lunedì 26 ottobre 2026
Una vetrina infranta non è una rivendicazione sociale. Un’automobile incendiata non è una forma di dissenso. Aggredire un poliziotto, devastare un negozio o saccheggiare un supermercato non significa esercitare un diritto, ma violare quelli degli altri. Eppure, nell’Europa contemporanea, assistiamo sempre più frequentemente a manifestazioni che degenerano in violenza, accompagnate da tentativi di giustificazione che richiamano il disagio sociale, le disuguaglianze e la legittima aspirazione a condizioni di vita migliori. Come se la fondatezza di una rivendicazione potesse attenuare la responsabilità di chi, per sostenerla, calpesta le regole della convivenza civile. Le immagini delle devastazioni di Milano, così come quelle degli scontri verificatisi in altre città italiane, dovrebbero indurre a una riflessione che va ben oltre le questioni di ordine pubblico. Riguarda una trasformazione culturale più profonda: la progressiva affermazione di una concezione della società nella quale ogni aspirazione tende a diventare una pretesa, ogni limitazione viene percepita come un’ingiustizia e ogni responsabilità individuale sembra poter essere trasferita alla collettività. È quella che potremmo definire la cultura del diritto senza responsabilità. Una deriva che rischia di compromettere proprio il sistema di garanzie sul quale si fondano le nostre democrazie.
La Costituzione italiana offre una risposta molto più chiara di quanto si possa immaginare. L’articolo 2 riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, ma nello stesso periodo richiama l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale. Non si tratta di una coincidenza lessicale. I costituenti avevano ben presente che nessuna comunità può sopravvivere se i suoi componenti pretendono continuamente qualcosa dagli altri senza interrogarsi su ciò che devono offrire in cambio alla società. Ancora più significativo è l’articolo 4. La Repubblica riconosce il diritto al lavoro e promuove le condizioni necessarie per renderlo effettivo. Ma aggiunge che ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che contribuisca al progresso materiale o spirituale della società. Dunque, il lavoro non è soltanto una legittima aspettativa nei confronti delle istituzioni. È anche partecipazione, impegno, assunzione di responsabilità. Questo principio sembra essersi progressivamente affievolito nel dibattito pubblico. Si parla molto del diritto a un’occupazione, assai meno del dovere di acquisire competenze, rispettare gli impegni e contribuire con serietà all’attività lavorativa. Si invocano maggiori tutele, spesso giustamente, ma si dimentica che la sopravvivenza di un’impresa dipende anche dalla produttività, dall’organizzazione e dalla capacità di competere. Naturalmente, ciò non autorizza a comprimere i diritti dei lavoratori o a giustificare salari inadeguati. Significa, piuttosto, riconoscere che diritti e responsabilità costituiscono elementi inseparabili dello stesso rapporto. Un discorso analogo riguarda l’assistenza sociale. Una società civile ha il dovere di sostenere chi non dispone dei mezzi necessari per vivere, chi è malato, chi ha perso involontariamente il lavoro o si trova in condizioni di effettiva difficoltà. È un principio di civiltà, prima ancora che un obbligo costituzionale. Ma la solidarietà non può trasformarsi in una rinuncia permanente alla responsabilità individuale.
Quando una persona è in grado di lavorare, le politiche di sostegno dovrebbero accompagnarla verso l’autonomia, non incoraggiare la dipendenza. Diversamente, il rischio è quello di confondere la protezione dei più deboli con la deresponsabilizzazione di chi potrebbe contribuire. Esiste poi una questione ancora più delicata, che riguarda il rispetto dovuto a coloro che sostengono materialmente il funzionamento del Paese. Penso ai lavoratori che affrontano turni massacranti, ai piccoli imprenditori che rischiano il proprio patrimonio, agli artigiani, agli autotrasportatori, agli operatori sanitari, alle persone che ogni mattina si alzano presto per garantire alla propria famiglia una vita dignitosa. Non sono cittadini privi di diritti, né devono diventarlo. Al contrario, sono persone i cui diritti meritano altrettanta attenzione, anche quando non occupano le piazze e non attirano le telecamere. È soprattutto pensando a loro che certe scene di devastazione risultano intollerabili. Dietro la vetrina di un negozio distrutto può esserci un commerciante che ha investito i risparmi di una vita, che paga stipendi, affitti e imposte, che lavora sei giorni alla settimana e che potrebbe non essere in grado di sostenere economicamente i danni subiti. Chi distrugge quel negozio in nome della giustizia sociale dovrebbe spiegare quale giustizia possa nascere dalla rovina di un altro cittadino.
Il punto, tuttavia, non riguarda soltanto chi manifesta violentemente. La stessa mentalità emerge quando si pretende una prestazione senza accettarne le condizioni, quando si considera ogni regola un ostacolo arbitrario, quando il confronto viene sostituito dall’indignazione e quando persino una critica legittima viene interpretata come un’aggressione personale. Si sta diffondendo l’idea che la libertà individuale consista nell’essere liberati da qualsiasi conseguenza delle proprie scelte. Ma una libertà senza responsabilità non produce cittadini più autonomi. Produce individui sempre più dipendenti dagli altri e sempre meno disposti a riconoscerne i diritti. Sarebbe però un errore attribuire questa deriva esclusivamente alle fasce sociali più giovani o economicamente fragili. La cultura dei diritti senza doveri attraversa l’intera società. La ritroviamo anche nell’imprenditore che pretende sostegni pubblici mentre evade le imposte, nel datore di lavoro che invoca flessibilità negando le tutele dovute ai dipendenti, nel cittadino che reclama servizi efficienti ma considera facoltativo il rispetto delle regole comuni. E la ritroviamo nella politica quando promette benefici senza spiegare chi dovrà finanziarli, oppure alimenta aspettative che sa di non poter soddisfare. È una questione di cultura civica. Uno Stato democratico non può limitarsi a riconoscere e ampliare diritti: deve anche educare all’esercizio responsabile della libertà. E deve essere il primo a rispettare i propri doveri, garantendo legalità, servizi efficienti, pari opportunità e tutela di chi si trova realmente in difficoltà.
La democrazia non è un sistema nel quale ciascuno può ottenere tutto ciò che desidera. È un ordinamento nel quale le libertà individuali convivono attraverso regole condivise, sacrifici reciproci e responsabilità collettive. Il diritto di manifestare, ad esempio, è fondamentale proprio perché consente anche a chi non dispone di potere economico o politico di far sentire la propria voce. Ma quel diritto perde ogni legittimità quando viene utilizzato come pretesto per aggredire persone, distruggere beni o intimidire chi la pensa diversamente. Dovremmo allora tornare a porci una domanda semplice, che sembra progressivamente scomparsa dal dibattito pubblico: prima di chiederci che cosa la società debba fare per noi, siamo ancora capaci di domandarci che cosa possiamo fare noi per la società? Una comunità nella quale tutti rivendicano e nessuno si assume responsabilità è destinata a diventare sempre più conflittuale, economicamente fragile e politicamente instabile. Non perché i diritti siano troppi, ma perché si è smarrita la consapevolezza delle condizioni che ne rendono possibile l’esercizio. Il vero pericolo per le nostre democrazie non è l’eccesso di diritti. È l’illusione che possano sopravvivere senza doveri. E quando questa illusione diventa cultura dominante, a pagarne il prezzo sono soprattutto coloro che, senza clamore e senza pretese di impunità, continuano ogni giorno a tenere in piedi il Paese.
(*) Docente universitario di Diritto internazionale e normative per la sicurezza
di Renato Caputo (*)