venerdì 16 ottobre 2026
In politica ci sono giorni che contano più di altri. Giorni da cerchiare in rosso sul calendario. Ieri l’altro è stato uno di quelli. Perché? Vi è stato un appuntamento di grande importanza per il premier Giorgia Meloni, in Senato e alla Camera dei deputati.
All’ordine del giorno le sue comunicazioni in vista del Consiglio europeo a Bruxelles. Non è una novità. È prassi che il presidente, alla vigilia della riunione del Consiglio del 15/16 ottobre, riferisca alle Camere quale posizione intenderà assumere in seno all’organismo comunitario. Non si tratta di esporre un mero resoconto ma anche di ascoltare ed eventualmente recepire le indicazioni offerte dal Parlamento. Ragione per la quale, in teoria, si dovrebbe assistere alla presentazione di una mozione della maggioranza parlamentare e, in contrapposizione, un’altra che riunisce le opposizioni riunite in coalizione.
In teoria. E nella realtà? Ieri l’altro abbiamo assistito all’ennesima commedia dell’assurdo intitolata “campo largo”.
La situazione merita una riflessione, perché non è indifferente conoscere adesso le posizioni di chi si candida a governare la nazione. Saltiamo a piè pari la valutazione sul contenuto della comunicazione svolta dal premier Meloni. È andata come previsto: un discorso di indubbio spessore che ha mostrato quanto la maturazione del personaggio politico Giorgia Meloni l’abbia trasformata in una statista di primo livello. Il che rappresenta un valore aggiunto per la credibilità del sistema-Italia nel mondo.
In particolare, sulla questione guerra russo-ucraina il presidente del Consiglio ha dettato una linea netta di sostegno incondizionato a Kiev. Può piacere o meno, di certo nessuno potrà dire che il nostro Governo non abbia le idee chiare o che persegua finalità divergenti rispetto all’insieme degli Stati membri dell’Ue. Un dato per niente scontato se visto alla luce del riposizionamento strategico degli Usa nel rapporto con la Federazione russa di Vladimir Putin.
Ciò che interessa capire è, invece, il comportamento sulla politica internazionale delle forze dell’opposizione che si richiamano a un ipotetico centrosinistra unito. Non è un dettaglio conoscere il programma di chi si propone di governare l’Italia nel prossimo futuro. Non sono tempi normali ma straordinari, con due guerre alle porte dell’Europa che coinvolgono gli interessi dei popoli continentali. C’è la vicenda del Golfo Persico e della guerra israeliano-statunitense alla Repubblica islamica dell’Iran. E, soprattutto, è in essere il conflitto russo-ucraino che, a quasi cinque anni dal suo scoppio, non sembra destinato a una rapida cessazione.
Su quest’ultima vicenda la posizione unitaria del centrodestra è agli atti, nonostante il tentativo della propaganda progressista di leggerne una frattura interna a causa delle problematiche sollevate dalla Lega in ordine a un sostegno italiano ed europeo sine die all’Ucraina. Ma le chiacchiere restano chiacchiere e i fatti sono fatti.
Finora, il partito di Matteo Salvini ha disciplinatamente votato tutte le risoluzioni presentate dalla maggioranza sull’argomento. Lo stesso non può dirsi della parte avversa. Sono anni che, ogni qualvolta in Parlamento si discuta della guerra russo-ucraina, le forze progressiste procedono in ordine sparso. Cosicché, a fronte dell’unica mozione presentata dal centrodestra, a sinistra ne compaiono almeno quattro, cinque se si considera l’opposizione centrista fuori del campo largo di Azione, il partito di Carlo Calenda.
La giustificazione fornita dai portavoce del centrosinistra è sconcertante: non siamo al Governo, per cui ciascuna forza è libera di mostrare all’opinione pubblica la propria sensibilità sul tema senza dover sottostare all’obbligo-necessità di fare sintesi. La cosiddetta “voce sola” arriverà al momento opportuno, cioè quando, in prossimità del voto, si dovrà stilare uno straccio di programma da presentare agli elettori.
Non vogliamo essere i faziosi di sempre, ma la domanda sorge spontanea: a voi sembra un comportamento accettabile?
Dopo l’approvazione della riforma del sistema elettorale le urne si avvicinano a grandi passi per cui è sacrosanto chiedere a chi si candida a sostituire il centrodestra alla guida del Paese cosa pensi di fare riguardo al dossier più scottante di politica estera. In concreto: quale sarà la posizione del centrosinistra sul sostegno all’Ucraina? Proseguirà la fornitura di armi o la bloccherà? E il supporto finanziario verrà confermato, verrà abolito o drasticamente ridotto?
A leggere le mozioni presentate in Parlamento ieri l’altro dai protagonisti del costituendo campo largo cadono le braccia. Se la pattuglia renziana di Italia viva dichiara di impegnare il Governo a “confermare il pieno sostegno politico, finanziario, militare e umanitario all’Ucraina, a partire dalla rapida erogazione delle risorse previste per il 2027 nell’ambito del prestito di sostegno, e a contribuire alla protezione e al ripristino delle infrastrutture energetiche ucraine in vista dell’inverno”, il Partito Democratico la prende alla larga limitandosi “a ribadire la ferma condanna della grave, inammissibile e ingiustificata aggressione russa dell’Ucraina e a continuare a garantire pieno sostegno e solidarietà al popolo e alle istituzioni ucraine, mediante tutte le forme di assistenza necessarie al rispetto del diritto di autodifesa sancito dall’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite”.
Tutt’altra musica, invece, dalle parti del Movimento 5Stelle che vorrebbe impegnare il Governo a “promuovere - preso atto del perdurante conflitto russo-ucraino e dell’approccio fallimentare dell’Italia e dell’Europa, che attraverso il continuo invio di armamenti contribuiscono ad allontanare qualsiasi prospettiva di pace - un radicale mutamento del protagonismo politico e diplomatico dell’Unione europea” nonché a “rendere noto, presso le competenti sedi istituzionali, l’elenco dettagliato dei mezzi, dei materiali e degli equipaggiamenti militari oggetto di invio all’Ucraina dal 2022”.
Per non dire dei massimalisti di Alleanza Vedi e Sinistra i quali chiedono che il Governo si impegni a “promuovere un’iniziativa diplomatica europea autonoma finalizzata al raggiungimento di un cessate il fuoco e di una pace giusta e duratura in Ucraina, sostenendo la convocazione di una conferenza multilaterale per la pace e la sicurezza europea, ispirata ai principi dell’Atto finale di Helsinki, superando la logica dell’escalation militare che ha monopolizzato la strategia di sostegno all’Ucraina e destinando maggiori risorse al sostegno umanitario, alla protezione della popolazione civile e alla ricostruzione del Paese”.
Non prendiamoci in giro: questa non è ricchezza di dee nel confronto dialettico, è una babele di posizioni inconciliabili. Non abbiamo inventato niente, è tutto scritto nero su bianco nelle mozioni depositate in Parlamento.
Ora, la domanda è: come pensano gli elettori di affidare a costoro il futuro dell’Italia? La credibilità di una nazione non è valutata esclusivamente sui suoi fondamentali economici. Esiste un fattore reputazionale che ha un peso specifico rilevante nella misurazione del capitale effettivo di uno Stato nazionale. È ciò che per le imprese private rappresenta la componente immateriale dello stato patrimoniale.
Se oggi l’Italia paga minori interessi sul debito sovrano, se ha visto crescere la quota degli investitori esteri, è perché il centrodestra ha restituito al mondo - e ai mercati finanziari - l’immagine di una forza stabile e credibile nella conduzione dell’azione di governo.
Viste le premesse, accadrebbe ugualmente con un Governo di centrosinistra? Con chi nello stesso schieramento, tanto per fare un esempio illuminante, è per confermare gli impegni assunti sulle spese per il riarmo in ambito Nato dall’odierno Esecutivo e altri della medesima coalizione graniticamente intenzionati a revocare, una volta al potere, quegli stessi impegni? Sono dubbi più che legittimi perché attengono alla tenuta del Paese.
Immaginate per un momento che tragedia sarebbe per il sistema Italia se, dopo una convinta battaglia sostenuta dal Governo Meloni per ottenere in sede comunitaria una radicale revisione del modello dell’ETS (Emissions Trading System) europeo - strumento di politica ambientale con effetti economici simili a una tassa sulle emissioni perché fissa una sorta di penale in denaro alle emissioni di gas serra e di CO₂, tale da spingere le imprese a ridurre l’inquinamento producendo meno - che sta devastando il nostro apparato industriale, un premer di sinistra andasse in Europa a dire ciò che è testualmente riportato nella mozione presentata ieri l’altro dal Pd, cioè: “Attivarsi nelle sedi istituzionali europee al fine di sostenere il mantenimento dell’ETS come strumento cardine della politica climatica europea; a sostenere, nell’ambito del progetto di revisione in atto del sistema ETS, il mantenimento dell’obiettivo intermedio vincolante della riduzione del 90 per cento delle emissioni nette entro il 2040 e della neutralità climatica entro il 2050”.
Per l’economia nazionale vocata alla manifattura industriale e all’export, il mantenimento tout court dell’ETS sarebbe la fine della crescita produttiva. E questo che vuole la sinistra? Allora nessuna meraviglia se li apostrofiamo con palese disprezzo: antitaliani, nemici dell’interesse nazionale.
C’è un modo piuttosto colorito che gli americani usano per qualificare un interlocutore come inaffidabile. Essi dicono: comprereste una macchina usata da costui? Ebbene, dalla sinistra non compreremmo neanche l’arbre magique da appendere allo specchietto retrovisore. Chiara l’antifona?
di Cristofaro Sola