martedì 7 luglio 2026
Si capisce che Leone XIV voglia smarcarsi da mr. president Trump, e così dare una identità forte ai cattolici americani. Ma questo tentativo ha a che vedere con la sociologia o la politica e persino col proselitismo, piuttosto che con Gesù Cristo. Vito Mancuso ha rivolto fervidi encomi alle ultime dichiarazioni e all’enciclica del Papa yankee e agostiniano. Mancuso è un teologo atipico, che non crede alla fede ma ai santi storici di un’etica divina. In quanto filosofo ha avuto illuminazioni importanti, come la riscoperta del pensiero di Confucio. Ha confrontato il pensiero di grandi illuminati, scegliendo Socrate, Buddha, Confucio e Gesù (I quattro Maestri, Milano 2020). Ma Gesù non è come gli altri tre, legati alla Terra e privi di escatologia e di una via di una fuga dalla materia e dalla gravità umane.
L’Etica di Vito Mancuso è una via maestra per la società umana, ma non è Starship, il missile lanciatore di navicelle spaziali creato da SpaceX. L’Etica riguarda i “giorni difficili” dell’esistenza, non quella scienza dell’invisibile in cui scienza quantistica e fede si incontrano nel superare i confini della logica terrestre, del nostro orizzonte di eventi. Viviamo in un mondo in cui tutti credono di trovarsi ancora in un universo newtoniano, governato da un tempo lineare e dalla forza di gravità. Dove Albert Einstein non è mai nato, e nemmeno Kurt Gödel o Niels Bohr o Werner Heisenberg. La fede cristiana però non è una riedizione della teologia politica alla Jorge Mario Bergoglio. Non è nemmeno l’Etica di Mancuso (Etica per giorni difficili, Milano 2022). È un percorso alla rovescia rispetto alla logica della certezza e alle certezze della logica. È un dubbio metodico di ogni di noi su se stesso. È la ricerca non superficiale del Bene, un tentativo di fuga continuo dalla Alcatraz dei piccoli e dei grandi mali.
Nell’ultima fine settimana Mancuso su La Stampa ha rivolto un Gloria a quello che ha definito uno dei migliori discorsi di tutti i papi che si sono succeduti al soglio di San Pietro in quasi 2.000 anni. Peccato che la lettera enciclica Magnifica humanitas di Papa Leone dedicata all’Intelligenza artificiale (e non solo), abbia delle luci (non rifare la Torre di Babele, la Città di Dio e quella degli uomini) ma ricada anche nel vizio di restare ancorata alla politica sociale della chiesa cattolica. Perché l’umanità commette catastrofi in continuazione, se sceglie di restare da sola. L’antropologo Yuval Noah (nomen omen) Harari nel suo saggio Sapiens, da animali a dei (2011) è esplicito. L’umanità in circa un milione di anni ha compiuto tre grandi rivoluzioni. Quella cognitiva, in primis, con la quale il Sapiens ha sviluppato un pensiero simbolico, con un linguaggio in grado di significare simbolicamente cose che non sono a contatto con chi sta comunicando, o che sono invisibili e immaginarie.
La rivoluzione agricola, che ha peggiorato la quantità e condizioni di lavoro per ottenere cibo, e aumentato l’impatto umano sulla natura. Gli umani hanno il vizio congenito di consumare tutte le risorse di un territorio dato, dopo di che – tramite la guerra oppure con la scoperta di nuove terre – andare altrove, e ricominciare da capo a consumare il territorio ottenuto. In poco tempo in tutte le Americhe sono spariti i grandi quadrupedi, bovini, equini. I sopravvissuti, Aztechi o Maya, hanno sviluppato grandi civiltà ma con una carenza spaventosa di proteine, tanto da dover ricorrere al cannibalismo (rituale e reale). Poi è arrivata la terza rivoluzione, quella industriale. Quella della Magnifica humanitas. Leone XIV ha ragione: la tecnologia (e il capitalismo, ma non il socialcomunismo) sono Magnificenza e un dono divino (Libro dei Proverbi, capitoli 1 e 2). Guai a essere luddisti. Ma, se l’umanità è come le cavallette geneticamente volta alla consunzione di territori, hanno ragione materialisticamente e algoritmicamente Elon Musk e la Nasa a cercare la via di fuga nello spazio, dopo che siamo arrivati ben oltre Finisterre. E ha ragione, analogicamente, anche il cristianesimo, a dire che la palla di vetro in cui ormai viviamo come pesci rossi, va spezzata non solo fuori ma anche dentro di noi. Siamo la prigione in cui ci siamo rinchiusi.
Il “divino figlio dell’uomo” ha confermato che il Cristianesimo non è un umanesimo. Ciò che è polvere, “polvere tornerà” se non pratica la ratio difficilis indicata dal Divino figlio dell’Uomo. Per questo, invece di Magnifica humanitas, è utile considerarsi come un Legno Storto (così il filosofo Immanuel Kant definiva l’homo sapiens), e partire dai limiti che ben conosciamo, piuttosto che dalla vana gloria. Un percorso laico e liberale, e non quel mix di religiosità e politica positivistica del marxismo-leninismo sovietico, che proponeva la salvezza dell’umanità a partire da una serie di rivoluzioni per la pace e il benessere degli uguali. Invece il socialismo reale è una monarchia assoluta di burocrati e avan/guardie in nome degli ultimi e degli oppressi. Il così detto cattocomunismo ha predicato una forma umanistica di credo. Ma il percorso di fede non si limita al fare del bene agli altri. Lo dice Agostino di Ippona, il doctor Gratiae. La Grazia (il Perdono) è uno dei nomi di Gesù, è un dono del Cielo in chiave biblica, perché nessuno può perdonarsi da sé stesso, se colpevole di qualcosa, anche se la colpa fosse soltanto quella Divina Indifferenza di cui scrisse Eugenio Montale. Del resto la Grazie risponde all’indifferenza umana con la vita e le parole di Gesù. Un’indifferenza che può essere nascosta dal dirsi cristiani e quindi “buoni”.
Nel libro di Isaia (capitolo 1, versetti 11-18), Dio per bocca di Isaia dice: “Che m’importa della moltitudine dei vostri sacrifici. Non li gradisco. Cessate dal fare oblazioni varie nel tempio; il profumo (dell’incenso, ndr.) io l’ho in abominio; e quanto ai noviluni, le vostre feste stabilite, io li odio; quanto al convocare radunanze (andare la domenica alla messa) non posso soffrire l’iniquità. Quando moltiplicate le preghiere, io non ascolto. Cessate di fare il male (quello che non si vede), imparate a fare il bene; cercate la Giustizia, rialzate l’oppresso. Eppoi venite, e discutiamo insieme, dice l’Eterno”. Nel decimo capitolo di Isaia, verso 21, c’è una precisazione: “Il residuo d’Israele, dopo avere sconfitto l’Assiria” cesserà di appoggiarsi al suo nemico, scegliendo invece il “Santo di Israele”. Sarà quindi soltanto “un residuo di Giacobbe” a tornare a Dio.
La Grazia e la parola sono per tutti, ma chi accorre davvero non è la grande folla dei funerali di Khamenei, non le folle che seguono il primo imbonitore che offre un dio di plastica e silicio, non chi sceglie di essere affascinato dai venditori di fumo politico o moralistico. Il percorso del cristiano non è trionfale. È uno studio della vita al termine del quale c’è un calvario (la morte) e poi (forse) una forma di vita diversa, che si potrebbe definire “spirituale” (ma non panteistica, perché la materia dell’universo è natura morta preda del tempo, mentre il Dio degli ebrei e dei cristiani è al di sopra dello spazio e del tempo). Poi secondo la Bibbia il calvario (e le benedizioni) sono comunque parte della vita di tutti i giorni e non riguardano soltanto l’apocalisse dell’ultimo giorno di vita. Dall’accettazione dei limiti umani non deve nascere un Papato alla Pio IX, né un misticismo avulso dalla realtà e quindi lontano da Cristo. Però l’attivismo del Vaticano limita la missione evangelizzatrice al fare del bene. Il Bene però appartiene al percorso di ciascuno, per questo un cristiano deve conoscersi, senza cancellare i pensieri nascosti dalla maschera sociale e dal linguaggio. Fare del bene al prossimo è giusto, a patto che lo si faccia in silenzio e di nascosto, con un richiamo di coscienza.
Tutto è vanità. L’affannarsi dell’umanità costruisce è nulla, se non è “affidato” a Dio. A che serve, dice l’Ecclesiaste (capitoli 1 e 2), se poi in un soffio la vita se ne va? Meglio cercare altre direzioni, altri tempi di vita, apprezzare il tempo della vita ma studiare anche l’eternità. Molte chiese, non solo cattoliche, hanno perso di vista il senso del messaggio cristiano. Scivolando verso la cristopolitik, mostrano di credere poco. Possibile che il messaggio politico-sociale venga mangiato euristicamente da così tanto basso e alto clero, rendendolo fiero di prendere una strada sbagliata?
MIGRAZIONE LIBERA O TRAFFICO DI SCHIAVI?
Il Vaticano e il giornale dei vescovi conducono – in prima fila con la sinistra del campo largo – la difesa dell’immigrazione. Quella attuale però non è “immigrazione” ma una nuova tratta degli schiavi di neri, asiatici e latinos. Pensare che dei migranti debbano pagare molto caro un passaggio clandestino su un barcone scassato, i cui proprietari una volta si chiamavano negrieri, forse spiega meglio la questione. “Negriero” era un termine molto meno ipocrita di quelli che si usano oggi. Il sì fideistico alla migrazione è un sì a una sconcezza disumana?
In un articolo di Geopop c’è un quadro del traffico di esseri umani nel secondo millennio. Parliamo di un business che sfrutta la debolezza di molti Stati africani e utilizza persino alcune finte Ong. “La Libia è l’hub principale, gestito da milizie legate al governo. Mafie, jihadisti e criminalità europea alimentano una rete che riduce i migranti in nuova schiavitù”. Situazioni simili si ritrovano anche in altre rotte, come quella asiatica o “rotta balcanica”. Diverso invece il caso dell’emigrazione verso il Nord America dal sud e centro America. L’informazione malevola ha divulgato la falsa fatwa antiamericana riguardo il traffico degli schiavi dall’Africa verso le Americhe, successivo al 1492. In realtà fino ai primi decenni del 1800 l’America del Nord era quasi tutta in mano di spagnoli e francesi. In Africa gli schiavi venivano catturati da negrieri arabi, e condotti verso le coste del Golfo di Guinea. Le navi della tratta atlantica salpavano dai principali porti dell’Europa occidentale, facevano rotta verso l’Africa dove imbarcavano gli schiavi e ripartivano verso le Americhe. Partivano da Liverpool e Bristol, Nantes, Bordeaux e La Rochelle. In Portogallo il porto di partenza era Lisbona e nei Paesi Bassi Amsterdam. Dall’Africa le navi ripartivano per le Americhe.
Oggi quando le barche affondano le prefiche del bene piangono e accusano. Ma dovrebbero agire, per non sembrare ipocriti. Scrive Geopop: “Secondo Ocse e l’Organizzazione internazionale per le migrazioni, tra il 1965 e il 2021 circa 440mila africani ogni anno hanno lasciato il continente. Per confronto, solo nel 2005 ben 17 milioni si sono mossi all’interno dell’Africa, contribuendo da un lato alla crescita economica, dall’altro a tensioni sociali”. Si è persino arrivati al caso degli scontri ormai ricorrenti che si svolgono nel Sud Africa dell’apartheid contro immigrati africani e indiani. “Tra il 2010 e il 2017, oltre un milione di africani ha richiesto asilo in Europa, secondo il Pew research center, con un aumento da 58.000 a 168mila richieste in sette anni. Tra Maghreb e Libia si trovano circa 2 milioni di migranti irregolari, in crescita di 120mila unità l’anno. Solo il 10-15 per cento tenta la rotta mediterranea, con costi tra i 4.000 e i 6.000 dollari a persona, il traffico resta altamente redditizio per i gruppi criminali.
Le più rilevanti rotte sono due: la prima parte dal Niger verso la Libia, e poi verso l’Italia e l’Europa; la seconda rotta parte da Agadès e Arlit, attraversa il Mali in parte jihadista, e arriva in Algeria verso le enclavi spagnole di Ceuta e Melilla. Infine vi sono le rotte da Capo Verde alle Canarie o direttamente alla Penisola iberica. Dati del governo spagnolo, riferiti all’anno 2024, parlano di un record negativo di 10.547 decessi tra i migranti nel corso della traversata dell’Oceano Atlantico per raggiungere le coste spagnole.
MAFIA E TRAFFICANTI
Lo sfruttamento dei migranti inizia già nei Paesi di origine e non termina neanche in Europa, perché in molti vivono e lavorano per ripagare il passaggio in barca, anticipato dalle famiglie di un villaggio o raccolte da usurai africani o dagli stessi padroni dei barconi. Molte donne cadono in mano della prostituzione, come avviene soprattutto alle nigeriane. Il business del traffico di migranti (ma anche di droga, armi etc.) coinvolge persino parte dei tuareg del Sahel e del Sahara, alcuni dei quali collaborano con la jihad islamica dell’Isis africana. “In Libia, il traffico dei migranti è controllato da milizie armate legate al potere politico. La figura dominante è Usāma al-Maṣrī Nağīm, sostenuto dalla milizia al-Radaa (Rada), che gestisce di fatto il business dei migranti nella Tripolitania costiera, esercitando un forte potere di ricatto”.
In Cirenaica i porti di partenza sono Bengasi e Tobruk. I centri di detenzione si trovano al confine con Egitto, Ciad, Sudan. Il controllo è in mano al generale Khalifa Haftar. Secondo il ricercatore Tarek Lamloum, i profitti generati dal traffico di migranti sono molto elevati e coinvolgono trafficanti, proprietari di magazzini clandestini, milizie locali e soggetti incaricati del trasporto verso le coste. Manca un reale controllo giudiziario sui centri di detenzione, con casi documentati di detenzioni arbitrarie, violenze, umiliazioni ed estorsioni. Nel traffico è coinvolta anche la milizia dell’ex corpo Wagner inviato in Libia da Vladimir Putin. Sembra che la Ue intenda tollerare ancora il pagamento dei trafficanti, pagati per tenere i migranti rinchiusi senza fine nei centri di detenzione. Il Rapporto Ohchr del febbraio 2026, afferma che circa 700 persone sarebbero state rilasciate e trasferite in centri di detenzione dopo essere state tenute prigioniere e torturate per riscatto in varie località di Tazirbu, nella Libia sud-orientale, negli ultimi due anni. Video di torture e altri abusi venivano inviati alle famiglie delle vittime per chiedere un riscatto.
IMMIGRAZIONE, EUROPA E VATICANO
Il Vaticano dovrebbe quindi cercare soluzioni alternative a quelle – infami – su descritte. Alcune soluzioni già esistono, e sono state sviluppate in ambienti cristiani. Sono i “Corridoi umanitari”. Peccato che funzionino molto poco, quasi per finta come le missioni Onu. In ogni caso sono un esempio utile. Andrebbero però messe a sistema. Ovvero, servirebbe un sistema scolastico coordinato tra Occidente e le nazioni da cui proviene l’emigrazione; facilitazioni per chi, a casa sua, inizia il percorso di studi; successiva richiesta di emigrazione verso l’Europa. Se ottenuta, seguirebbe un anno di perfezionamento nella lingua di accoglienza e un percorso di ingresso al lavoro, conforme agli studi svolti. Il viaggio del neo-immigrato deve includere l’accettazione di un “prestito d’onore” che includerebbe l’anno di studi nella nazione di accoglienza, l’affitto di una abitazione per studenti e il periodo tra la fine studi e l’ingresso al lavoro. Nei successivi dieci anni il neo immigrato, arrivato in aereo o nave (niente bambini morti in mare), ripagherebbe i costi sostenuti dal welfare fino all’ingresso al lavoro. Il sistema attuale (la “nuova tratta”) è indifendibile umanamente.Per giunta produce problemi sociali e politici: la nazione oggetto di immigrazione vede i politici e la popolazione spaccati in due: da un lato coloro che vogliono fermare l’emigrazione incontrollata; dall’altro coloro che vogliono che continui il sistema attuale così come è.
Quale dei due atteggiamenti è il peggiore? Quello attuale è il peggiore, perché produce morti e manodopera di bassissimo livello e poco pagata, con successivi problemi sociali per le seconde e terze generazioni. L’immigrazione va governata, per essere tale. Il sistema attuale della “tratta” è causa di problemi sociali enormi e va fermato. Il Vaticano e il quotidiano L’Avvenire hanno contezza di tutto questo?
di Paolo Della Sala