lunedì 15 giugno 2026
Tanto vale dirlo subito e senza giri di parole. L’Unione europea composta da 27 Stati membri continua a mancare l’obiettivo principale: diventare una reale entità politica. Intanto, Bruxelles punta a portare a 37 il numero dei Paesi aderenti, ignorando il già forte disallineamento tra l’agibilità politico-istituzionale e lo spazio geografico. Attualmente sono candidati all’adesione o hanno avviato negoziati con l’Unione Paesi come Albania, Montenegro, Macedonia del Nord, Serbia, Bosnia ed Erzegovina, Moldova, Ucraina, oltre la Turchia, il cui percorso resta tuttavia sostanzialmente congelato. A questi si aggiunge il Kosovo, riconosciuto come potenziale candidato. Con il che non si vuole disconoscere il ruolo svolto negli anni scorsi dall’allargamento verso Est. Tali processi hanno consentito il consolidamento di democrazie fragili, hanno favorito la crescita economica e contribuito alla stabilità di un Continente, che per secoli aveva conosciuto guerre e divisioni.
Puntare a un “condominio” di 37 Stati rappresenta una scelta di enorme portata storica. In ragione di ciò è rischioso procedere per automatismi, senza aprire una seria riflessione sul futuro concreto del Vecchio continente. L’Europa dispone di un mercato immenso, di una moneta condivisa da gran parte dei suoi membri e di una sofisticata architettura regolatoria. Eppure, continua a incontrare ostacoli rilevanti ogniqualvolta si presenta la necessità di agire come soggetto politico unitario.
Nel corso degli anni le crisi da affrontare non sono state poche ˗ da quelle finanziarie a quelle legate al fenomeno migratorio, dalle difficoltà nell’approvvigionamento energetico ai mutamenti di ordine geopolitico ˗ e tutte le volte lo scenario è apparso il medesimo: un sistema istituzionale che avrebbe dovuto prendere decisioni comuni si è trovato ad essere condizionato, se non addirittura bloccato, da logiche e interessi nazionali.
In un contesto siffatto, l’interrogativo da porsi è: aggiungere nuovi membri rafforzerà la capacità operativa dell’Unione oppure accentuerà le difficoltà già esistenti?
È una domanda legittima che non deve essere scambiata per un riflesso antieuropeo. La verità, per quanto ci si sforzi, è che non si riesce a capire se le teste pensanti dell’Unione abbiano ancora l’obiettivo di costruire una comunità politica oppure siano interessati a realizzare solo uno spazio economico integrato.
Detta diversamente: si sta lavorando per fare nascere una potenza politica o il più grande mercato regolato del pianeta?
Su un punto occorre essere chiari: i mercati (è una lezione della storia da cui è difficile prescindere) non sono in grado di generare automaticamente il senso di “una comune cittadinanza”. Ed è qui che tocchiamo il nervo scoperto del progetto europeo. Da decenni il processo di integrazione procede per accumulazione; si firmano nuovi Trattati, s’individuano nuove competenze, si accettano nuovi membri. Resta, però, assente la questione decisiva: quale forma politica dovrà assumere l’Unione nel XXI secolo? Dovrà essere una federazione? Una confederazione avanzata? O una grande area di cooperazione economica?
Vi è stato un tempo in cui Henry Kissinger si chiedeva quale numero di telefono dovesse comporre per parlare con l’Europa. Oggi esistono sia i numeri che le figure che rappresentano formalmente l’Ue sulla scena internazionale come il Presidente del Consiglio europeo, l’Alto rappresentante per gli affari esteri e la politica di sicurezza. La stessa Commissione europea riveste un ruolo di primo piano nelle relazioni esterne. Quel “numero da chiamare” c’è ed è conosciuto da tutte le Cancellerie, ma non corrisponde ancora a una voce unica e pienamente sovrana come accade in uno Stato nazionale. Al momento abbiamo una costruzione impressionante per dimensioni, competenze e capacità regolatoria, ma ancora incompiuta nella sua ambizione storica.
Prima di discutere quanto debba diventare grande, l’Europa dovrebbe chiarire che cosa intenda diventare sotto il profilo politico.
di Francesco Carella