sabato 23 maggio 2026
Ci sono uomini che attraversano la storia e uomini che, invece, riescono a cambiarla per sempre. Giovanni Falcone appartiene senza dubbio a questa seconda categoria. E forse è proprio per questo che, a distanza di anni, il suo nome continua a rappresentare non soltanto il simbolo della lotta alla mafia, ma anche l’idea più alta di Stato, giustizia e coraggio.
Credo sinceramente che nulla di ciò che è stato fatto contro la mafia, e nulla di ciò che ancora oggi continuiamo a fare anche in Commissione parlamentare antimafia, sarebbe stato possibile senza il suo esempio e senza quello di Paolo Borsellino. Due uomini diversi, uniti però dalla stessa visione, dallo stesso senso del dovere e da una solitudine che troppo spesso lo Stato ha faticato a comprendere.
Raccontare Giovanni Falcone significa inevitabilmente raccontare il magistrato che ha rivoluzionato il metodo di contrasto a Cosa Nostra. Fu tra i primi a comprendere che la mafia non dovesse essere combattuta soltanto con arresti e processi, ma colpendone soprattutto il suo enorme potere economico.
Con il pool antimafia e con il Maxiprocesso di Palermo ci fu una svolta storica che cambiò per sempre il volto della lotta alla criminalità organizzata e che ancora oggi rappresenta una delle pagine più importanti della Repubblica italiana.
Eppure, ridurre Falcone soltanto ai suoi successi professionali sarebbe profondamente ingiusto.
Dietro il magistrato c’era un uomo profondamente legato alla sua Palermo, cresciuto tra quelle strade bruciate dal sole che conosceva alla perfezione: palloni e pallottole; vita e malavita; sudore, lacrime e sangue; tra le contraddizioni di una terra splendida e ferita. Una terra che per bruciare le strade decise brutalmente di sostituire il sole con il tritolo; una terra che amava profondamente e che non ha mai smesso di difendere, nonostante tutto.
Ha combattuto una guerra durissima con gli strumenti della legge, mentre intorno a lui le regole venivano quotidianamente calpestate. E insieme alla paura c’era spesso la solitudine. Una solitudine silenziosa, fatta di isolamento, diffidenze, attacchi e incomprensioni. È forse questa una delle ferite più dolorose che accompagnano ancora oggi il ricordo di uomini come Falcone e Borsellino.
La fotografia che li ritrae sorridenti insieme è diventata il simbolo di un’intera generazione come la mia. Ma dietro quel sorriso si nascondevano il peso delle responsabilità, l’amarezza e forse anche la consapevolezza di essere stati lasciati troppo soli.
Falcone è stato l’architetto della moderna lotta alla mafia. Ha costruito, pezzo dopo pezzo, una struttura investigativa e giudiziaria capace di colpire le organizzazioni criminali come nessuno era riuscito a fare prima. Il Maxiprocesso e la nascita della Direzione Nazionale Antimafia restano ancora oggi tra le sue più grandi eredità.
Ma la sua eredità più importante probabilmente non è nelle aule di tribunale o nelle sentenze. È nelle coscienze.
Perché Giovanni Falcone ci ha insegnato che la mafia può essere combattuta. Che lo Stato, quando vuole davvero esserci, può vincere. E che il coraggio non significa non avere paura, ma scegliere ogni giorno di andare avanti nonostante quella paura: “Chi tace e chi piega la testa muore ogni volta che lo fa, chi parla e chi cammina a testa alta muore una volta sola”.
Per questo il suo esempio continua a vivere.
“Follow the money” è stato il suo mantra. Strano per un uomo come lui, che ha invece solo “Seguito la vita”. Fino alla morte…”
(*) Presidente della Commissione parlamentare antimafia
di Chiara Colosimo (*)