venerdì 28 agosto 2026
Sassolini di Lehner
Non ho niente contro Sigfrido Ranucci. Certo, ritengo temerario apprezzare l’intelligenza di quanti si fanno imbambolare da Valter Lavitola. Tuttavia, sostengo virilmente quanti si ergono tosti e duri a drudi militanti e penetranti. Peraltro, mi addolorano i danni arrecati dai bombaroli a due auto senza assicurazione per atti vandalici e incendio e destinate allo sfasciacarrozze, posteggiate, guarda caso, presso la villetta di Campo Ascolano. Inoltre, non lo considero colpevole di nulla, tanto più che l’ottundimento, quand’anche prolungato ed in foggia di manipolato verticale, non configuri giammai reato. Mi dispiace, perciò, che sia stato condannato a una pena terrificante con sentenza passata in giudicato.
No, non mi riferisco alle giurie popolari, alle corti d’Appello e alla Cassazione. Per una volta, visto che non si trattò di Salvatore Gallo, di Enzo Tortora, di Bettino Craxi, di Silvio Berlusconi – ne cito quattro su migliaia – la casta faraonica togata non s’è distinta per giustizia manifestamente ingiusta. Si segnalò soltanto per l’impudica standing ovation a Ranucci, eroe del “No” al referendum (chissà se quel “No” non gli ricadrà lavitolianamente addosso?). Nel nostro caso, il condannatore, forse più implacabile e spietato di Andrej Januar’evič Vyšinskij e di Palmiro Togliatti, rispettivamente versus Nicolaj Bucharin e Antonio Gramsci, ha nome di
Danilo Toninelli. Infatti, l’ex ministro grillino ha stigmatizzato, una roba quasi da 41 bis, Sigfrido (“avrei preferito sentirgli dire una cosa molto semplice: ho sbagliato a costruire un rapporto di amicizia così profondo con Valter Lavitola”). Gli ha comminato, in aggiunta, l’ergastolo, esortandolo al “percorso interiore”, sotto la guida di uno psicoterapeuta, magari di daniliana fiducia.
Ecco, dunque, la pena, anzi la gogna disumana, altro che la presunta “character assassination”, lamentata a matula dall’amico fraterno di Valter, nella fattispecie di rimbrotto e di consiglio da parte di uno stralunato che i savi romanacci definirebbero sempre e soltanto “gran cazzaro”. Nessuno al mondo, prima di Ranucci, si beccò tanti irrituali colpi al basso ventre, quasi più che torture, ovvero ramanzine e psicologismi itineranti, dal più acclamato e conclamato cazzeggiatore d’Italia.
Per mettere a fuoco il crudele, inumano giudice di Sigfrido, è sufficiente ripercorrere soltanto alcune, tra le tante minchiate partorite dalla boccaccia di Toninelli. Presentando l’aspirante pentastellato alla guida della Regione Emilia-Romagna, proclamò: “Sono veramente felice di essere presente col nostro candidato presidente Daniele Zanichelli”. In verità, fu minima la felicità del candidato, il cui vero nome era ed è Simone Benini. Come ministro delle Infrastrutture, rivolse la seguente idiota domanda: “Sapete quante delle merci italiane, quanti degli imprenditori italiani utilizzano con il trasporto principalmente ancora su gomma il tunnel del Brennero?” Difficile rispondere a siffatto contaballe, visto che non esisteva e non esiste alcun tunnel autostradale del Brennero. Certo, bisognerebbe sottoporre a rigoroso controllo il Qi di quell’oltre 33 per cento di italiani che spedirono Danilo al governo. La sovranità, infatti, dovrebbe appartenere al popolo, non alla folla oceanica psicotica e rimbecillita. Da Adolf Hitler a Toninelli il passo oceanico, dal tragico al ridicolo, è breve.
Oltre che meno scolarizzato di una capra rustica tibetana, il torturatore seriale di Sigfrido è pure smemorato, non di Collegno, ma di stagionatissimo legno. Si scagliò contro la Lega, adducendo come “prova del malgoverno leghista gli aumenti dei pedaggi autostradali”, ad esempio, nel Veneto. Eppure, dimenticò che fu proprio lui, il governante cazzaro, a firmare gli aumenti delle tariffe venete. Si spacciò anche per ecologista e fautore del green deal, esclamando: “Avanti con l’elettrico”. Purtroppo, Danilo, in versione verde falso-pisello, aveva appena acquistato una Jeep Compass diesel, veicolo fortemente inquinante, al punto d’essere colpito dall’ecotassa. Fra le varie sciocchezze ricamate sul funesto crollo del ponte Morandi, costato 43 vittime, spicca quella sulla ricostruzione: “L’obiettivo non è solo quello di rifare bene e velocemente il ponte Morandi, ma di renderlo un luogo vivibile, un luogo di incontro in cui le persone si ritrovano, in cui le persone possono vivere, possono giocare, possono mangiare”.
I genovesi, sani di mente e più previdenti di Danilo, si sono guardati bene dal risiedere stabilmente, giocando e mangiando, sul viadotto sito a 45 metri da terra. Dopo l’estrema, penosa onta toninelliana, purtroppo passata in giudicato, egregio Sigfrido, non posso che esternarti affetto, compatimento e solidarietà. Come o addirittura più di Lavitola e dei mitili ignoti iscritti all’Ordine dei giornalisti. Nulla offende e condanna più sanguinosamente dell'interessamento, delle critiche e dei consigli dei cazzari conclamati. A te è capitato anche questo, esimio Sigfrido. Coraggio!
di Giancarlo Lehner