martedì 16 giugno 2026
Come spesso accade, Daniele Capezzone su Il Tempo dice una cosa di buon senso e con una logica disarmante: “Occorre chiarire a tutti che, se compri Vannacci, rischi di vederti consegnare a casa Conte & Schlein. Non è un’opinione, ma matematica pura: in uno scontro punto a punto tra due schieramenti, se una componente del centrodestra si stacca e si mette in terza posizione, fa un oggettivo favore agli avversari portandoli in carrozza a Palazzo Chigi”.
Chiunque abbia un briciolo di senso pratico non potrà non condividere questo pensiero facendolo proprio anche nelle urne. Però, liquidare una cosa così multiforme in maniera così semplice non rende giustizia ai fatti.
Quando a problemi complessi si oppongono risposte poco articolate c’è sicuramente qualcosa che non torna.
E allora cominciamo col dire che, a torto o a ragione, il Genarle Vannacci sta facendo esattamente ciò che deve per creare consenso intorno al suo Movimento: si pone sul margine tra le due coalizioni e attacca la sinistra per dare il senso della sua connotazione di destra. Non potendo pescare nel campo della sinistra a livello elettorale, nel contempo porta avanti un’Opa elettorale sui voti del centrodestra in chiave identitaria. Cosa c’è di tanto balordo? In fin dei conti, non è la stessa cosa che ha fatto Giorgia Meloni quando si collocò in solitaria all’opposizione del Governo Draghi? E non è simile all’operazione fatta da Salvini quando mandò a ramengo la coalizione per fare il Governo giallo-verde a guida Giuseppe Conte? Si può discutere sulla demagogia dei contenuti vannacciani, ma questo è un altro discorso che esula dalla ipotetica scorrettezza del Generale.
In secondo luogo, qualcuno avrebbe fatto recapitare a Futuro Nazionale la notizia di essere sgradito all’interno di una coalizione di centrodestra che ambisce a sfondare al centro imbarcando Carlo Calenda. Sì, avete capito bene, vogliono sfondare con Carlo Calenda al centro e magari anche raccattando una serie di cespugli da zerovirgola, è questo il piano diabolico degli invincibili strateghi, accidenti.
Quantomeno logico quindi che il neonato movimento cresca nei sondaggi facendo perno sul voto di destra e arrivando così a una massa critica che permetta o la sopravvivenza oppure di essere ammesso a spallate in una coalizione altrimenti perdente. Il gioco è logico e non conviene frignare. Così come non conviene fare gnegne dicendo che altrimenti vince il duo Conte & Schlein perché lo spauracchio dei comunisti non funziona più almeno da quando nei precedenti vent’anni si è abusato di questo giochetto. Gli elettori non sono più disposti a turarsi il naso, ne hanno le tasche piene del meno peggio e cominciano a capire che tra la propria parte politica che non fa quello che promette e “gli altri” non c’è poi una grande differenza. Maglio guardare a chi ha il fegato di dire cose scomode anche se poi difficilmente concretizzabili, in barba ai manicheismi democristiani senza coraggio.
Il centrodestra, almeno in questo ultimo scorcio di legislatura, dovrebbe guardarsi in casa e rivendicare con orgoglio di aver governato bene anche se qualcosa in più si poteva fare: evitare qualche inciampo evitabile, scegliere meglio il personale politico e di Governo, fare qualche riforma, fare qualcosa in più sulla sicurezza, accelerare sulla modernità (sociale, economica, lavorativa, infrastrutturale), spiegare meglio ciò che si è fatto e inchiodare la sinistra alle proprie contraddizioni che non la rendono pronta a diventare classe di governo. Giorgia Meloni non può bastare: sembra di vedere un film già visto in cui Silvio Berlusconi provava a tirare la carretta mentre i nani e le ballerine davano uno spettacolo indegno. La competizione è anche questo e, per usare una espressione tanto cara al bravo Daniele Capezzone, that's the market, baby!
di Vito Massimano