Turisti della democrazia

venerdì 17 luglio 2026


Sinistra e franchi tiratori contro le preferenze

Era l’estate del 2003 quando Silvio Berlusconi, rivolgendosi all’europarlamentare tedesco Martin Schulz, capogruppo socialdemocratico al Parlamento europeo, utilizzò per la prima volta una formula descrittiva di un certo qual modo ˗ a geometria variabile ˗ di intendere la coerenza sui principi fondamentali e regalò un grimaldello concettuale rivelatore agli appassionati liberali che masochisticamente si lasciano perplimere dai controsensi ideologici dei kompagni: “Siete turisti della democrazia”.

Questa settimana i banchi della Camera dei deputati ce ne ha regalato esemplificazione. Ci sono immagini che valgono più di cento dichiarazioni d’intenti, più di ogni lezione di democrazia impartita dai professionisti della morale pubblica. Non dimenticate mai questa fotografia; fermatela nella memoria. Ricordate quei volti, ricordate gli applausi; ricordate le urla di gioia provenienti dai banchi della sinistra, a Montecitorio, in festa come se avessero vinto la Coppa del Mondo. Festeggiavano l’affossamento dell’emendamento 1.077 alla legge elettorale che avrebbe restituito agli italiani il diritto di scegliere i propri parlamentari. Festeggiavano il mantenimento di un sistema a listini bloccati nel quale sono le segreterie di partito, e non gli elettori, a decidere chi entrerà in Parlamento.

La misura fortemente voluta da Giorgia Meloni avrebbe introdotto un sistema misto con capolista bloccati e preferenze per gli altri candidati. Non aboliva completamente “i nominati” ma ne riduceva drasticamente il numero. Restituiva qualche potere agli elettori e ne sottraeva un po’ alle segreterie. Ed evidentemente questo è inaccettabile per i tanti che oggi siedono in Parlamento grazie a una firma e non grazie ai voti raccolti sul territorio tra gli elettori.

La reintroduzione delle preferenze (che avrebbe disarcionato molti deputati dal loro seggio) è stata bocciata per un solo voto: 188 contrari contro 187 favorevoli. La maggioranza ha pagato l’alto tradimento di una trentina di franchi tiratori, un problema politico serio che nessuno può nascondere; ma accanto ai trenta Giuda trincerati dietro il voto segreto ce ne sono stati altri centocinquantotto che, esultando in faccia agli italiani, si sono infischiati anche della segretezza per questa meschinità (perdendo una buona occasione per salvare la faccia).

Per anni hanno costruito una narrazione fondata sulla prerogativa della partecipazione, sull’ascolto dei cittadini, sulla crisi della rappresentanza, sulla necessità di ricucire il rapporto tra eletti ed elettori. Evidentemente verba volant: quando si è presentata l’occasione concreta per fare un piccolo passo in quella direzione, hanno fatto esattamente il contrario e le parole sono rimaste nei manifesti.

Contra factum non valet argumentum. Poi ci si stupisce dell’astensione, si organizzano tavole rotonde per capire perché sempre meno italiani vadano a votare, si invitano sociologi e sondaggisti per analizzare il malessere democratico. La risposta è tutta racchiusa in quella fotografia. Hic et nunc. E di politico, in quel voto, c’è poco: non regge in nessun modo la giustificazione dell’opposizione secondo cui l’emendamento sarebbe stato scritto male. Se davvero fosse stato un problema tecnico, sarebbe bastato correggerlo. Presentarne uno diverso, migliorarne il testo, senza rinunciare al principio. Nulla di tutto questo è stato fatto: il problema, a prescindere dalla prova di compattezza della coalizione pronta a cavalcare il dissidio interno che il voto contrario di qualche mela marcia avrebbe causato in maggioranza, non era il testo scritto ma ciò che avrebbe prodotto.

Quei festeggiamenti resteranno un’immagine meschina perché hanno applaudito alla conservazione di un sistema che sottrae potere agli elettori. Il Partito Democratico continua a chiamarsi democratico; il Movimento 5 Stelle continua a richiamarsi alla democrazia diretta (una volta addirittura sceglieva i candidati e le posizioni politiche con un clic su piattaforma, promettendo di aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno). Quando però si è trattato di lasciare agli italiani la possibilità di scegliere un nome oltre al simbolo, entrambi hanno preferito lasciare tutto com’era.

Si sono ancorati allo scranno; gli stessi che parlano di crisi della politica, di distanza dalle persone, di sfiducia nelle istituzioni. Parafrasando Guccini, abbiamo visto i buffoni che campano di versi senza forza: avranno poltrone e gloria ma di certo non la scorza.

È difficile immaginare una contraddizione più grande. Così come è difficile prendere sul serio chi, dopo quella votazione, è arrivato perfino a invocare una crisi di governo fingendo di ignorare che una maggioranza non cade perché perde un emendamento e che un governo non viene sfiduciato senza una mozione di sfiducia. Ma, evidentemente, anche diritto e prassi parlamentare diventano un’opinione quando serve alimentare la polemica.

Ricordate chi applaudiva mentre veniva respinta una proposta che restituiva agli elettori una parte del potere di scegliere i propri rappresentanti. Ricordate quella fotografia perché racconta da che parte stava ciascuno. La partita è tutt’altro che chiusa.

Al Senato, in tema di legge elettorale, il regolamento non consente il ricorso al voto segreto. Tradotto: hic Rhodus, hic salta. Se, come appare probabile, l’emendamento verrà ripresentato durante l’esame del provvedimento, ogni senatore dovrà votare alla luce del sole. Nessuno potrà nascondersi dietro il paravento dell’anonimato. E per questo è ragionevole immaginare un esito diverso. Così, chi alla Camera stappava lo spumante, rischia di aver festeggiato con largo anticipo. Anche perché c’è un dettaglio che rende la scena particolarmente divertente: dopo aver brindato all’affossamento delle preferenze, a distanza di un paio di giorni gli stessi partiti del campo largo hanno perso il sorriso davanti allo Stabilicum approvato dalla Camera. O tempora, o mores! L’euforia si è dissolta con una rapidità sorprendente. Niente cori, nessun applauso: il silenzio è tornato rapidamente ad occupare i banchi dell’opposizione. Sic transit l’entusiasmo dei festeggiamenti.


di Francesco Catera