Draghispia danneggia Draghi e cerca la “mandrakata” con Vannacci

lunedì 15 giugno 2026


Sassolini di Lehner

Egregio Mario Draghi, mi duole rammentarle il detto “dagli amici mi guardi Iddio”, però, prima o poi, sarà costretto al perentorio cazziatone versus certi suoi avventati ed iracondi fan. Infatti, l’odio non solo nuoce gravemente al fegato dei biliosi, ma ne annebbia i neuroni fino all’autolesionismo e all’eterogenesi dei fini. Per “azzoppare” Giorgia Meloni, i furibondi D’Agostino si sono attaccati a tutto e a tutti. Sergio Mattarella per anni definito “mummia sicula” è stato improvvisamente  rivalutato da Roberto, in funzione di “diga” contro il male incarnato da “draghetta”, “melona”, “ducetta”, “nana bionda”. Mattarella da cadavere imbalsamato viene, perciò, promosso a “sindaco d’Italia”, cioè addirittura a “unica certezza di questo disgraziato Paese”. Non sapendo più a chi attaccarsi, adesso il nostro amato gossipparo scommette e si butta a pesce su Roberto Vannacci, immaginato come il vero cavallo di Troia, attrezzato per far implodere l’Esecutivo e causare la straperdita elettorale della “portiera della Garbatella”. Infatti, si chiede: “E se l’antidoto per rimandare a Colle Oppio la destra della ducetta Meloni fosse l’ultradestra del ducione Vannacci?”.

Chi di speranza vive, disperato muore, giacché il generale, esperto di strategia e tattica, alla fine non farà l’errore di regalare la vittoria agli avversari politici, che, fra gli altri insulti quotidiani, si becca pure da Marco Travaglio l’ulteriore sfregio: “disadattato al quinto grappino”. Come già accaduto in passato, la febbre da cavallo e le numerose mandrakate non hanno portato bene al ragionier Roberto, avendo sempre puntato (contro non “sora”, bensì “sòla Giorgia”) sull’avversario sbagliato, ronzino mai vincente e neppure piazzato. Scommise sull’opposizione – vedi il recupero della logorrea del disperso Matteo Renzi – e, infine, si accorse ch’era vil marrana e imbelle, essendo, per giunta, malamente capeggiata da Elly Schlein “una fidanzata e tre passaporti”. Ebbene, Mario Draghi, venerabile e illuminato affarista di mondo, di Unione europea e Goldman Sachs, sa perfettamente che l’unica possibilità di scalare il Colle e prendere finalmente il posto di “Sergione... arbitro inflessibile” sussiste proprio e soltanto nella lunga, lunghissima vita del centrodestra, sempre alla ricerca di maquillage più rassicuranti e tranquillizzanti. Il doppiopetto è da tempo sempre più opportuno e alla moda dell’abbigliamento casual echeggiante l’orbace. Del resto, anche Marina e Pier Silvio, nonché l’As Roma, vedrebbero di buon occhio Draghi al Quirinale.

Di contro, il campo largo, dove rancore e disprezzo verso il “vile affarista” si sommano, non lo eleggerebbe neanche nel ruolo di vice amministratore di condominio trifamiliare. Delle due l’una: o Roberto, mirando al roseo futuro di Mario mai più trombato, rifugge da altre mandrakate, tipo l’ultima disperatissima su Vannacci; oppure, tanti saluti all’immensa riconoscenza del prodigo banchiere, cioè addio alla possibile rappresentanza speciale dell’Unione europea per la regione del Golfo. Per arrivare in alto come Luigi Di Maio, l’odio viscerale stride e danneggia. Servono, invece, bon ton, nervi saldi, savoir faire, immarcescibile fedeltà al venerabile totem. Altrimenti, si rimane inchiodati al tran-tran della Ztl capitolina, rinunciando sia al Golfo, sia al titolo di Honorary professor presso il Defence studies department del Kings College di Londra. Si resta al diploma di ragioniere, lontano mille miglia da Luigi Di Maio.


di Giancarlo Lehner