Giorgia Meloni: l’anno (elettorale) che verrà

venerdì 19 giugno 2026


Tutto si può dire di Giorgia Meloni fuorché il fatto che sia fortunata. Da quando è diventata presidente del Consiglio le è capitato di tutto: la guerra in Ucraina, e tutto ciò che ne è conseguito; l’approdo del ciclone Trump alla Casa Bianca, e tutto ciò che ne è conseguito; la guerra Usa-Israele contro l’Iran, e tutto ciò che ne è conseguito.

Avrebbe fatto bene a cercarsi un prete speciale da cui farsi benedire perché sembra che non gliene vada dritta una. Eppure, nonostante il muro del caos geopolitico globale che le è cascato addosso, la “ragazza” se l’è cavata egregiamente nella parte del timoniere della nave Italia. Di certo, ha tenuto la barca Paese sopra la linea di galleggiamento. Il che non era affatto scontato, attesa l’endemica fragilità dei conti pubblici e la gigantesca montagna di debito che ci trasciniamo dietro da decenni e che costituisce un cappio al collo del sistema produttivo italiano.

Ieri lo spread Btp decennale-Bund (quel numeretto che ci ha tolto il sonno durante i tempi bui dei Governi tecnici e di larghe intese con la sinistra) era a 72 punti base. Un miracolo, se si considera il contesto internazionale complicatissimo e la crisi energetica ancora in atto a causa della chiusura al traffico marittimo dello Stretto di Hormuz.

Ora che la legislatura volge al termine (manca un anno al voto), sperando che non divampi un altro incendio da qualche parte nel mondo le cui fiamme possano pericolosamente lambire i nostri interessi nazionali, non resta altro da fare al Governo Meloni che completare quelle tre quattro cose necessarie per potersi ripresentare agli elettori con un saldo tutto sommato positivo del quinquennio vissuto alla guida della nazione.

Cosa accadrà dopo, a urne chiuse? Nessuno può pronosticarlo con certezza assoluta. Tuttavia, la domanda può trovare realisticamente risposta se si affronta la valutazione dell’azione di governo dal giusto angolo visuale. La questione è semplice: se il Governo Meloni aggancia la ripresa economica globale avrà la strada spianata per la riconferma tra un anno. Diversamente, la possibilità di tornare a guidare l’Italia nella prossima legislatura diviene più complessa.

Abbiamo parlato di corretto angolo visuale per un motivo preciso: la trasformazione, in termini di riposizionamento strategico, che Giorgia Meloni ha compiuto, e con essa il suo partito, rispetto alla collocazione nel quadro della politica europea.

In questi anni abbiamo assistito a una marcia di avvicinamento della Meloni conservatrice alle posizioni del popolarismo continentale, al punto da far intravedere alla lunga una confluenza organica in chiave coalizionale tra popolari e conservatori allo scopo di fornire una maggioranza stabile al Governo dell’Unione europea. Il feeling che c’è tra la Meloni e la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen lo dimostra.

L’elemento strategico, ai fini della valutazione sul cosa farà Giorgia Meloni per ottenere la riconferma a Palazzo Chigi, è tutt’altro che marginale. La muta degli opinionisti sta correndo dietro alla lepre Vannacci, ritenendo che l’iniziativa politica del generale, che ha dato vita a Futuro Nazionale, provochi una voragine nei consensi a destra di Fratelli d’Italia. Una sciagura per Meloni che, stando agli illuminati pareri dei sullodati opinionisti, non ci dormirebbe la notte per pensare a come disinnescare la bomba a orologeria Roberto Vannacci.

Ma siamo sicuri che sia questo lo scenario all’interno del centrodestra all’indomani dell’esplosione del fenomeno Vannacci?

Siamo assolutamente certi, oltre ogni ragionevole dubbio, che Giorgia Meloni, invece, non abbia acceso un cero alla Madonna delle grazie impossibili per la comparsa sulla scena del generale?

Parafrasando il celebre anatema – coniato da René Renoult, politico radicale della Terza Repubblica francese – “Pas d'ennemis à gauche” (“Mai un nemico a sinistra”), non sono pochi coloro che hanno invocato, attribuendolo proprio alla Meloni, un disperante “Mai un nemico a destra”, con ciò lasciando intendere che, costi quel che costi, con Vannacci si dovranno fare i conti. Lo si dovrà portare all’interno della coalizione di centrodestra turandosi il naso, perché in democrazia i voti si contano e non si pesano. E i voti che potenzialmente il generale potrebbe portare in dote sono quelli che servirebbero a superare di un’incollatura il caravanserraglio della sinistra addensata nel “campo largo”.

La tesi, per quanto suggestiva, non ci convince. Al contrario, è nostra opinione che lo spuntare di un soggetto aggregante alla destra di Fratelli d’Italia su tematiche e parole d’ordine populiste e nostalgiche del Ventennio, ai fini della credibilità della Meloni, sia manna caduta dal cielo.

Domani, in Italia come in Europa, lei, e non altri, potrà presentarsi come prova vivente della capacità di una destra moderna ed evoluta di fare argine al ritorno di pulsioni fasciste o genericamente autoritarie.

Allora Futuro Nazionale? Nella strategia meloniana verrebbe tenuto fuori dalla coalizione del centrodestra in dichiarata opposizione a essa ma, nella sostanza, sarebbe chiamato a svolgere la funzione propria di una “bad company”, alla stregua di un’entità societaria creata ad hoc per isolare le perdite, i debiti e i contenziosi fuori dall’impresa che si vuole risanare. Alla Meloni potrebbe tornare utilissima la presenza di una formazione partitica a destra che si candidi a drenare quei residui radicali e nostalgici ancora presenti nell’elettorato e tra i militanti di Fratelli d’Italia e che costituiscono un vulnus per l’immagine che la Meloni vuole dare di sé e del suo partito rispetto all’evoluzione del suo percorso politico.

Si obietterà: così però perde voti. Certo che sì, ma potrebbe trattarsi di una perdita calcolata che, in sede elettorale, potrebbe essere compensata dal recupero di consensi dalla cosiddetta area moderata, la quale per potersi fidare completamente di lei non chiede altro che di ricevere un segnale forte di discontinuità col passato remoto delle sue origini ideologiche. Non è un caso se proprio lei, ieri l’altro, a proposito di Vannacci, abbia precisato che in politica la somma aritmetica quasi mai funziona. Immaginate per un attimo la scena in piena campagna elettorale, la Meloni che puntando il dito verso gli avversari del Pd e dei Cinque Stelle tuona: “Volete i fascisti? Eccoli lì, stanno con Vannacci, non con me che sarò pure Giorgia, una donna, una cristiana, una madre, un’italiana ma non sono scema”.

E poi, c’è un altro corteggiatore che anelerebbe, come il shakespeariano Romeo, a darsi totalmente all’amata Giulietta/Giorgia ma che, per salvare la faccia, attende che sia lei a offrire un pegno d’amore. E chi sarebbe lo spasimante segreto? Non facciamo nomi ma solo cognomi: tale Calenda, romano del quartiere Prati, che con le sue manovre al centro si prepara ad affrontare la competizione elettorale da forza autonoma, né con la destra né con la sinistra, benché negli intendimenti reali sia pronto a fare da gamba di supporto al costituendo Governo di centrodestra nell’ipotesi nient’affatto peregrina della costruzione di un “controcampo largo” di destra con vista centro, dove la variabile “centro” recupera spazio e forza egemonica rispetto alla costante “destra”.

Si obietterà: ma Carlo Calenda non tollera Matteo Salvini, come potrebbe starci insieme in un futuro Governo? A parte il fatto che insieme al “Capitano” c’è già stato ai tempi del Governo Draghi, ma la domanda da porsi è un’altra: sarà ancora Salvini a guidare la Lega nel 2027? E se sì, quale Lega e con quali poteri di rappresentanza dell’anima maggioritaria del partito, cioè quella peggiore e miope: l’ala bottegaia nordista? A questa considerazione se ne aggiunge un’altra: quando Salvini parla a Calenda viene l’orticaria, mentre il leader di Azione s’intende alla perfezione con Giancarlo Giorgetti il quale, saranno le coincidenze, è sempre presente nel momento in cui il “Capitano” (Matteo Salvini) ˗ chissà perché ˗ inverte improvvisamente la rotta.

C’è anche il fattore “latin lover da valutare. Non sappiamo quanto Carlo Calenda, onorevole con tanto di panza e presenza da bucatino selvaggio all’amatriciana, piaccia alle donne. Di sicuro piace a una gentildonna in particolare: a Marina Berlusconi. Il che la dice lunga se si vuole piastrellare la strada per un centrodestra con uscita di sicurezza al centro. Intanto, posto in premessa quanto sopra, si avverte la gentile clientela che lo sportello scommesse ha riaperto i battenti.


di Cristofaro Sola