Milei a Madrid: l’Europa, culla della libertà, è diventata prigioniera dei vincoli

venerdì 23 ottobre 2026


Dalla Scuola di Salamanca al dirigismo contemporaneo, il presidente argentino denuncia le contraddizioni di un’Europa che celebra il libero mercato mentre soffoca l’iniziativa individuale sotto il peso di imposte, divieti e burocrazia.

L’Europa ha contribuito a elaborare alcune delle idee che hanno reso possibile la libertà moderna, ma sembra averle progressivamente dimenticate. Ha riconosciuto il valore della proprietà privata, della libertà contrattuale e dei limiti al potere politico, per poi costruire un apparato pubblico che pretende di disciplinare ogni aspetto della vita economica. È questa la contraddizione che Javier Milei ha portato al centro del suo intervento al Nueva Economía Fórum di Madrid. Un discorso che supera i confini della politica argentina e diventa un atto d’accusa contro il modello di società adottato dall’Occidente.

Il presidente argentino non propone qualche aggiustamento fiscale o una diversa distribuzione della spesa pubblica. Contesta le fondamenta culturali di un sistema che identifica il progresso con l’espansione dello Stato e considera l’intervento politico la risposta naturale a qualsiasi problema. La sua tesi è radicale: la decadenza europea affonda le radici nell’espansione del potere pubblico, nella proliferazione dei vincoli e nella progressiva subordinazione dell’iniziativa individuale a un sistema di protezioni e controlli che restringe gli spazi della libertà.

Il richiamo alla Scuola di Salamanca costituisce uno dei passaggi più significativi. Tra il XVI e il XVII secolo, pensatori come Francisco de Vitoria, Domingo de Soto, Luis de Molina e Juan de Mariana hanno sviluppato riflessioni fondamentali sulla proprietà, sul valore economico, sugli scambi e sui limiti dell’autorità. Molto prima della nascita dell’economia politica moderna, avevano compreso che i rapporti economici non potevano essere ridotti alla volontà del sovrano, che il valore dei beni non nasceva da un decreto e che la ricchezza non dipendeva dalla benevolenza del potere.

Milei ha ricordato agli spagnoli questa eredità per sottolineare un paradosso: proprio il continente che ha contribuito a elaborare i fondamenti della libertà economica oggi sembra considerare sospetta qualsiasi attività sottratta alla direzione pubblica. L’imprenditore deve essere autorizzato, il proprietario sorvegliato, il contratto corretto, il prezzo amministrato. La libertà sopravvive formalmente, ma viene progressivamente svuotata dalla moltiplicazione dei vincoli.

La critica più incisiva riguarda il welfare state, divenuto un dogma politico intoccabile. La sua denominazione contiene già una promessa: assicurare il benessere collettivo. Una promessa, tuttavia, non equivale a un risultato. Ogni prestazione pubblica richiede risorse prelevate attraverso le imposte, ottenute mediante l’indebitamento oppure finanziate con emissione monetaria. Nessuna di queste operazioni crea automaticamente nuova ricchezza. Quando il prelievo fiscale comprime il risparmio, scoraggia gli investimenti e riduce il rendimento dell’iniziativa economica, finisce per indebolire proprio la capacità produttiva dalla quale dipendono le entrate pubbliche. Si alimenta così un circolo vizioso: più spesa richiede più imposte; più imposte possono ridurre gli incentivi a produrre; una crescita insufficiente provoca nuove richieste di risorse.

È il grande equivoco del dirigismo contemporaneo: scambiare la distribuzione della ricchezza con la sua produzione. Un governo può decidere come ripartire le risorse che preleva, ma non può sostituirsi alla capacità creativa di milioni di individui che investono, lavorano, innovano e assumono rischi. La prosperità non nasce dalla firma di un ministro, ha origine dalla libertà di agire, dalla concorrenza e dalla possibilità di beneficiare dei risultati delle proprie scelte.

La medesima impostazione attraversa la questione migratoria, affrontata dal leader argentino con particolare severità. Lo stesso ha denunciato le conseguenze di politiche che hanno trascurato i problemi dell’integrazione e della sostenibilità fiscale. Una società aperta non coincide necessariamente con uno Stato assistenziale illimitato. Quanto più esteso è il sistema delle prestazioni finanziate dai contribuenti, tanto più complessa diventa la gestione dei flussi migratori. Il problema non è la libertà di movimento, è invece la pretesa della politica di ignorare costi, incentivi e responsabilità.

L’esperienza argentina viene presentata come la dimostrazione che un’inversione di rotta è possibile. A tal proposito, Milei rivendica la riduzione dell’inflazione, il riequilibrio dei conti pubblici e il recupero della crescita. Risultati che devono naturalmente essere valutati insieme alle difficoltà ancora presenti, ma che accompagnano una rottura culturale di grande portata: la contestazione dell’idea secondo cui l’apparato statale debba necessariamente crescere.

Per decenni, il dibattito occidentale ha riguardato soprattutto la quantità di risorse da destinare alle diverse funzioni pubbliche. Il presidente argentino pone una questione preliminare: quali attività spettano legittimamente al potere politico e quali devono essere restituite alla libera iniziativa?

Da questa impostazione discende la centralità della proprietà privata, concepita come diritto fondamentale dell’individuo, anziché come concessione amministrativa subordinata agli obiettivi mutevoli del legislatore. Essa garantisce autonomia materiale e indipendenza dal potere; la libertà contrattuale consente di disporre pienamente dei propri beni, mentre la certezza del diritto costituisce il presupposto indispensabile per programmare investimenti, assumere rischi e sviluppare attività economiche.

È proprio su questo terreno che emergono le contraddizioni più profonde dell’Europa, sempre più incline a sacrificare la libertà economica sull’altare del dirigismo. Invoca gli investimenti mentre alimenta l’incertezza normativa, proclama la tutela dei diritti individuali e contemporaneamente ne restringe l’esercizio, promette abitazioni accessibili attraverso interventi sui contratti di locazione che scoraggiano l’offerta e aggravano le difficoltà del mercato. Pretende imprese competitive, salvo poi soffocarle sotto il peso di obblighi, adempimenti e costi crescenti. Si consolida così un sistema nel quale i privati sopportano i rischi delle proprie scelte, mentre le amministrazioni si arrogano il potere di condizionarle.

La libertà d’iniziativa, formalmente riconosciuta, viene progressivamente svuotata da una regolamentazione pervasiva che trasforma ogni attività economica in un percorso a ostacoli. Milei intende rovesciare siffatta impostazione attraverso una trasformazione che va ben oltre il contenimento della spesa pubblica e investe la concezione stessa del rapporto tra individuo e potere.

La libertà precede l’autorità politica e costituisce un diritto originario, la cui tutela esige istituzioni capaci di rispettarlo. Il compito del governo consiste dunque nel garantire le condizioni affinché gli individui possano perseguire autonomamente i propri fini, rimuovendo gli ostacoli che ne frenano l’iniziativa.

In questa prospettiva acquista particolare significato uno dei passaggi del discorso: “Vogliamo che la ricostruzione dell’Argentina sia la tabella di marcia per la ricostruzione dell’Occidente”. L’affermazione esprime la rivendicazione di un modello alternativo a quello fondato sulla continua espansione dell’intervento pubblico. Altrettanto significativo è il richiamo al “rispetto incondizionato della proprietà privata”, indicato tra i principi fondamentali della ricostruzione economica. Un’affermazione che si pone in aperto contrasto con la crescente tendenza a subordinare i diritti individuali agli obiettivi collettivi stabiliti dalla politica.

Ma la libertà economica non è un privilegio dei proprietari o degli imprenditori. È la condizione che permette anche a chi non possiede nulla di costruire qualcosa, migliorare la propria condizione e sottrarsi alla dipendenza dal potere. Una società che scoraggia l’accumulazione privata non diventa necessariamente più egualitaria: rischia semplicemente di rendere tutti più dipendenti dalle decisioni pubbliche.

Per questo il messaggio di Madrid riguarda direttamente anche l’Italia, dove pressione fiscale, complessità normativa e incertezza amministrativa rappresentano ostacoli strutturali alla crescita. Anziché cercare continuamente nuove attività da tassare e nuovi comportamenti da regolamentare, bisognerebbe interrogarsi sui costi economici e sociali di un apparato pubblico sempre più invasivo, che estende incessantemente le proprie competenze a scapito dell’autonomia individuale e della libertà d’iniziativa economica.

Il senso dell’intervento è racchiuso in una frase: “La decadenza non è un destino, ma una scelta”. L’Occidente non è condannato al declino da qualche inevitabile legge della storia. Può continuare a moltiplicare vincoli, imposte e dipendenze oppure recuperare le istituzioni che hanno reso possibile la sua prosperità.

Milei ha ricordato all’Europa una verità che proprio la sua tradizione intellettuale ha contribuito a elaborare: la libertà precede lo Stato, costituisce il fondamento dell’autonomia individuale e rappresenta una delle condizioni essenziali della prosperità.


di Sandro Scoppa