La sinistra: o Quirinale, o morte

venerdì 3 luglio 2026


Non c’è gloria nel dire: l’avevamo detto. Eppure, sono anni che non facciamo che ripeterlo: la linea rossa, invalicabile, su cui è attestata la sinistra nel tempo storico della Seconda Repubblica è la difesa a oltranza della presenza di un proprio uomo al Quirinale. Lo sappiamo, lo abbiamo sempre saputo che la permanenza al potere in Italia del fronte progressista non è mai passata per le urne – che i “compagni” giudicano un fastidioso intralcio al loro diritto “divino” di guidare la nazione – ma per il luogo supremo – la presidenza della Repubblica – dove la volontà popolare può essere temperata, se non stravolta, dalla “saggezza” di un capo dello Stato in grado di stabilire cosa sia più salutare e opportuno per il popolo. Perciò, nessuno stupore, nessuna meraviglia per le parole di Matteo Renzi il quale, come l’anziana pettegola di una canzone del De André (Fabrizio), non potendo dare il cattivo esempio, dispensa buoni consigli. Matteo Renzi scopre l’acqua calda nel rivelare che bisogna fare l’impossibile a sinistra per evitare l’inverarsi di una catastrofe all’indomani del voto alle politiche del 2027: il formarsi di una maggioranza di centrodestra in grado, per la prima volta nella stagione della Seconda repubblica, di eleggere il successore di Sergio Mattarella, nel 2029, proveniente dalla propria area. Per lui e per i sodali del “campo largo” ( o come diamine si chiama questa mattina l’ammucchiata a sinistra) si tratterebbe di garantire il bilanciamento dei poteri istituzionali nel caso di una vittoria elettorale del centrodestra che riporterebbe Giorgia Meloni a Palazzo Chigi.

Falso e ipocrita. Qui la democrazia liberale non c’entra un fico secco. La verità è che la sinistra – dall’exploit imprevisto dell’outsider Silvio Berlusconi nel 1994 – ha concepito la poltrona quirinalizia alla stregua di caposaldo dal quale tenere sotto scacco la volontà popolare. Quindi, da conquistare a ogni costo valorizzando la presenza “interventista” del capo dello Stato, passato da figuranotarile” assunta nella Prima Repubblica, a tessitore occulto, nella Seconda, di maggioranze parlamentari e di Governi affini al suo orientamento politico e ideale. Non a caso la sinistra della seconda stagione repubblicana ha amato molto l’espressione “Governo del presidente”, con ciò intendendo la composizione dell’Esecutivo come un prodotto ispirato dall’inquilino del Quirinale anche in difformità totale dalla volontà della maggioranza degli elettori. Purtroppo, gli italiani sono affetti da deficit di memoria per cui hanno difficoltà a ricordare quanto accaduto negli ultimi trent’anni. A cominciare dal presidente Oscar Luigi Scalfaro, un democristiano che però nutriva un disprezzo viscerale per Silvio Berlusconi.

Nel 1994, quando l’imprenditore di successo sbucato dal nulla nell’agone della politica stravinse le elezioni annientando la gioiosa macchina da guerra della sinistra guidata da Achille Occhetto, Scalfaro non poté negargli il diritto di formare il primo Governo di centrodestra della storia repubblicana, ma cominciò dal giorno dopo del suo insediamento a tramare perché quel Governo a lui indigesto cadesse. E così fu, grazie alla “moral suasion” esercitata su Umberto Bossi. Il Primo Governo Berlusconi durò solo 251 giorni e cadde per mano del “tradimentoleghista. In un Paese normale, informato a un genuino principio democratico, la parola sarebbe dovuta tornare agli elettori. Invece, no. Bisognava prima attraversare una fase di “decantazione” perché un ritorno al voto immediato avrebbe confermato la fiducia degli italiani in Berlusconi. Quindi, un Governo tecnico. Altro mito della sinistra la quale, consapevole di non avere il consenso della maggioranza degli italiani, ha convintamente creduto nello strumento “Governo del presidente” per accedere surrettiziamente al potere attraverso le famigerate figure delle “personalità d’area”. E così è stato nel 1995.

Il Governo di Lamberto Dini, voluto e materialmente assemblato dal presidente Scalfaro, era sostenuto dall’allora Pds, dalla Lega e dal Partito Popolare. Rimase in carica il tempo necessario per convincere Umberto Bossi a correre da solo alle elezioni di modo che la quota conservatrice e moderata del suo partito non recasse sostegno alla coalizione di centrodestra. Risultato: nel 1996 vinse l’ammucchiata di centrosinistra messa insieme da Romano Prodi grazie alla spaccatura del fronte avversario. In quella circostanza la Lega, che corse per proprio conto, raccolse il 10,77 per cento delle preferenze, ma non servì a nulla perché quei voti finirono su un binario morto. Ne fu cosciente lo stesso Umberto Bossi che dopo qualche anno si riappacificò con Berlusconi ammettendo di aver fatto una cavolata facendo cadere il suo Governo e di essere stato bellamente raggirato proprio dall’inquilino del Quirinale. Non è andata diversamente nel 2013, quando il centrosinistra ha sfiorato la vittoria con Pierluigi Bersani. Avrebbe dovuto vincere il centrodestra, nonostante il “golpe bianco” architettato dall’allora presidente Giorgio Napolitano (il comunista Giorgio Napolitano) per defenestrare nel novembre 2011 il Governo Berlusconi.

Non accadde perché nei palazzi del potere, pur di scongiurare una tale possibilità, fu dato il via libera a Mario Monti di organizzare una delle più riuscite truffe politiche della storia repubblicana. Il senatore a vita nonché “salvatore” dell’Italia da premier/commissario per conto terzi mise insieme un cartello elettorale fintamente orientato al centro con uno sguardo rivolto all’elettorato moderato di destra, già serbatoio di voti del berlusconismo, tirando dentro anche un non più lucido Gianfranco Fini. La sua “Scelta civica per l’Italia con Monti presidente” raccolse 2.823.842 preferenze (8,30 per cento) che di certo non erano state sottratte alla sinistra. Cosa accadde? Che dopo il risultato elettorale la “Lista” si sciolse come neve al sole e gli eletti montiani, nel corso della legislatura, confluirono, nella quasi totalità, nel Partito democratico. Il tutto sotto l’occhio benevolo dell’inquilino del Quirinale. E la stagione orribile dei Governi Renzi e Gentiloni? Governi di sinistra tenuti in piedi grazie a dei traditori, votati dagli elettori del centrodestra, e passati in Parlamento a fare gli “utili idioti” della sinistra in cambio di qualche strapuntino nella compagine governativa. Li ricordate quelli dell’Ncd (Nuovo centro-destra) di Angelino Alfano? Uno scandalo democratico alla luce del sole, al punto che loro stessi, consapevoli della vergogna della quale si erano ricoperti con il tradimento consumato, nel 2018 non ebbero il coraggio di presentarsi al giudizio degli elettori.

E l’attuale capo dello Stato che, stando alla propaganda progressista, sarebbe il più amato dagli italiani? Sarà, ma a nostro giudizio in fatto di partigianeria Sergio Mattarella non ha nulla da invidiare ai suoi predecessori. Quando terminerà il mandato presidenziale la sua parte politica lo celebrerà come “l’eroe” che ha sbarrato la strada di Palazzo Chigi a Matteo Salvini nel 2019, non disdegnando di partecipare da dietro le quinte alle manovre di palazzo allo scopo di raggranellare i voti parlamentari necessari per consentire la trasmutazione di Giuseppe Conte, l’ignoto X della politica, da pallido premier di un indigesto governo giallo-verde nella fulgida guida di un Governo giallorosso che riportava al potere con un ignobile artifizio la sinistra sconfitta alle elezioni. Ecco perché Giorgia Meloni sbaglia quando dice che un esponente del centrodestra al Quirinale non è un tabù. Lo è eccome, per la sinistra. Come lo è la modifica della legge elettorale da attuare per garantire una maggiore stabilità al Governo della nazione. Bisogna che lo si capisca, che lo comprendano gli italiani: la sinistra non punta a vincere le elezioni nelle urne perché sa che sarebbe un traguardo irrealistico. Punta, invece, al pareggio perché tale scenario offrirebbe al capo dello Stato libertà di manovra nell’allestire e orientare l’ennesimo “Governo del presidente”: una iattura per il Paese, una goduria per la sinistra che già prepara il camouflage per spacciare i suoi uomini da “tecnici indipendenti”.

Che fare allora di fronte alla sfacciata pretesa della sinistra di tenersi stretta la casamatta quirinalizia? Il centrodestra deve procedere con la riforma elettorale mettendo da parte gli inopportuni distinguo che ne stanno rallentando il percorso parlamentare. Se poi qualche leader frustrato di centrodestra sta pensando al suicidio può dispiacere, ma è affar suo. Non può tuttavia usare il sacrificio degli italiani come arma per farla finita. E se proprio volesse intestardirsi nell’istinto suicidario, gli consigliamo di leggere in tema Yukio Mishima ma di non rompere le scatole facendo melina sull’approvazione della riforma elettorale. È un consiglio, un buon consiglio. Ci riflettano su.


di Cristofaro Sola