L’Europa è condannata?

martedì 27 ottobre 2026


Le immagini choc dalla Francia mostrano un continente in crisi

Un tempo si diceva che quando la Francia starnutisce, tutta l’Europa prende il raffreddore. Basti pensare alla Rivoluzione francese, alla “Primavera dei Popoli” del 1848 o persino alle proteste studentesche del maggio 1968 per comprenderne il motivo: la Francia ha la capacità di fungere tanto da catalizzatore quanto da indicatore dei profondi cambiamenti negli equilibri europei.

Ci si chiede se le rivolte che stanno attualmente sconvolgendo la Francia rappresenteranno l’ennesima conferma di questo fenomeno. Da alcune settimane, decine di migliaia di manifestanti sono scese nelle strade delle città di tutto il Paese per chiedere… qualcosa. Le proteste sono partite dagli studenti, che denunciavano le condizioni precarie degli istituti scolastici e le criticità del sistema di accesso all’istruzione superiore. Ben presto, tuttavia, agli studenti si sono uniti sindacalisti e radicali di ogni sorta, mentre le proteste hanno progressivamente ampliato il raggio delle contestazioni: dal caro carburante all’aumento del costo della vita, dai tagli alla spesa pubblica alla scarsa attenzione riservata alle priorità della sinistra, fino a mettere in discussione il principio stesso dell’autorità.

Le proteste, secondo una tradizione ben radicata in Francia, non si distinguono certo per la compostezza e il decoro che si potrebbero osservare in una manifestazione del movimento “No Kings” negli Stati Uniti. Nelle giornate di venerdì 16 e sabato 17 ottobre, le mobilitazioni di piazza sono sfociate in disordini e violenze di una portata inusuale persino per gli standard francesi. L’intero Paese è stato teatro di saccheggi, devastazioni indiscriminate e brutali aggressioni fisiche, in una spirale di violenza che ha fatto il giro del mondo. Quasi mille agenti di polizia e gendarmi sono rimasti feriti e sono stati effettuati oltre 2.400 arresti. La gravità degli episodi è emersa con particolare evidenza nell’incendio doloso del municipio di Limoges: uno splendido edificio storico, sopravvissuto a due guerre mondiali, ma alla fine sopraffatto dalle insensate esplosioni di violenza della folla.

Una parte delle proteste ha già varcato i confini francesi. Nei giorni successivi, manifestazioni analoghe hanno preso piede anche a Madrid, Milano, Lisbona e Bruxelles. E ci sono buone ragioni per temere che il fenomeno possa estendersi ulteriormente, poiché le condizioni che hanno innescato queste proteste sono comuni alla maggior parte dei Paesi europei.

Il primo elemento da considerare è la situazione economica. La Francia, come gli Stati Uniti, sta attraversando una crisi del costo della vita che colpisce duramente ampie fasce della popolazione. In alcuni settori cruciali, tuttavia, la crisi francese è più acuta e gravosa, soprattutto per quanto riguarda i rincari del petrolio e del gas, indispensabili per i trasporti commerciali, la produzione industriale e il riscaldamento domestico. Inoltre, i leader francesi hanno margini di manovra assai più limitati nel contrastare le cause alla radice della crisi, come la guerra in Medio Oriente, con tutte le sue ripercussioni.

A questa situazione si aggiungono una crescita economica anemica e, soprattutto, il rischio sempre più concreto di una crisi dei conti pubblici. Si è scritto molto sul crescente debito pubblico francese e sulla persistente dipendenza dal ricorso al deficit per sostenere un sistema di prestazioni sociali particolarmente oneroso. Gli Stati Uniti, certo, non sono un modello di disciplina fiscale, ma il dollaro gode di una posizione egemonica e Washington contribuisce a dettare le regole del sistema finanziario globale. La Francia dispone di margini di sicurezza assai più ridotti e, negli ultimi tempi, il rischio di un default è aumentato sensibilmente, tanto da spingere il governo a proporre tagli alla spesa pubblica. (Che orrore!). Il risultato, naturalmente, è stato un’ondata di rabbia e resistenza, di cui le proteste (almeno nella loro fase iniziale) sono un esempio evidente. Una reazione che tende a paralizzare gli sforzi necessari per risanare i conti, finendo così per aggravare ulteriormente la situazione.

C’è poi la questione dell’immigrazione. A prescindere dalla composizione etnica dei manifestanti e dei saccheggiatori (lascio al lettore il compito di valutare i numerosi video e le testimonianze documentali che circolano online) è evidente che l’immigrazione di massa ha prodotto profonde fratture sociali, forse ormai insanabili. Quasi il 12 per cento della popolazione francese è nato all’estero per un totale di circa otto milioni di persone. Molte di loro non sono in grado o non sono disposte ad assimilarsi in una società che, rispetto alla nostra repubblica, incontra maggiori difficoltà nell’accogliere e integrare i nuovi arrivati. A loro volta, queste stesse persone, relegate ai margini della società, sono pienamente consapevoli della propria condizione precaria. Ne scaturisce un clima di ostilità latente che, nei momenti di crisi, può favorire l’emergere di gruppi di opportunisti, poco legati all’ordine costituito e potenzialmente pronti a trarre vantaggio dal suo crollo.

Infine, c’è il totale fallimento della classe politica al potere. Emmanuel Macron è presidente della Francia da dieci anni e il suo indice di gradimento è sceso al 15 per cento. Eppure, come ha rilevato un acuto commentatore su X, Macron si era inizialmente presentato con l’obiettivo di prevenire proprio quell’esplosione di rabbia popolare a cui assistiamo oggi, affrontandone le cause profonde. È innegabile, tuttavia, che il progetto del macronismo sia fallito. Non è riuscito a risanare le finanze pubbliche e a rilanciare l’economia francese né a ristabilire l’ordine, rafforzare concretamente la potenza e la sicurezza del Paese o ricomporre le divisioni tra i francesi. Costretto infine a rivolgersi alla nazione, Macron ha attribuito le violenze agli agitatori dell’estrema sinistra e ai “delinquenti”, promettendo, come prevedibile, di “ascoltare la rabbia e agire sulle sue cause” e di “far rispettare con fermezza l’ordine repubblicano”. (Il suo governo ha inoltre proposto l’imposizione di coprifuoco circoscritti a determinate aree). Eppure, pochi francesi sembravano prendere sul serio le parole del presidente. Ben più eloquente è la riflessione conclusiva del giornalista Vincent Trémolet de Villers: “Se l’estrema sinistra, i criminali e i saccheggiatori riescono a mettere a soqquadro la Francia nel giro di poche ore, la ragione principale è che una monarchia tecnocratica, inebriata dalla propria presunta importanza, ha metodicamente demolito tutte le difese morali, securitarie, culturali ed economiche che consentono a una società di restare in piedi”.

Le tre criticità descritte finora potrebbero aver raggiunto il loro apice in Francia. Ma il problema non riguarda soltanto Parigi. Tutta l’Europa deve fare i conti con la concomitanza di gravi difficoltà economiche, immigrazione di massa e una classe politica del tutto inadeguata.

Dunque, per rispondere alla domanda posta nel titolo di questo articolo: siamo arrivati al punto di non ritorno? L’Europa è condannata?

I partiti di destra e anti-establishment, attualmente in forte ascesa in Paesi come la Francia e la Germania, offrono qualche prospettiva di rinnovamento. Se gli eventi continueranno a volgere a loro favore, un’eventualità tutt’altro che certa, il Rassemblement National, l’AfD e forze analoghe potrebbero sostituire l’attuale classe dirigente europea con leader consapevoli sia dell’urgenza della sfida sia della necessità di agire con decisione. Tuttavia, anche se i populisti riuscissero a consolidare gli assetti politici dei rispettivi Paesi e ad intervenire con decisione sul fenomeno migratorio, difficilmente troverebbero una via d’uscita dal dilemma economico strutturale del continente. La competitività economica europea continuerebbe a indebolirsi, la crisi del costo della vita potrebbe aggravarsi ulteriormente e le tecnologie destinate a determinare gli equilibri futuri, si pensi in particolare all’intelligenza artificiale, rischierebbero di lasciare del tutto indietro l’Europa.

E naturalmente, se i populisti non riusciranno a conquistare il potere, l’Europa continuerà a seguire la traiettoria attuale. L’attuale classe dirigente europea sembra più incline a trascinare il continente in una guerra con la Russia che ad affrontare seriamente il problema dell’immigrazione di massa.

Tutto ciò induce a un certo pessimismo. Un ulteriore declino, pur non essendo del tutto inevitabile, appare decisamente più probabile del contrario. Tuttavia, anche se le proteste continuassero a dilagare, il collasso difficilmente si consumerebbe in un’improvvisa esplosione di violenza. Sarà piuttosto un dramma lento e doloroso, destinato a dispiegarsi nell’arco di anni o decenni. Se, come osservava Adam Smith, una nazione può sopportare una grande quantità di rovina prima di soccombere, quanto più a lungo potrà resistere un intero continente?

(*) Tratto da The American Conservative

(**) Traduzione a cura di Angelita La Spada


di Luke Nicastro (*)