La coerenza che manca nel giudicare Trump

martedì 23 giugno 2026


Nel dibattito pubblico italiano degli ultimi giorni sta emergendo una contraddizione che merita di essere osservata con attenzione. Fino a poche ore fa, per una parte importante della stampa, dei commentatori e della politica, Donald Trump era il leader forte che diceva sempre ciò che pensava, l’uomo che rompeva gli schemi della diplomazia tradizionale, il politico che non aveva paura di scontrarsi con nessuno, fossero essi alleati o avversari. Oggi, improvvisamente, gli stessi che ne esaltavano il carattere lo descrivono come arrogante, imprevedibile, offensivo e persino inaffidabile.

Ma che cosa è successo in un lasso di tempo così breve da determinare un cambiamento tanto radicale nella percezione di una parte della stampa? È forse cambiato Trump? No. Semplicemente è cambiato il bersaglio delle sue critiche.

Finché le sue bordate erano rivolte contro Bruxelles, contro l’establishment europeo, contro i leader progressisti o contro le istituzioni internazionali, in molti si sfregavano le mani. Quando però nel mirino è finita Giorgia Meloni, ecco che il giudizio su Trump si è improvvisamente ribaltato.

Eppure, Trump sta facendo ciò che ha sempre fatto: il Trump.

Chi oggi si scandalizza per il suo linguaggio aggressivo, per i toni sopra le righe o per la tendenza a personalizzare lo scontro politico, dov’era quando queste stesse caratteristiche venivano celebrate come prova di leadership e autenticità? Trump non è diventato improvvisamente più duro, più polemico o più spregiudicato. La sua cifra politica è sempre stata quella dell’attacco frontale, della pressione sugli alleati, della negoziazione muscolare e della comunicazione senza filtri. Già durante il suo primo mandato aveva contestato apertamente la Nato, accusato partner storici di non fare abbastanza e messo in discussione equilibri che molti dei suoi predecessori consideravano intoccabili.

Un approccio che il tycoon ha conservato anche nel rapporto con Giorgia Meloni, criticata duramente per le divergenze emerse su alcune questioni internazionali e strategiche. Non si tratta di una contraddizione: è il modo in cui Trump ha sempre gestito i rapporti politici, fondati più sulla convergenza degli interessi che sulla diplomazia.

La vera incoerenza, dunque, non sembra essere quella di Trump. La vera incoerenza appartiene a chi lo giudica in base alla convenienza del momento. Quando colpiva gli “avversari” era un leader coraggioso; se invece colpisce un “alleato” diventa improvvisamente un pericolo per la democrazia. Quando attaccava altri capi di governo era schiettezza; adesso che attacca Meloni diventa scortesia istituzionale.

Naturalmente, si può essere d’accordo o meno con Trump. Si possono considerare sbagliate le sue dichiarazioni sulla premier italiana e persino offensive nei confronti dell'Italia. Ma almeno bisognerebbe mantenere una certa coerenza di giudizio. Perché il Trump che oggi viene contestato è esattamente lo stesso Trump che fino a pochi giorni fa veniva lodato da molti commentatori come simbolo di decisionismo e libertà dai vincoli del politicamente corretto.

Trump non è cambiato di una virgola. È sempre stato Trump e continua a fare il Trump. A cambiare, invece, sono stati coloro che, finché faceva loro comodo, lo descrivevano come un modello da seguire e imitare, mentre oggi, trovandosi dalla parte opposta della barricata, scoprono come d’incanto atteggiamenti e caratteristiche che erano evidenti da anni.


di Salvatore Di Bartolo