martedì 30 giugno 2026
Da Lisbona a Varsavia, da Roma a Stoccolma, passando per Parigi, Berlino e l’Aia, la crescita della destra radicale rappresenta uno dei fenomeni politici più significativi dell’Europa contemporanea. La sensazione è che sia le classi politiche che una parte della pubblica opinione siano convinte di trovarsi solo davanti a un nostalgico richiamo delle esperienze autoritarie del Novecento. Gli analisti più accorti suggeriscono, invece, la presenza di ragioni assai più profonde e invitano a leggere quanto sta accadendo alla luce degli avvenimenti che hanno segnato gli ultimi decenni della storia politica, economica e culturale del Vecchio Continente. Dalla caduta del Muro di Berlino ai primi anni Duemila, i Paesi europei hanno attraversato una stagione di relativo consenso, fondata su due grandi aspettative: l’approfondimento dell’integrazione dell’Unione e le opportunità offerte dalla globalizzazione. Fatte salve le differenze di ordine tattico, i partiti conservatori e la sinistra riformista mostravano una sostanziale convergenza su tali argomenti. Purtroppo, la storia non si sviluppa in linea retta. L’irrompere della crisi finanziaria nel 2008 ha fatto “saltare il banco”. La globalizzazione da speranza si è tramutata in delusione, mentre le misure adottate per far fronte alla crisi hanno contribuito ad accentuare la precarizzazione del lavoro, allargando pesantemente la forbice delle diseguaglianze economiche.
Frattanto si realizzava un forte rallentamento della mobilità sociale che colpiva principalmente il ceto medio urbano. Riesce, però, difficile comprendere appieno la fuga degli elettori verso la destra radicale se non si affronta la questione dell’immigrazione di massa nei grandi centri europei. L’immigrazione irregolare è divenuta il simbolo di un più ampio sentimento d’incertezza. Molti cittadini temono che le attuali élite non siano più in grado di esercitare un effettivo controllo delle frontiere; che abbiano sacrificato la difesa delle identità nazionali in nome del multiculturalismo e che non attribuiscano alla sicurezza l’urgenza che essa meriterebbe. Le destre radicali, da Marine Le Pen a Nigel Farage, da Alice Weidel a Geert Wilders fino a giungere a Roberto Vannacci, intercettano tale disagio meglio delle vecchie classi politiche, rispondendo con proposte dirette – ancorché populiste – di semplice comprensione. L’Unione europea viene raffigurata con il volto di una tecnocrazia distante dai cittadini, mentre i Governi dei singoli Stati vengono ritenuti inadatti nel capire e nel difendere gli interessi dei propri connazionali. A fronte di tutto ciò, la sinistra ha progressivamente spostato negli ultimi anni la propria attenzione verso temi legati ai diritti civili, all’ambiente e all’inclusione, trascurando questioni come lavoro, salari, sicurezza. L’incertezza politica dei partiti conservatori, incapaci di fare scelte coraggiose fino in fondo, ha fatto il resto. Secondo Giovanni Sartori, il rischio maggiore che corre una democrazia si ha quando il sistema politico si polarizza eccessivamente e le formazioni centrifughe (le estreme) acquistano una capacità di attrazione crescente. “In tali condizioni – sostiene il professore – il conflitto non riguarda più soltanto le politiche pubbliche, ma investe la stessa legittimità delle istituzioni e delle regole del gioco democratico”. Forse è giunto il momento di avere contezza che l’avanzata della destra radicale in tutta Europa non si contrasta sventolando retoricamene bandiere antifasciste, ma aprendo canali di ascolto e di comunicazione con i cittadini, per conoscere i problemi reali e proporre soluzioni concrete. Le grandi sfide della storia si affrontano con il realismo, non con gli slogan.
di Francesco Carella