Il Pd e il cappio dell’unità

mercoledì 26 agosto 2026


Il Partito Democratico sta lentamente smarrendo la propria identità politica, sacrificandola sull’altare di un’unità che, nel campo largo, sembra tradursi sempre più in subalternità. Da un lato ci sono i numeri, impietosi ed evidentissimi, dei sondaggi, che vedono il Pd attestato su percentuali quasi doppie rispetto a quelle del Movimento 5 Stelle. Dall’altro, però, si assiste alla surreale coreografia di un’alleanza nella quale il principale partito della coalizione abdica metodicamente al proprio Dna politico per accodarsi, in modo sempre più evidente, alle posizioni di Giuseppe Conte e del suo Movimento.

Mentre il cosiddetto campo largo si trascina faticosamente verso l’attesissimo appuntamento delle primarie, la segreteria di Elly Schlein sembra essersi rifugiata nella confortevole, ma sterile, palude dell’ambiguità. Nel nome di un’unità a senso unico, invocata come dogma assoluto per contrastare Giorgia Meloni e il centrodestra, i dem sembrerebbero aver smesso di rappresentare il polo riformista, moderato e pragmatico della coalizione. La metamorfosi dem appare dunque compiuta: anziché guidare l’alleanza con la forza della propria storia e del proprio consenso, il Pd rischia di ridursi a semplice megafono del populismo grillino.

La questione, tuttavia, non si esaurisce nel solo perimetro dei consensi, ma affonda le radici in una più profonda crisi identitaria. Una forza a vocazione maggioritaria dovrebbe dettare l’agenda del Paese sui grandi temi del nostro tempo  ̵  dallo sviluppo economico al lavoro, dalla giustizia ai diritti civili  ̵  proponendo una visione di respiro europeo e una solida cultura istituzionale. Al contrario, la linea del partito sembra subire passivamente l’agenda pentastellata proprio sui dossier più delicati: dal giustizialismo più intransigente alle ambiguità sulla politica estera e sul rapporto con l’Alleanza atlantica. Ogni volta che sarebbe necessario marcare una netta discontinuità garantista, liberale e riformista, sembra prevalere la scelta del profilo basso, per non turbare il pretenzioso socio di minoranza.

Il prezzo di questa strategia di appiattimento è altissimo e lo paga, in prima persona, proprio Elly Schlein, la cui subalternità politica al leader del M5S appare sempre più evidente agli occhi di osservatori ed elettori. Ma a pagare il conto più salato è l’intera coalizione e l’idea di un’alternativa di governo credibile che questa vorrebbe rappresentare. Un’opposizione che rinuncia alla propria autonomia in nome dell’unità a tutti i costi non fa paura alla maggioranza: finisce, al contrario, per legittimarla, trasformandosi in una forza capace soltanto di alzare la voce, ma priva di un’autentica cultura di buongoverno.

Se davvero il centrosinistra punta a contendere all’attuale coalizione di governo la guida del Paese nei prossimi appuntamenti elettorali, il Partito Democratico ha il dovere morale e politico di ritrovare la propria autonomia. L’unità della coalizione non può e non deve trasformarsi in un cappio identitario capace di strangolare la storia e i valori della tradizione riformista.


di Salvatore Di Bartolo