lunedì 25 maggio 2026
C’è qualcosa di stonato nelle commemorazioni dedicate a Giovanni Falcone. Non nella necessità di ricordarlo — quella è sacrosanta — ma nell’unanimità con cui oggi viene celebrato da un Paese che, da vivo, troppo spesso lo lasciò combattere da solo.
A distanza di trentaquattro anni dalla strage di Capaci, Falcone è diventato un simbolo incontestabile. Tutti ne rivendicano l’eredità, tutti ne citano le parole, tutti si dichiarano dalla sua parte. È il destino di molti uomini che hanno servito davvero lo Stato: diventano patrimonio nazionale soltanto dopo essere stati isolati, contestati o abbandonati.
Perché la verità è che Falcone non fu soltanto il magistrato assassinato dalla mafia. Fu anche il magistrato osteggiato da pezzi della magistratura, guardato con sospetto da una parte dell’informazione, criticato da ambienti politici e istituzionali che oggi, invece, ne celebrano la grandezza senza esitazioni.
Ed è questa la prima contraddizione che ogni anniversario dovrebbe avere il coraggio di affrontare.
Troppo facile inchinarsi davanti alla memoria di Falcone oggi, quando farlo non costa nulla. Più difficile sarebbe ammettere che attorno a lui venne costruito, negli ultimi anni della sua vita, un clima pesante di delegittimazione. Accusato di protagonismo, descritto come uomo di potere, persino ostacolato nelle sue ambizioni professionali, Falcone venne progressivamente isolato proprio mentre stava colpendo Cosa Nostra nel modo più efficace.
Per questo oggi è ipocrita fingere che attorno a lui non fosse stato scavato, giorno dopo giorno, un vuoto politico, istituzionale e umano. Trasformarlo oggi in un’icona unanimemente condivisa rischia quasi di cancellare quella verità scomoda. Come se il Paese avesse bisogno di ricordare l’eroe, ma non il trattamento che gli riservò quando era ancora vivo.
Eppure, c’è una seconda questione che rende queste celebrazioni inevitabilmente incomplete. Sulla morte di Giovanni Falcone continuiamo a non sapere tutto.
Le responsabilità mafiose sono state accertate. I boss, gli esecutori, la strategia stragista di Cosa Nostra: tutto questo appartiene ormai alla storia giudiziaria del Paese. Ma davvero possiamo credere che una strage di quella portata sia stata soltanto un affare mafioso? Davvero, dopo decenni di processi, indagini, depistaggi e piste riaperte, possiamo dire che ogni zona d’ombra sia stata chiarita?
La sensazione è che esistano ancora troppe domande senza risposta. Troppi punti opachi. Troppi interessi convergenti che, in quegli anni, avevano motivo di temere Falcone. I rapporti tra mafia e pezzi deviati dello Stato, le possibili “ingerenze” straniere, i tanti misteri che ancora aleggiano sulle stragi: tutto questo continua a comporre un quadro incompleto.
Ed è forse proprio qui che le commemorazioni rischiano di diventare insufficienti. Perché ricordare Falcone non dovrebbe significare soltanto ripeterne meccanicamente il nome come simbolo di coraggio e legalità. Dovrebbe significare, soprattutto, continuare a cercare la verità fino in fondo. Anche quando disturba. Anche quando mette in discussione versioni comode o equilibri consolidati.
Del resto, Giovanni Falcone non dedicò la vita alla retorica né all’ipocrisia. La dedicò alla ricerca ostinata della verità. Ed è difficile pensare a un modo più autentico per onorarne la memoria.
di Salvatore Di Bartolo