Il ritorno alle preferenze non s’ha da fare

lunedì 6 luglio 2026


Ogni volta che si torna a discutere di legge elettorale, riemerge puntualmente una proposta che raccoglie ampi consensi nell’opinione pubblica: restituire agli elettori il diritto di scegliere i propri parlamentari attraverso la reintroduzione del voto di preferenza.

Nelle ultime ore i rumors si sono rincorsi, alimentando l’idea che il tema possa rientrare nella prossima legge elettorale. Ma, francamente, è molto difficile immaginare che ciò accada. Il motivo è molto semplice: il ritorno alle preferenze non conviene praticamente a nessuno di coloro che oggi siedono in Parlamento.

Le segreterie dei partiti, innanzitutto, perderebbero il principale strumento di controllo sulla composizione dei gruppi parlamentari. Con le liste bloccate, infatti, sono i vertici a decidere chi entra e chi resta fuori. È un potere enorme, che garantisce controllo, disciplina interna e fedeltà politica. Introdurre le preferenze significherebbe trasferire quel potere dagli apparati agli elettori. Difficile pensare che le leadership dei partiti siano disposte a rinunciarvi spontaneamente.

Ma c’è anche un secondo aspetto, forse ancora più decisivo. Molti degli attuali parlamentari non hanno mai costruito un consenso personale sul territorio. Sono stati eletti grazie alla collocazione nelle liste, non perché abbiano raccolto migliaia di preferenze. Un sistema che imponesse il voto diretto costringerebbe tutti a misurarsi con il consenso reale.

In altre parole, molti dovrebbero conquistarsi il seggio sul campo, anziché riceverlo in dote dalle segreterie. Ed è qui che il fronte diventa trasversale. Al di là delle dichiarazioni pubbliche, difficilmente maggioranza e opposizione avranno interesse ad aprire una riforma che rischia di mettere in discussione gli equilibri interni ai partiti. Cambiano gli schieramenti, ma l’interesse a mantenere il controllo delle candidature resta identico.

I rumors sul ritorno delle preferenze, dunque, rischiano ancora una volta di restare tali. Non perché il sistema sia impossibile da realizzare, ma perché manca la volontà politica di rinunciare a un potere che le segreterie esercitano da anni e che molti parlamentari, indipendentemente dal colore politico, non hanno alcun interesse a mettere in discussione. Del resto, è difficile chiedere a una classe politica di votare una riforma che potrebbe costare il posto a una parte significativa dei suoi stessi membri.

Ecco perché, almeno per ora, il ritorno alle preferenze resta più uno slogan che una prospettiva concreta. Le dichiarazioni possono cambiare, i tavoli di confronto possono moltiplicarsi e le ipotesi di riforma possono susseguirsi. Ma finché converrà ai partiti scegliere gli eletti e a molti parlamentari evitare il giudizio diretto degli elettori, la strada delle preferenze continuerà a restare sbarrata.


di Salvatore Di Bartolo