giovedì 17 settembre 2026
Sassolini di Lehner
Ventinove anni fa la sorte birichina mi fece andare a sbattere su Valter Lavitola. La mia considerazione per quel ragazzo fu subito pari a zero. L’unica sua virtù mi parve, a differenza di altri, il presentarsi davanti a me giammai visibilmente sbronzo. Insomma, lo ritenni intellettualmente mediocre, ma almeno non emanava nauseabonde alitosi alcoliche. La distanza chilometrica gli impedì qualsivoglia tentativo di manipolarmi. Dopo circa tre mesi mi allontanai dall’ambiente lavitoliano, nel quale, del resto, non ero mai empaticamente entrato. In verità, ero allergico a quella gente, famigliola per me insoffribile, dove, peraltro, Valter sembrava contasse meno di altri.
Tale premessa funge da scudo riguardo ad insinuazioni e sospetti, visto che mi accingo a difendere questo poveraccio, un furbastro incauto, imbroglioncello e millantatore, spesso drammaticamente sprovveduto, elevato mediaticamente a mostro di Loch Ness. Eppure, le vongole del Cefalù bistrot non provengono dai laghi scozzesi, anzi neppure si sognano di sguazzare nelle sabbie non salmastre. La dieta ittica, tuttavia, solletica i buongustai come Paolo Mieli, il quale, però, invece del rossore e del silenzio, parla, straparla, allude, annuncia rivelazioni, partecipando, come fosse ancora la belva forcaiola manipulitista anni Novanta, alla gara al massacro. Mi rendo conto, con dolore, che l’informazione è attratta dalle budella insanguinate, dalla cronaca nera più terrificante e che la narrazione giudiziaria appassiona assai, soltanto se amplificata ben oltre il gossip immaginifico.
Attualmente, il bravo giornalista è così legalitario da applicare la legge di Lynch. Così, il mediocre Valter viene descritto come manipolatore, quasi ipnotizzatore, capace di amorosi sensi al tritolo, maneggione, corruttore, evasore, oscuro faccendiere, lucro-colonizzatore in terra d’Africa, capoccia dell’affarone carbon credit, marito fedifrago-adultero-violento, genitore pessimo e picchiatore, punta di un iceberg complottista. Insomma, stando al circo mediatico-giudiziario, un untore, gran spargitore di peste. C’è di più e di peggio: è figlio non di madre ignota, bensì di padre arcinoto. E giù supposizioni inquietanti sul padre, Giuseppe, colpevole d’essere stato un luminare della psichiatria campana, che ebbe l’ingrato incarico di valutare lo stato mentale di boss come Raffaele Cutolo e Michele Senese, denominato non a caso ‘o pazzo, visto che la diagnosi fu “Schizofrenia paranoide, personalità antisociale, ritardo mentale”. Visitando un camorrista meno importante, Luigi Riccio, boss di Ponticelli, Lavitola padre espresse il seguente referto: “Epilessia psicomotoria, deficit intellettivo, alterazioni del carattere”. All’epoca tali valutazioni apparvero oggettive ed in buona fede scientifica.
Oggi, inducono i giornalisti maestri di spettacolarizzazioni a mezzo video o stampa a sospettare Giuseppe, il padre noto di Valter, come associato interno o esterno alla Nuova camorra organizzata. Suvvia, un po’ di pietà per uno imbranato più di Fantozzi, rapinatore di banche con pistola lanciarazzi, mentre Filini brandisce quella da starter. Del resto, la colpa più imperdonabile è un’altra, altro che danneggiare due auto destinate allo sfasciacarrozze. Fu la sua adesione al Psi, evento che fece apparire piuttosto sfiorito il Garofano. Non ha giustificato la pedofilia col diritto all’amore, non ha ammazzato, né ferito e violentato. Non ha neanche infastidito tredicenni. Certo, è italiano, anzi meridionale, non islamico bengalese e neppure simpatizzante di Lgbtqia+, eppure, pur con tali aggravanti alla moda, Rebibbia e gli schiamazzi, minuto per minuto, dell’informazione pettegola gli stanno infliggendo una pena eccessiva.
Ha già pagato a dismisura. Che gli si diano i domiciliari e lo si liberi dopo qualche settimana trascorsa, tutto casa e chiesa massonica, in quel di Lucania. Le persone perbene, magari dotate di buon senso ed acume, giustamente preoccupate, gravate dalla confusione, ispirate dal Dubito, ergo sum, talora tentate di scendere da questo pazzo pazzo mondo, si domandano: dov'è la logica della mostrificazione di un personaggio di levatura da eroe da fumetto Tnt, addirittura inferiore a Superciuk, il paradossale spiritoso cattivone, che rubava ai poveri per dare ai ricchi e non a Clesio Tavares Gomes?
Perché mai The Lavitola story deve avere più spazio di guerre, stragi, crisi economica, stretto di Hormuz, carburanti alle stelle, Guido Crosetto para bellum, ciclone Vannacci, inflazione, addirittura più del titillante, infinito, eterno, incessante, ben oltre Beautiful, show di criminologi, opinatori, avvocati, pontificatori, chiacchieroni taglia e cuci sul caso della povera Chiara Poggi? Certo, deve almeno far ragionare la tragicommedia degli iscritti all’Ordine, impegnati, anima e corpo, nell’ermeneutica dell’Odi et amo tra le cime tempestose fruscianti da Viale dei Quattro Venti, 51 sino a Campo Ascolano. E meno male che Valter non ha mai abitato in via Poma a Roma.
L’Intelligenza artificiale possiede la diabolica potenzialità di mangiare, masticare e digerire l’umanità? Chissenefrega se noi, disgraziati posteri di Eva e Adamo, finiremo nell’esofago della figliastra cannibale AI sotto forma di bolo alimentare. Il problema dei problemi, il misterioso pericolo che ci trafigge il cuore sembra celato soltanto all’interno della love story Ranucci-Lavitola. Se siamo ridotti così, sarà meglio scendere da questo mondo rincitrullito iscritto all’Ordine alle vongole.
di Giancarlo Lehner