sabato 23 maggio 2026
Parlare di Giovanni Falcone, per me, non è mai un esercizio della memoria soltanto pubblica. È, prima di tutto, un ritorno continuo alla dimensione privata di un fratello con cui ho condiviso affetti, educazione, valori, ironie quotidiane e silenzi.
Nella mia memoria convivono infatti due figure inseparabili: Giovanni, l’uomo capace di alleggerire con una battuta anche i momenti più difficili, e Giovanni Falcone, il magistrato che ha saputo cambiare per sempre il modo di guardare alla mafia e di combatterla. A distanza di tanti anni dalla strage di Capaci, il suo insegnamento continua a parlare all’Italia e al mondo con una forza straordinariamente attuale.
Giovanni comprese prima di molti altri che la mafia non poteva essere affrontata come una semplice somma di delitti, ma come una struttura organizzata, economica e internazionale. Capì che per colpirla davvero occorreva studiarne i meccanismi interni, seguirne i flussi finanziari, comprenderne il linguaggio, le gerarchie, le alleanze, le connessioni internazionali.
Quella intuizione rivoluzionaria segnò una svolta storica. Grazie al lavoro del Pool antimafia e alle dichiarazioni di Tommaso Buscetta, per la prima volta Cosa Nostra venne raccontata dall’interno e riconosciuta come una vera organizzazione criminale unitaria. Da lì nacque il Maxiprocesso: il più grande processo alla mafia mai celebrato e una delle più importanti vittorie dello Stato italiano nella storia della Repubblica. In quell’aula bunker, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino dimostrarono che la mafia poteva essere processata, condannata e colpita nel suo potere.
Ma Giovanni non fu soltanto un grande magistrato. Fu anche un servitore dello Stato capace di guardare avanti. Nei mesi trascorsi al Ministero della Giustizia, come direttore generale degli Affari Penali, contribuì a costruire strumenti legislativi e investigativi che ancora oggi rappresentano l’ossatura del contrasto alla criminalità organizzata. La sua era una visione moderna, europea, internazionale della giustizia. Una visione fondata sulla collaborazione tra istituzioni, sulla credibilità dello Stato e sulla necessità di trasformare la legalità in una concreta opportunità di libertà.
È per questo che il 23 maggio non rappresenta soltanto il ricordo di una tragedia. È una data che ci obbliga a interrogarci sul presente e sul futuro del nostro Paese. La memoria, se vuole essere autentica, non può ridursi alla commemorazione. Deve diventare responsabilità collettiva, educazione civile, impegno quotidiano. Con questo spirito nasce il lavoro della Fondazione Giovanni Falcone e del Museo del Presente Giovanni Falcone e Paolo Borsellino: non luoghi della nostalgia, ma spazi vivi, aperti soprattutto ai giovani, dove la memoria incontra la contemporaneità e diventa strumento di crescita civile.
Quest’anno, nel quarantennale del Maxiprocesso, questo impegno assume un significato ancora più profondo grazie alla mostra straordinaria Il segno della rinascita – Gli Uffizi a Palermo, realizzata in collaborazione con le Gallerie degli Uffizi. È un progetto dal valore simbolico potentissimo, perché riporta a Palermo opere legate alla ferita della strage dei Georgofili del 1993, quando la mafia colpì non soltanto vite innocenti ma anche il patrimonio artistico e culturale dell’Italia. Quella violenza voleva spezzare l’identità stessa del nostro Paese. E invece oggi quelle opere diventano il simbolo della rinascita, della capacità dello Stato, delle istituzioni culturali e della società civile di trasformare una ferita in un messaggio di speranza. Portare questa mostra nel Museo del Presente significa affermare con forza che la bellezza può vincere sulla barbarie e che cultura e legalità sono parte della stessa battaglia civile.
In questi anni ho incontrato migliaia di studenti, giovani, cittadini, magistrati, forze dell’ordine, rappresentanti delle istituzioni italiane e internazionali. In tutti loro ho ritrovato il desiderio di non disperdere il sacrificio di Giovanni, di Paolo e degli uomini delle scorte. È questo che mi dà forza e speranza: sapere che quella storia continua a generare coscienze, responsabilità, partecipazione.
Giovanni Falcone diceva che “gli uomini passano, le idee restano”. Oggi quelle idee continuano a camminare nelle scuole, nei tribunali, nelle associazioni, nei luoghi della cultura e in tutte le persone che ogni giorno scelgono, spesso nel silenzio, di stare dalla parte della legalità e della giustizia.
Ed è proprio in questa continuità di impegno, memoria e speranza che ritrovo ancora oggi la presenza viva di mio fratello.
(*) Presidente Fondazione Falcone
di Maria Falcone (*)