Amendolara: la capanna dello zio Tom

venerdì 5 giugno 2026


Ci piace trovare le fragole al mercato a prezzi abbordabili? Allora – è questione di decenza – piantiamola con l’ipocrisia di dirci inorriditi e prostrati di fronte a scene di assoluta barbarie, come quelle viste ad Amendolara. Occorre un gesto di onestà morale nel riconoscere che un quadratino, ancorché infinitesimo, di mani impegnate a tenere bloccate le portiere dell’auto in cui bruciavano vivi Ullah, Waseem, Amin e Safi – quattro disgraziati lavoratori extracomunitari – fosse nostro. Di noi consumatori che, quando andiamo a fare la spesa, badiamo al prezzo della merce senza porci tante domande sul perché e sul come di quel prezzo. È responsabilità di quelli di noi imprenditori della filiera agroalimentare che, per fare quadrare i conti, per starci con i costi, tagliano all’inverosimile sulla manodopera. È colpa di questa Europa che, negli anni, nel nome del dio mercato ha permesso che i nostri scaffali venissero inondati di schifezze alimentari dal mondo, con il supporto complice di qualche Stato comunitario. Per inciso: se davvero tutto ciò che arriva sulle nostre tavole con il marchio del “Made in Spain” fosse prodotto in loco, il Paese iberico dovrebbe avere una superficie pari a quella del Brasile e del Canada messi insieme. Hai voglia a raccontarsi, in dotti convegni e in raffinati eventi conviviali ad uso degli addetti del settore, la favoletta della sostenibilità economica delle produzioni agroalimentari.

Il rispetto della legalità c’è, ma solo in quei comparti dove la profittabilità è garantita al lordo dell’applicazione delle regole, in particolare di quelle riguardanti i trattamenti salariali e la sicurezza antinfortunistica della manodopera impiegata. Il guaio è che le filiere altamente redditive in agricoltura non sono molte. Anzi, sono rare. E allora che si fa? Si chiude bottega? Si dichiara esaurito per impraticabilità il settore primario della nostra economia? Non diciamo sciocchezze, una cosa del genere non può accadere: salterebbe in aria il Paese. Da qui il dilemma: o si pratica la linea dura contro i produttori col rischio che il settore imploda o si gira la testa dall’altra parte per non vedere lo schifo che c’è in quel mondo che tutto è fuorché bucolico. E la testa la girano tutti, noi per primi che siamo quegli stessi che, pur abusando del consumo di carne, guai a mostrarci scene di macellazione degli animali. La verità è che, per reggere il mercato, una consistente quota d’imprese agricole non disdegna di ricorrere al buon vecchio schiavismo, con una sola significativa differenza rispetto al passato: oggi non è più il padrone a gestire la vita dei suoi schiavi ma esternalizza il compito alle strutture di intermediazione della manodopera, dai solidi radicamenti criminali. Insomma, al caporalato.

Ci pensano loro, i “caporali”, a soddisfare la domanda giornaliera di personale che viene dalle aziende del settore; a trasportarlo sul posto di lavoro; ad alloggiarlo in luoghi di fortuna fatiscenti, oltre il limite delle condizioni minime di vivibilità; a retribuirlo con paghe da fame sotto la soglia della sopravvivenza; a tenerlo a bada perché non osi protestare per lo stato di sfruttamento in cui versa; a punirlo quando prova a ribellarsi. Come è accaduto con il “barbecue” di Amendolara. Un lavoro, quello del “caporale”, che fa così schifo che financo la criminalità organizzata nostrana, appena ha potuto, se ne è liberato subappaltando il ramo di attività alle neocostituite mafie provenienti dagli stessi Paesi dorigine degli schiavi. I mostri incendiari di Amendolara, immortalati dalle telecamere del distributore di carburanti presso cui è avvenuto il fattaccio? Pakistani, come uno degli arsi vivi (le altre vittime erano afghane). È così che funziona, mentre noi teniamo la testa voltata a guardare altrove. Amendolara è in Calabria. Ma non prendiamocela con i calabresi, non è loro il copyright su questa vergogna: è coinvolta tutta l’Italia. In rete è ancora disponibile un report dell’osservatorio Placido Rizzotto della Flai-Cgil, risalente al 2024, su Agromafie e caporalato. Il Rapporto prende in esame i dati rivelati dall’Istat nel 2023, secondo cui sono stati “200mila i lavoratori irregolari occupati nelle diverse articolazioni del settore agricolo con un tasso di irregolarità per i dipendenti pari al 30 per cento. Nello specifico, le donne lavoratrici potenziali vittime di sfruttamento nel settore agricolo si confermano intorno alle 55mila”.

Non un fattore marginale, quindi, ma un dato sistemico il ricorso al lavoro irregolare in agricoltura. Da quello che si apprende dalle cronache, i morti di Amendolara avrebbero prestato la loro opera di schiavi non in Calabria ma nelle aziende della vicina Basilicata. Regione che, sempre secondo il report, avrebbe registrato, nell’anno osservato dall’Istat, la presenza in agricoltura di circa 5.000 lavoratori irregolari residenti nel territorio lucano e di circa 5-7.000 avventizi e pendolari provenienti da regioni limitrofe. É il solito Mezzogiorno a farsi notare quando si tratta di malaffare? Nient’affatto. Nelle civilissime province di Trento e Bolzano – quelle le cui località sono da sempre in cima alla lista dei centri dove si vive meglio – si stima “un numero totale di più di 6.000 lavoratori non standard o completamente irregolari nel settore primario e nel comparto alimentare di lavorazione/macellazione delle carni, di cui un numero che oscilla tra i 4.000 e i 4.600 sono quelli calcolati in base al tasso di irregolarità lavorativa riferito alla regione Trentino-Alto Adige (19 per cento) e circa 1.500/2.000 sono i richiedenti asilo e rifugiati ospiti dei centri di accoglienza sul territorio” (fonte: Rapporto Agromafie e caporalato, 2024). In Piemonte, il numero di lavoratori e lavoratrici irregolarmente impiegati nel settore agricolo o sottoposti a pesanti forme di sfruttamento oscilla tra 8 e 10mila unità.

L’elenco continua e non lascia scoperta alcuna parte del territorio nazionale. Segno che c’è un problema di quadratura del cerchio dei conti del settore, posto che non si voglia immaginare l’intera categoria degli imprenditori agricoli alla stregua di una gigantesca associazione a delinquere. Dopo i fatti di Amendolara c’è da sperare che il Governo non se ne esca con l’ennesima sfornata di decreti che non servono a nulla se non a fare scena. La cruda realtà è che oltre a una sforbiciata agli eccessi, che è competenza delle forze dell’ordine e dell’Autorità giudiziaria, c’è poco altro da fare. Di certo, una stretta seria, implacabile, allimmigrazione clandestina aiuterebbe, perché l’abbondanza di manodopera a costi irrisori aiuta lo sviluppo del fenomeno criminale del caporalato. Ma non basta. Tanto per intenderci: i poveri disgraziati arsi vivi non erano mica degli irregolari. Il permesso di soggiorno lo avevano. Nondimeno, erano schiavi. E sono morti ammazzati in modo atroce, come tanti africani un paio di secoli orsono nelle piantagioni di cotone del Mississippi. Nell’America degli Stati schiavisti della Confederazione c’era la Cotton belt, da noi invece c’è la “Pummarola belt”. Sempre di cinture trattasi. Quando cambieranno le cose? Quando questa voragine morale conoscerà la parola fine? Dobbiamo fare la danza della pioggia perché, al più presto, l’automazione nella raccolta dei prodotti agricoli si diffonda in modo capillare. L’unico modo per non avere più schiavi non è attendere che gli imprenditori diventino buoni e compassionevoli, decidendo di andare finanziariamente in malora ma con la coscienza pulita, ma che siano le macchine a fare il lavoro degli schiavi. Non c’è alternativa praticabile, nelle condizioni date e imposte dalla nostra amata Unione europea. Fintantoché non sarà un mezzo meccanico, magari comandato dall’Intelligenza artificiale, a togliere dalla pianta l’ultima fragola che vi pende, vi sarà sempre da qualche parte un africano, un indiano, un pakistano, un afghano, un bengalese, pronto a farlo. Per poi ritrovarsi in tasca, al tramonto, dopo 12-14 ore di onesto lavoro disonestamente trattato, non una paga decente ma il resto di niente.


di Cristofaro Sola