mercoledì 3 giugno 2026
Il 3 dicembre 2025, a Southampton, il diciottenne Henry Nowak è morto: mentre stava tornando a casa da una serata fuori è stato accoltellato da Vickrum Digwa.
Lunedì scorso Digwa, ventitreenne di origini sikh, è stato condannato all’ergastolo, con un periodo minimo di 21 anni di reclusione.
Ma quello che sta scatenando forti polemiche in Gran Bretagna, e non solo, sono le modalità che vedono coinvolte in primis le forze dell’ordine. Come mostra il filmato diffuso dalla polizia, dopo la condanna di Digwa, gli agenti arrivano dopo che Novak è stato accoltellato: il ragazzo, ferito e disteso a terra agonizzante, nonostante ripeta “non riesco a respirare” e “sono stato accoltellato”, viene ammanettato.
Ma prima gli agenti – allertati dai genitori proprio di Digwa – parlano con l’aggressore, che racconta subito come la sua sia stata una reazione di legittima difesa: a seguito di presunti insulti e botte, sottolineando come l’aggressione fosse a sfondo razziale, avrebbe reagito per difendersi con un pugnale di circa 20 centimetri.
Novak viene ammanettato e informato del suo arresto quando era già privo di sensi.
Al netto delle reazioni politiche, delle dichiarazioni di Keir Starmer e delle scuse arrivate venerdì scorso da parte del vicecapo della polizia dell’Hampshire, Robert France, rimane una domanda: come è possibile che davanti ad una persona accoltellata ed in fin di vita, la priorità non sia stata tentare di salvarlo?
Difficile non comprendere lo sfogo del padre di Henry: “Henry è stato trascinato sul pietrisco con le mani forzate dietro la schiena e gli sono state messe le manette. Invece di essere trattato come una vittima morente, la polizia ha formalmente arrestato Henry per aggressione e gli ha letto i suoi diritti. È stata l’ultima cosa che ha sentito”. Ed ha aggiunto: “Henry era stato accoltellato più volte e mentre il suo petto si riempiva di sangue ha cercato di scappare. È stato inseguito, maltrattato e filmato... quando la polizia è arrivata Henry era sdraiato sul pavimento, abbastanza in grado di sedersi e palesemente in gravi condizioni mediche. Con le sue ultime parole ha detto agli agenti che non riusciva a respirare. Ha detto loro che era stato accoltellato. La polizia ha detto che è stata fuorviata dagli assassini e che la scena quando sono arrivati era complessa. Purtroppo ci sembra che la verità sia molto più semplice. La polizia è stata informata da nostro figlio stesso e da un membro del pubblico... ma la polizia non ha creduto a quello”.
Ecco, perché non è stato creduto dato che era a terra sanguinante?
È stata davvero la paura di essere considerati razzisti ad aver spinto gli agenti a dare la priorità alle dichiarazioni di Digwa invece che prestare soccorso ad un ragazzo morente? E se il ragazzo morente fosse stato sikh, o comunque non bianco, avrebbero agito nello stesso modo?
In nome dell’antirazzismo si sta verificando una forma di razzismo al contrario per il quale se sei bianco sei comunque colpevole a priori?
Ora l’Iopc (l’organismo di controllo della polizia britannica) farà altre indagini per verificare le responsabilità degli agenti che sono intervenuti. Intanto si è scatenato l’hashtag “White Lives Matter” per sottolineare come la giustizia sia sempre di più a targhe alterne.
La comunità sikh britannica ha subito condannato l’omicidio invitando, però, a considerare l’accaduto come la responsabilità individuale di un singolo.
La leader conservatrice Kemi Badenoch, che pur riconoscendo come “qualcosa sia andato terribilmente storto” nella gestione dell’intervento e la necessità di rivedere le politiche di inclusione di Keir Starmer, ha sottolineato che l’episodio non deve essere trasformato in uno scontro tra comunità, dicendo di non volere “sentire parlare di Black Lives Matter o White Lives Matter. Tutti contano”.
E proprio perché tutti contano non si possono chiudere gli occhi davanti al razzismo “di ritorno” nei confronti delle persone bianche. Le vittime non dovrebbero essere considerate per il colore della propria pelle. Eppure, nel mondo del politicamente corretto, se una vittima di aggressione può essere lasciata morire perché ha la pelle bianca per non rischiare di apparire razzisti nei confronti dell’aggressore, il “buon senso” auspicato da Badenoch non può che iniziare dal riconoscere questa nuova forma di razzismo contro le persone dalla pelle bianca.
di Claudia Diaconale