venerdì 19 giugno 2026
L’antifascismo costituisce uno dei fondamenti normativi e storici della Repubblica italiana. È il principio da cui discendono alcune delle scelte fondamentali della nostra architettura costituzionale: il pluralismo, la separazione dei poteri, la tutela delle libertà individuali, il rifiuto di ogni forma di potere assoluto. Ed è in ragione di ciò che i cosiddetti militanti antifascisti dovrebbero guardarsi da una tentazione esiziale: assumere, in nome di fini ritenuti moralmente superiori, atteggiamenti che finiscono per somigliare ai metodi che s’intendono combattere.
Si tratta di un crinale pericoloso su cui stanno scivolando in Italia alcune minoranze interessate più che al confronto delle idee alla sistematica delegittimazione dell’avversario. In una democrazia liberale le idee altrui si combattono per mezzo di altre idee e non con la censura sociale e istituzionale.
Quando si pretende di stabilire quali opinioni siano accettabili e quali debbano essere messe al bando, ci s’incammina lungo una strada che conduce lontano dallo spirito democratico. Giovanni Sartori ricordava spesso durante le sue lezioni universitarie che: “Quando un movimento politico si convince di possedere in esclusiva la verità morale, si può stare certi che prima o poi sviluppa pulsioni autoritarie”.
Ciò che sta accadendo nelle ultime settimane in Italia con l’esclusione di editori e intellettuali da alcuni appuntamenti culturali è a dir poco paradossale: i censori pretendono di difendere la democrazia con strumenti che ne contraddicono lo spirito. Se il pluralismo vale solo per chi la pensa come noi, allora non è più pluralismo. Se la libertà di espressione viene riconosciuta soltanto alle opinioni considerate “virtuose”, allora non è più libertà.
La sfida del nostro tempo non è scegliere tra fascismo e antifascismo. Tutto ciò andrebbe consegnato solo alla storia. La vera sfida è quella di evitare che la lotta contro ogni forma di autoritarismo possa produrre, magari sotto la protezione del politicamente corretto, nuove inclinazioni autoritarie.
Aveva visto giusto Ennio Flaiano quando scrisse, in La solitudine del satiro, che “in Italia i fascisti si dividono in due categorie: i fascisti e gli antifascisti”. Se così è, vi è di che preoccuparsi.
di Francesco Carella