Giorgia e Donald: cuori nella tormenta

mercoledì 8 luglio 2026


Il circo mediatico nostrano è incredibile. È sorprendente come riesca a manipolare la realtà facendo apparire vitali situazioni che andrebbero derubricate a irrilevanti sfumature, se non a gossip e come, viceversa, riesca a nascondere problemi veri, giganteschi, della nostra condizione in questo tempo storico di grandi rimescolamenti dell’ordine mondiale.

Tutti gli occhi sono puntati su Donald Trump e su come si sta comportando con Giorgia Meloni. Allora, tratteniamo il fiato fino all’ultimo istante del vertice Nato in corso ad Ankara.

Ieri, durante la cena di gala, alla quale entrambi i leader hanno partecipato seduti allo stesso tavolo, almeno non solo volati i piatti. Oggi, invece, “Cavallo pazzo” Donald cosa le dirà, cosa le farà? Ma cosa volete che le faccia, mica la può menare. Siamo seri. C’è crisi tra i due leader, inutile negarlo. Tuttavia, la questione s’inquadra interamente nella natura e nella qualità dei rapporti politici ed economici che il presidente Usa pensava di aver instaurato con la sua più affidabile alleata ‒ l’Italia, non Giorgia Meloni – ma che alla prova dei fatti si sono rivelati deludenti.

Tutto ruota intorno alla vicenda degli investimenti europei per il riarmo. Trump non si limita a pretendere dagli alleati del Vecchio continente una maggiore responsabilizzazione nel sostegno all’organizzazione atlantica chiedendo a ciascun membro di raggiungere la quota del 5 per cento del Pil nazionale in spesa per la Difesa (cosa sulla quale ha ragione da vendere).

Il punto nodale, che sta a cuore al capo della prima potenza geostrategica al mondo, risiede sì nella necessità che gli europei acquistino armi, ma armi statunitensi. Perché tanta pressione da Donald sugli alleati? Semplice: perché lui è il presidente degli Stati Uniti, non della Germania o della Francia e neanche della piccola Italia. E cosa fa il presidente Usa? Innanzitutto, gli interessi del suo apparato produttivo. E di chi altri, sennò? Non c’è niente di sbagliato nella sua pretesa, come non c’è nulla di scandaloso ‒ magari intempestivo visto l’andamento eccellente del nostro export negli Usa ‒ nel dire, come ha fatto il ministro della Difesa Guido Crosetto: keep calm, se c’è da spendere soldi in armi, lo facciamo per acquistare prodotti italiani, fatti da aziende italiane del settore.

Nessuno ha torto, ma proseguendo su questa falsariga è inevitabile che si finisca a fare a sportellate tra vecchi amici. Si potrebbe concludere dicendo: è l’interesse nazionale bellezza! E qui veniamo alla nota dolente: la geopolitica è la tomba della retorica sull’esistenza di un’internazionale sovranista. Quando sono in ballo gli interessi concreti addio alle grandi visioni comuni, alle alleanze indistruttibili, ai sacri giuramenti di fedeltà imperitura, alle fantasie immaginifiche su ponti da difendere e puntellare per tenere insieme qualcosa che finisce per esistere solo nella narrazione fiabesca di un mondo ideale che non esiste.

Come altrimenti spiegare le tante, troppe, retromarce del grande fratello americano dai teatri di guerra da lui innescati e surriscaldati in nome degli eterni valori condivisi della libertà, della democrazia, della civiltà? Vietnam, Iraq, Afghanistan e oggi Iran.

E che dire dei voltafaccia riservati anche a storici alleati degli Usa, per abbracciare e corteggiare autentiche canaglie sparse per il globo? Chiodi che restano conficcati nella carne viva di un Occidente che, dopo la Seconda guerra mondiale, ha erroneamente creduto di poter modellare il futuro del mondo e dell’umanità a propria immagine.

Alla prova dei fatti, l’unica cosa che conta sono gli affari che si fanno e quelli che si perdono. Come se ne esce? In genere, cercando un’intesa che non penalizzi eccessivamente il contraente più debole, che non è mai lo “zio Sam”, il quale, dall’ascesa di Donald Trump alla Casa Bianca, ha smesso di essere il compratore di ultima istanza delle produzioni manifatturiere del resto del mondo. La filosofia dell’uomo vocato all’art of deal? “Tu compri i miei prodotti e io mi impegno a comprare un po’ dei tuoi, così siamo tutti contenti”.

Segnatamente, sulla relationship Usa-Italia: se io Donald permetto che a casa mia la gente faccia incetta dei tuoi formaggi e dei tuoi vini, tu Giorgia devi consentire che le tue truppe si dotino delle armi che fabbricano le mie aziende e che, peraltro, sono le migliori. È evidente che se poi il ministro italiano della Difesa, a proposito del programma di acquisto delle armi da destinare all’Ucraina, fa lo splendido dichiarando di non aderire al Prioritised Ukraine Requirements List (Purl) statunitense ma di voler fornire all’Ucraina i sistemi missilistici di difesa aerea Aster prodotti da MBDA, consorzio formato da aziende italiane, britanniche e francesi della Difesa, a Donald Trump sale il sangue alla testa e reagisce da zoticone nei riguardi della premier italiana.

Siamo pronti a scommettere che se Giorgia Meloni dichiarasse di essere pronta a fare acquisti di armi in Usa, tornerebbe a essere la cara, bella ragazza che Trump magnificava fino a qualche tempo fa. È tutta lì la questione: business is business, dietrologia e psichiatria non c’entrano un fico secco.

Per comprendere la realtà bisogna lasciar perdere le chiacchiere, che abbondano nei talk show e straripano dai commenti dei “dotti” opinionisti, e leggere le dichiarazioni giuste, cioè di quei personaggi d’apparato che governano la macchina degli Stati da dietro le quinte.

Qualche giorno fa l’ambasciatore statunitense presso l’Alleanza Atlantica, Matthew Whitaker, non l’ha mandata a dire ai partner Nato. Per l’uomo di Trump nell’organizzazione Atlantica vi sono nazioni da promuovere a pieni voti­­ ‒ Polonia, scandinavi, baltici e Germania – non solo perché si accingono a raggiungere la soglia concordata del 5 per cento del Pil per le spese della Difesa, ma soprattutto perché comprano americano.

Ce ne sono altri invece a cui Whitaker tirerebbe volentieri le orecchie. E, secondo voi, a chi era destinata la sua doglianza? Non bisogna essere indovini per immaginare che ce l’avesse con gli italiani. La Germania mette sul tavolo mille miliardi di euro d’investimenti per riarmarsi mentre in Italia assistiamo al teatrino della maggioranza che litiga perché non sa se prendere o no i denari messi a disposizione dalla Ue nell’ambito del Safe, il programma di assistenza finanziaria per implementare la sicurezza in Europa.

E cosa fa Giorgia Meloni per cavarsi d’impaccio? Un’ideona: chiedere alla Commissione di accedere ugualmente ai denari messi a disposizione, ma per farci altro. Speriamo che sia stata solo una boutade e che non vi sia realmente l’intenzione di portare avanti una simile proposta perché, in tal caso, il rischio di farsi ridere dietro dagli interlocutori comunitari sarebbe altissimo.

Quindi, di cosa stupirsi se Trump fa il cafone via social con la nostra premier? Non si può pretendere di essere sempre noi i furbi della compagnia; prima o dopo accade che arrivi qualcuno che ti dica a brutto muso: non puoi avere la botte piena e la moglie ubriaca. Può essere sgradevole. Ma è così che va la vita, a nessuno piace sentirsi preso per i fondelli. Che poi questo qualcuno reagisca in modo inaccettabile e volgare, è un altro paio di maniche.

Certo, anche a noi, a sentire trattare in modo insultante la nostra presidente del Consiglio, è venuta voglia di assestare una pedata nel sedere al newyorkese se solo avessimo avuto a tiro il suo deretano presidenziale. Ma dobbiamo essere realisti: se imposti la tua politica in campo internazionale informandola al gioco delle tre carte devi mettere in conto che a qualcuno possa non stare bene e che ti faccia volare in aria il banchetto che hai allestito per mettere in scena il tuo gioco d’azzardo.

Morale della favola: vogliamo il rispetto degli amici e dei nemici? Cominciamo a fare scelte serie e coraggiose, anche se queste dovessero costare qualche punto di gradimento nei sondaggi settimanali. Compriamo le armi che servono, italiane o americane conta relativamente perché ciò che vale è che siano efficaci e tecnologicamente avanzate.

La difesa della patria non la si fa mettendo fiori nei cannoni ma proiettili Vulcano Guided Long Range (VGLR) da 155 mm, realizzati dalla nostra Leonardo Group s.p.a.. Non saranno belli e profumati come lillà e ciclamini, ma fanno a meraviglia il lavoro per il quale sono stati concepiti.


di Cristofaro Sola