Il tramonto del grillismo: tra faide, veleni e irrilevanza

giovedì 30 luglio 2026


C’era una volta un Movimento che pretendeva di incarnare la rivoluzione. Prometteva di “aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno”, di abbattere i privilegi della casta, di restituire la politica ai cittadini. Oggi, di quella spinta originaria resta ben poco: un leader impegnato in una guerra permanente con il fondatore e un ex tribuno incapace perfino di raccogliere le firme necessarie per dare corpo alla propria iniziativa politica.

Le parole con cui Beppe Grillo è tornato ad attaccare Giuseppe Conte sono il sintomo più evidente di una crisi che non è soltanto personale, ma identitaria. Il fondatore accusa il Movimento di aver smarrito la propria natura, di essersi trasformato in un partito di palazzo, popolato da quei professionisti della politica contro i quali era nato.

È una critica tanto feroce quanto paradossale, perché arriva proprio da chi quel sistema lo ha costruito e alimentato negli anni del consenso. Le tensioni tra Grillo e Conte, culminate ormai in una battaglia sul simbolo e sull’eredità politica del Movimento, certificano la fine di un progetto che aveva fatto della compattezza e dell’antipolitica la propria cifra distintiva.

Ma c’è un altro dato che racconta il declino del mondo grillino. Alessandro Di Battista, per anni considerato il custode dell’ortodossia movimentista, il volto più radicale e intransigente del grillismo delle origini, si è scontrato con una realtà molto diversa da quella evocata nei talk show o sui social. Il tentativo di rilanciare una mobilitazione attraverso il referendum si è arenato già nella fase preliminare: non è riuscito nemmeno a costruire quella rete di consenso necessaria per raccogliere le firme richieste. Un fallimento politico prima ancora che organizzativo, che fotografa la distanza tra la nostalgia di una stagione ormai conclusa e la capacità di incidere nel presente.

È la dimostrazione che il grillismo non dispone più né di un popolo né di una prospettiva. Conte prova a trasformare il Movimento in una forza politica tradizionale, interlocutrice stabile della sinistra e del cosiddetto campo largo. Grillo continua a evocare lo spirito originario, denunciando il tradimento della rivoluzione. Di Battista tenta di riproporre l’antica retorica antisistema, ma senza trovare seguito.

Tre anime, tre strategie, un unico risultato: la frammentazione.

Il paradosso è evidente. Il Movimento che predicava la democrazia diretta è ormai prigioniero di scontri personali. Quello che prometteva di superare i partiti è diventato un partito come gli altri, con l’aggravante di una lacerazione interna permanente. E chi si proponeva come alternativa al sistema oggi consuma tutte le proprie energie in una guerra per il controllo di simboli, ricorsi e leadership.

La parabola del grillismo sembra così avviarsi alla sua conclusione naturale. Non per effetto dell'attacco degli avversari politici, ma per l’incapacità di definire una missione comune dopo l’ingresso nelle stanze del potere. La protesta è diventata gestione, il movimento si è fatto apparato e i rivoluzionari hanno scoperto, come osserva amaramente lo stesso Grillo, il fascino dei palazzi.

Se anche il fondatore certifica la perdita dell’identità originaria e il principale interprete del grillismo duro non riesce a mobilitare i cittadini, il messaggio è chiaro: non siamo davanti a una crisi passeggera, ma alla lenta dissoluzione di un fenomeno politico che ha segnato un’epoca e che oggi appare incapace perfino di riconoscere sé stesso.


di Salvatore Di Bartolo