giovedì 17 settembre 2026
Cosa sia il neoliberismo in Italia ce lo dovrebbero spiegare. Magari dovrebbero farlo dal Nazareno, dalla sede nazionale del fu “Partito delle banche”. Noialtri, liberisti, sappiamo di esserlo. Sappiamo che significa teoricamente, sappiamo cosa vorremmo praticamente nei meandri dei nostri desiderata. Ma nel concreto, nella Repubblica sovietica italiana, cosa dovrebbe essere il neoliberismo, questo sconosciuto di cui bofonchia Schlein?
Lei non ha dubbi e dal palco della Festa dell’Unità di Reggio Emilia, constata l’inconsistenza propagandistica della solita solfa ribollita del “fascismo”, si scaglia contro questo nuovo temibile nemico: il cattivo e fallimentare neoliberismo che, testualmente, “ha fallito e ha mostrato la sua insostenibilità dal punto di vista economico, sociale, ambientale”. Un tenore argomentativo che mi rimanda alle occupazioni liceali, quando qualche fricchettone se ne riempiva la bocca per far la figura del finto rivoluzionario e – puntualmente – dopo la maturità si riscopriva cultore del mercato dello svapo elettronico, in abito e scarpa lucida al rientro dalle vacanze bene, alle reunion aziendali dove l’ego eclissa la coscienza di classe marxista che nel sistema collettivista spostava l’attenzione dall’io al noi.
Una retorica degenerata che in Italia è caccia al fantasma, in assoluto è la crocifissione di Gesù al posto di Barabba. Probabilmente non sa di cosa parla, la Schlein: si sente messa alle strette, in una coalizione che litiga su tutto e in cui non tocca palla; e per questo le prova tutte, arrivando a stuzzicare l’appetito dei diciottenni rivoluzionari che presto pagheranno sulla propria pelle le conseguenze di anni di statalismo sfrenato in cui intere generazioni sono cresciute col mito del posto fisso negli enti pubblici.
Come ad una convention di Rifondazione Comunista, Schlein si scaglia contro il sistema che le vale il suo personale benessere economico e lo fa nel Paese in cui gli imprenditori - quelli che creano la ricchezza delle nazioni e mandano avanti la baracca - sono visti come il male assoluto. Un paese in cui l’opposizione insorge se il governo di centrodestra si permette di alzare la soglia del regime forfettario per far respirare i vessati per antonomasia, le partite iva. Un paese in cui chi fa impresa è un eroe assoluto, forse un buon samaritano stritolato dalle lungaggini burocratiche, dalla lumaca giustizia e dall’invidia sociale con la vocazione di diventare il bancomat di Stato; un paese in cui il più liberista degli schieramenti ha un posto riservato nel partito unico della spesa pubblica, che unisce tutti attorno alla passione del litigio sul come spendere le risorse, pur di utilizzarle come strumento di consenso politico. Spesa, spesa, solo spesa. 1.200 miliardi all’anno, a fronte di un debito pari al 140 per cento del Pil che produce una crescita reale in punti percentuali dello zero virgola. Un Paese in cui mai nessuno vince le elezioni promettendo tagli e alleggerimenti: vince sempre e solo chi fa la lista del supermercato; un Paese in cui il cuneo fiscale grava endemicamente sulle spalle dei lavoratori ma soprattutto delle imprese che non riescono ad assumere; un Paese in cui l’aliquota fiscale di chi ha lo stipendio lordo di 2.500 euro è la stessa di quella che a Parigi scatta per chi ce l’ha di 8.000; un Paese che non mette al centro dell’agenda la ricetta per sostenere il sistema benché abbia un macigno sul groppone: la produttività.
Un Paese in cui la motosega di Milei è oltraggio, “Afuera” è blasfemia, ma non ci si indigna se un governo autodefinito “del popolo”, quel popolo lo affossa creando il più grande buco di bilancio della storia repubblicana (240 miliardi di euro) partorito per rifare i tetti del 4 per cento delle case della popolazione più ricca con le tasse dei ceti più deboli e spacciare per politiche attive del lavoro le mancette di Stato che sostituivano i redditi da lavoro contrattualizzato, uccidendo le imprese che cercavano forza lavoro e incentivando il lavoro nero. Ergo circa 10.000 euro di debito per ogni lavoratore italiano con un paio di provvedimenti firmati in 5 minuti.
Purtroppo per noi Smithiani e Hayekiani, “neoliberismo” e “Italia” non stanno nella stessa frase. E siamo ben consci che la nuova ossessione di cui ciancia Schlein altro non è che una declinazione in chiave economica del malato immaginario di Molière. Neoliberismo significa più libertà economica, più impresa, più concorrenza, più mercato. Significa privatizzazioni, deregolamentazione, taglio della spesa pubblica, politica fiscale favorevole ad imprese e cittadini.
Il neoliberismo è l’applicazione di Reagan e Thatcher: meno Stato, più mercato. Che inevitabilmente significa uno Stato minimo più efficiente, che faccia poche cose (e bene). Invece siamo settantatreesimi al mondo per libertà economica, dopo Armenia, Vietnam e Mongolia. Praticamente l’Unione Sovietica.
Lo Stato è il maggior azionista dell’economia nel sistema Paese in cui l’assistenzialismo elevato a sistema genera un mostro sulle spalle dei contribuenti: più della metà degli italiani ricevono dallo Stato più di quanto paghino in tasse. E chi paga per una partita che inizia già in deficit? Chi si prende i fischi in campo in una partita in cui parti già 3 a 0 sotto? Le povere vittime sacrificali (ed inconsapevoli) della cultura statalista: i cittadini, i contribuenti attaccati al mito dello Stato datore di lavoro, assicurazione di vita e fondo pensionistico. Insomma, attaccati al carnefice.
Questo è il fallimento del neoliberismo in Italia, Elly? Se non crei ricchezza, distribuisci povertà. L’unico fallimento del neoliberismo in Italia è quello di non esistere. Ed è colpa di chi, come te, cavalca retoriche vecchie ed anacronistiche da lotta “ai padroni”.
di Francesco Catera