesso di farlo.
Non è una caratteristica esclusiva dei giovani, ma è particolarmente insidiosa quando l’appartenenza a un gruppo diventa una componente essenziale della propria identità. I ragazzi che aderirono allo squadrismo fascista o alle organizzazioni naziste non pensavano necessariamente di essere complici di una tragedia: molti erano persuasi di partecipare a una grande impresa collettiva, di restituire dignità al proprio paese e di preparare un futuro migliore. La sincerità delle loro convinzioni non impedì che contribuissero a costruire sistemi di oppressione e di violenza.
La lezione che possiamo trarne non è che i giovani di oggi siano destinati a ripetere quelle esperienze, ma bisognerebbe essere consapevoli che l’entusiasmo, la generosità e il desiderio di cambiare il mondo non garantiscono affatto la bontà delle idee che si professano, specialmente quando chi le professa non sembra porsi il problema delle conseguenze prevedibili delle proprie scelte.
Forse dovremmo allora liberarci, una volta per tutte, del pregiudizio giovanilistico, perché la giovinezza è una stagione della vita, non una virtù. Non rende più intelligenti, più giusti, più liberi o più coraggiosi nel difendere la libertà degli altri. Può accompagnarsi alla generosità come alla crudeltà, all’indipendenza di giudizio come al più cieco conformismo.
E soprattutto non costituisce un’assoluzione preventiva dalle responsabilità della storia. Il Novecento ci ha lasciato testimonianze terribili di ciò che può accadere quando intere generazioni si convincono di rappresentare il futuro e, proprio per questo, di avere il diritto di sacrificare il presente degli altri. Non dovremmo dimenticarlo quando vediamo una piazza piena di giovani e ci affrettiamo a chiamarla una speranza.
La speranza non sta nell’età di chi manifesta, ma nelle ragioni per cui manifesta, nella libertà che è disposto a riconoscere agli altri e nella capacità di distinguere la giustizia dalla semplice appartenenza.
La domanda, dunque, non è se i giovani siano il nostro futuro. Lo sono inevitabilmente. La domanda è quale futuro stiano contribuendo a preparare.
Molti giovani nati qualche decennio fa si sono battuti a lungo per costruire una società più libera, più democratica e più giusta, nella quale ciascun individuo potesse aspirare a un’esistenza dignitosa senza dover sottostare a poteri gestiti in modo arbitrario e criminale. Hanno creduto che la libertà e la democrazia fossero conquiste irreversibili, o almeno che le lezioni del Novecento fossero state abbastanza terribili da risparmiare loro la necessità di doverle sperimentare una seconda volta.
E invece oggi si ritrovano a dover difendere ciò che credevano acquisito, mentre un dittatore che ha scatenato una guerra di aggressione pretende di ridisegnare con la forza i confini dell’Europa e intorno a lui si muove una variopinta compagnia di uomini di potere, miliardari insofferenti di ogni limite, aspiranti uomini della provvidenza e piccoli imitatori dei grandi autoritarismi del passato. Ciascuno, naturalmente, persuaso di lavorare per un mondo migliore.
Anche i fascisti, i nazisti o i comunisti erano convinti di preparare una civiltà superiore. Non si consideravano affatto i becchini della libertà, ma gli architetti dell’avvenire, e bisogna riconoscere che, quanto a seppellire il vecchio mondo, mostrarono un’efficienza davvero notevole. Fu nella costruzione di quello nuovo che incontrarono qualche difficoltà, soprattutto per tutti coloro che, a causa dei rispettivi regimi totalitari, oltre alla libertà persero anche la vita.
Il particolare più sconfortante è che a questa impresa di demolizione possano oggi contribuire, magari inconsapevolmente, anche giovani che si proclamano antifascisti e difensori della pace, che sembrano però più preoccupati, al contrario di quello che facevano i veri antifascisti, di contestare chi aiuta un popolo aggredito che di contrastare chi lo aggredisce.
Così, dopo che buona parte dell’umanità ha cercato per almeno due secoli di realizzare una società più libera e democratica, rischiamo oggi di assistere al ritorno di un mondo nel quale la forza torna a pretendere di essere il fondamento del diritto, con l’aggravante che questa volta la storia avrebbe potuto invece insegnarci qualcosa. E invece non mancano giovani pronti ad agevolare il lavoro di dittature criminali mentre altri muoiono per difendere proprio quelle libertà che essi possono permettersi il lusso di contestare nelle piazze delle democrazie occidentali.
Il futuro, è vero, appartiene ai giovani, ma appartiene a loro anche la responsabilità di ciò che ne faranno; e sarebbe sconfortante e avvilente, per chi ha dedicato la vita a difendere la libertà, vederla sacrificare sull’altare di una nuova e festosa ignoranza della storia.
di Gustavo Micheletti