mercoledì 27 maggio 2026
“Sfilo anch’io”, “No tu no”. Se sei ebreo e non hai denunciato il (presunto) genocidio a Gaza e preso le distanze dal governo Netanyahu.
Arriva giugno, e con i primi super caldi estivi imminenti è già tempo di Gay Pride. E anche quest’anno il Roma Pride ha deciso di distinguersi per le inevitabili polemiche relative alla annunciata esclusione degli LGBTQIA+ ebrei e israeliani dal novero dei carri della grande mascherata che a giorni invaderà le strade del centro di Roma.
Ecco il comunicato in stile soviet con cui a Keshet Italia è stata comunicata la ferale notizia della esclusione: “Il Roma Pride, dopo un incontro con i rappresentanti di Keshet Italia e Keshet Europe, organizzazioni LGBTQIA+ ebraiche, ritiene che non vi siano le condizioni per la partecipazione di un loro carro in Parata.
Il Pride è una manifestazione aperta e libera.
Chiunque condivida i valori fondanti del nostro movimento e della nostra comunità può scendere con noi in piazza. I carri in Parata sono, tuttavia, una prerogativa ma, soprattutto, una responsabilità politica dell’organizzazione. La bussola di una manifestazione politica è il suo documento e nel nostro la posizione del Roma Pride sul genocidio in corso a Gaza ad opera dello Stato di Israele è chiara. Sappiamo distinguere con chiarezza la differenza fra il governo israeliano e la comunità ebraica costituita da persone LGBTQIA+ e non potremmo mai attribuire a quest’ultima la responsabilità di atti criminali di guerra”.
E allora perché cacciarli dalla parata?
“Attribuiamo tuttavia a Keshet Italia la responsabilità di non avere preso e non intendere prendere le distanze dal genocidio in corso a Gaza ma, anzi, di fare un non condivisibile distinguo lessicale nel documento da loro pubblicato”.
Nel documento di Keshet Italia si faceva riferimento al silenzio del Roma Pride sulla sorte degli omosessuali in Iran e in genere in gran parte dei paesi islamici. Posizione che nei giorni scorsi è stata presa anche dal noto scrittore di origini ebraiche Erri de Luca, uno dei referenti anni fa di Lotta continua, anche lui isolato come un appestato dai nuovi compagni che sbagliano a trazione islamista.
Il comunicato del Roma Pride chiosa così questa ennesima discutibilissima scelta: “La partecipazione di un carro al Roma Pride presuppone – a prescindere dall’orientamento sessuale, identità, religione etnia o nazionalità di chi vi sale – anche una pozione netta e inequivocabile di condanna rispetto al genocidio perpetrato dal governo israeliano”
E ancora: “La storia della nostra Repubblica è una storia di Resistenza. La Storia (con la S maiuscola, ndr) del nostro movimento è anch’essa una Storia di resistenza. Il Roma Pride sostiene quindi il diritto di esistere e di resistere del popolo palestinese oppresso dalla condotta criminale e genocidiaria del governo israeliano. Il nostro documento politico non è un buffet dal quale è possibile ignorare e scartare singole pietanze indesiderate”.
E infatti di Iran e dintorni guai a parlarne. Verrebbe voglia di dire loro la solita banalità: perché non lo organizzate a Gaza o a Teheran il Gay Pride?
Ma forse meglio citare le parole che anni fa in un’intervista al sottoscritto il grande Paolo Poli, maestro del teatro en travestì ante litteram – quando gli LGBTQIA+ non erano di moda – proferì: “Mai piaciute quelle mascherate come il Gay Pride, noi eravamo froci e basta, quelli fanno solo politica”. E male.
di Dimitri Buffa