giovedì 18 giugno 2026
Il 13 giugno di 20 anni fa moriva Pietro Alò, il senatore che difese i braccianti e il diritto alla vita. Fu eletto al Senato della Repubblica nel 1994 nelle liste di Rifondazione comunista. Non apparteneva alla categoria dei politici “moderni” cresciuti nei talk show. Era un militante profondamente radicato nella sua terra, la Puglia, rigoroso nel seguire un’unica bussola: la cultura dei diritti sociali.
A vent’anni dalla scomparsa, il suo nome merita di essere ricordato per due battaglie, diverse nelle applicazioni, ma unite da uno stesso principio: la difesa della dignità umana contro ogni forma di sopraffazione.
La prima riguardava il lavoro. Nelle campagne pugliesi da decenni migliaia di braccianti venivano reclutati da intermediari senza scrupoli, trasportati sui luoghi di lavoro in condizioni degradanti, sottoposti a salari da fame e privati delle più elementari tutele. Per Alò non si trattava di una semplice questione sindacale. Egli definì il caporalato “un imbarbarimento del diritto del lavoro”. Dietro quelle parole vi era la consapevolezza che lo sfruttamento non fosse un’anomalia temporanea e regionale, ma che esistesse il rischio concreto di una trasformazione strutturale del mercato del lavoro su tutto il territorio nazionale.
Fu una voce poco ascoltata anche nel mondo della sinistra. Mentre alcuni anni dopo, la realtà si sarebbe incaricata di dimostrare la fondatezza di quelle preoccupazioni.
La barbarie, ormai, è in mezzo a noi, come abbiamo visto nelle settimane scorse con i quattro giovani immigrati bruciati vivi ad Amendolara e con la riduzione in schiavitù di molti lavoratori indiani in un cantiere edile nella civilissima Milano. Per riportare solo gli episodi più recenti.
La seconda battaglia che rese Pietro Alò una figura originale nel panorama politico italiano riguardò un tema apparentemente lontano dalle campagne pugliesi: il rapporto tra giustizia, diritti fondamentali e pena di morte. Al centro della vicenda vi era la storia di Pietro Venezia, cittadino italiano ricercato negli Stati Uniti e richiesto in estradizione dalle autorità della Florida per un’accusa di omicidio. In Florida esisteva la concreta possibilità che, in caso di condanna, potesse essere inflitta la pena di morte. L’Italia l’aveva già abolita da tempo e la cultura costituzionale considerava la pena capitale incompatibile con i principi fondamentali della Repubblica. Tuttavia, la legislazione allora vigente consentiva l’estradizione verso i Paesi il cui ordinamento prevedeva la possibilità di applicare la pena capitale, purché venissero fornite adeguate garanzie diplomatiche.
Il senatore Alò ruppe con il pensiero unico sostenendo che il diritto alla vita non dovesse dipendere da una promessa diplomatica o da una valutazione politica contingente. La sua battaglia non era legata all’innocenza o alla colpevolezza dell’imputato, ma riguardava il limite oltre il quale lo Stato di diritto non può andare.
La questione giunse all’esame della Corte costituzionale. Con la storica sentenza n.223 del 1996, la Consulta scrisse parole definitive: l’Italia non può consentire l’estradizione quando sussiste il rischio della pena di morte per la persona estradata. Una decisione destinata a segnare la nostra giurisprudenza.
Il senatore di Villa Castelli aveva visto giusto. La dignità umana non è negoziabile e il diritto alla vita costituisce il fondamento di ogni altra libertà.
In un tempo in cui il linguaggio pubblico tende spesso a sacrificare i diritti all’emergenza, l’uguaglianza all’efficienza e le garanzie alla paura, la figura di Pietro Alò richiama il valore della coerenza e del coraggio civile. La sua eredità appartiene a pieno titolo alla storia della democrazia italiana, al di là delle appartenenze politiche. Ricordare Pietro Alò significa affrontare la piaga del caporalato e delle nuove forme di schiavitù.
Ora la parola passa al Senato della Repubblica.
di Francesco Carella