Per una vera cultura dell’antimafia

sabato 23 maggio 2026


Giovanni Falcone è stato un genio italiano, nel settore della giustizia e della antimafia. In Italia, ma forse nel mondo, esiste una generazione di uomini e di donne che è stata pesantemente segnata da un avvenimento storico tragico. Non è stata una guerra, né una rivoluzione. Si tratta della morte di un uomo, di un solo uomo dall’aspetto rassicurante, di poche parole, ma tanti fatti.

È stato il magistrato più grande del mondo, e si chiamava Giovanni Falcone.

Anche io, come tutti gli altri della mia generazione, ricordo i momenti di quel maledetto 23 maggio 1992, quando altri uomini decisero di mettere fine alla sua vita terrena, facendolo saltare in aria, insieme ad un pezzo di autostrada a Capaci.

Pensavano di eliminare il loro più acerrimo nemico e, invece, lo hanno reso immortale.

Per lui e per onorare la sua memoria, come poi quella di Paolo Borsellino e delle tante, purtroppo, altre vittime della vile violenza mafiosa, generazioni di magistrati, poliziotti e carabinieri hanno lavorato e si sono spesi per la giustizia.

Non lo hanno fatto in maniera normale, non l’hanno fatto solo come un lavoro, ma ci hanno messo tutti loro stessi, come se ogni indagine, ogni processo fossero una piccola ricompensa per il loro sacrificio.

Ci hanno creduto, hanno messo da parte tutto il resto, perché quello che contava era solo provare a prendere il loro testimone, a continuare quella battaglia che loro non avevamo potuto più fare.

E, allora, molti sono andati a Palermo ed hanno interpretato il loro ruolo come un impegno sacro, come un giuramento davanti alla bara di Giovanni Falcone.

Forse per quelli della nostra generazione è stato naturale, non facile, ma lo abbiamo fatto perché così doveva essere, senza se e senza ma.

Fu coraggio? Boh, qualcuno forse un giorno ce lo dirà.

Io credo sia stato il nostro destino, un destino straordinario e a tratti amaro, che abbiamo voluto vivere fino in fondo, anche per quelli che ci hanno lasciato, ma sentiamo sempre al nostro fianco.

Sono state esperienze intense ed indimenticabili che ci hanno lasciato alcuni colleghi e pochi amici sinceri che sono rimasti per la vita. Ma anche una grande eccezionale verità: non tutti oggi ricordano quel coraggio e pochi davvero credono che si possa combattere ancora questa battaglia.

Per questo, almeno ogni 23 maggio, abbiamo l’obbligo di ricordare e di trasmettere alle nuove generazioni le nostre emozioni.

Le mafie non sono altro da noi, le mafie ci rassomigliano. È solo conoscendo l’Uomo nei suoi comportamenti, nei suoi modi di pensare e di vedere il mondo, che noi possiamo conoscere le mafie”. Dobbiamo ripartire da questa frase di Giovanni Falcone, il genio assoluto della lotta alle mafie, per creare l’unico vero antidoto contro tutte le mafie: la cultura antimafia.

Questo per alcune importanti ragioni.

In primo luogo, noi siamo uomini e donne cresciuti nel mito dei giudici Livatino, Falcone e Borsellino, dei giornalisti Siani e Impastato, dei preti don Peppino Diana e padre Puglisi. Abbiamo vissuto la vita intera a piangere tutte le altre vittime innocenti delle mafie e a sostenere magistrati e forze dell’ordine nella loro incessante battaglia contro tutte le mafie.

Ma anche perché pure noi siamo cittadini e cittadine di questo Paese; ed ormai siamo stanchi di aspettare che le mafie cessino di fare danni alle popolazioni ed all’economia.

Siamo anche noi soltanto persone normali, ma abbiamo deciso di scendere in campo, ed abbiamo acquisito consapevolezza del fatto che ognuno di noi deve provare a fare e dare di più. Perché la lotta alle mafie non può essere delegata solo alle Istituzioni, ma la società civile deve fare la sua parte e lo deve fare tutti i giorni, non solo con sfilate e manifestazioni.

È arrivato il momento del riscatto delle persone perbene.

E dobbiamo farlo tutti insieme, elaborando nuove strategie di contrasto, partendo dalla diffusione di una nuova cultura, quella dell’antimafia.

Perciò è fondamentale parlarne e scriverne.

Parlarne per accrescere la sensibilità civica, ma anche istituzionale e per elaborare una strategia che provi a rimettere al centro i valori del rispetto, della fratellanza, della libertà, della solidarietà e della giustizia.

Proponiamo così modelli alternativi a quelli propagandati da alcune serie tv e diffusi su molti social. Costruiamo altre opportunità per i ragazzi delle aree disagiate, raccontando esperienze di vita e di lavoro, che poi nel nostro caso sono la stessa cosa. Dimostriamo che la legalità conviene e che l’onestà è il presupposto della felicità.

Ma per riuscire in questo intento occorre anche raccontare e trasferire le proprie esperienze e le proprie emozioni. Si parla tanto di mafie e da anni ormai l’antimafia cosiddetta sociale è entrata a far parte del gergo comune e si concretizza in decine e decine di iniziative.

Ma sappiamo davvero di cosa si tratta? Cosa è oggi l’antimafia?

È una domanda che mi piacerebbe porre a tanti, a partire da chi governa periodicamente il nostro Paese. Sono sicuro che ne uscirebbero tutte risposte scontate, quelle di accezione comune legate alle istituzioni antimafia, come la Commissione parlamentare o la procura o il movimento antimafia, termine con il quale sono indicati quei gruppi spontanei che operano contro la criminalità organizzata.

Non mi sono mai accontentato dell’ovvio e naturalmente non lo faccio neanche in questo campo, dove si gioca davvero la partita contro le mafie ed il futuro del nostro Paese.

I profili di interesse sono almeno due: quello istituzionale e quello sociale.

Entrambi a mio avviso assolutamente deficitari ed in tal senso non deve sorprendere che le mafie esistano nel nostro Paese da quasi 200 anni e siano oggi più pericolose che mai.

Partendo dal profilo istituzionale è sorprendente la disattenzione tecnica sugli strumenti di aggressione alle mafie. Non esistono strategie di intervento, manca totalmente esperienza e professionalità. Si parla tanto, talvolta troppo, di lotta alle mafie, ma poi non si intravede neanche in lontananza quale sia e se ci sia una “mente” incaricata di elaborare l’idea. È come se parlassimo di tumori senza medici oncologici, o di costruire grattacieli senza ingegneri. Senza cabina di regia e senza esperti vedo davvero difficilissimo dare risposte adeguate alle tante questioni mafiose. A partire dalle intercettazioni telefoniche, dal 41 bis, dalla gestione dei beni confiscati si finisce per star dietro a gruppi di autoproclamatisi esperti o peggio ancora di soggetti fortemente ideologizzati che antepongono le loro credenze alle necessità operative.

E qui la cosa si salda in maniera preoccupante con la cosiddetta antimafia sociale.

Sul punto, si è consolidato nel Paese un trasversalismo ideologico molto più strutturato di quello che Leonardo Sciascia negli anni ‘80 già disegnava come i “professionisti dell’antimafia”.

L’origine deriva dalla disarmante incapacità della classe politica di attrezzarsi, commista, in certi luoghi ed in certi periodi, alla contiguità con gli interessi criminali. Fatto sta che la politica, a fronte di roboanti proclami, sull’antimafia è stata e continua ad essere troppo timida ed inconcludente.

Pensiamo all’eterno dibattito sulle condizioni carcerarie, che si fa senza mai iniziare dall’analisi seria sui principi, a partire dalla rieducazione della pena, costituzionalmente prevista come cardine assoluto, ma di fatto mai compiutamente realizzata.

Personalmente credo nel valore costituzionale del principio e nell’esigenza di investire non solo in percorsi penitenziari di recupero, ma soprattutto in quelli successivi di reinserimento.

Ma che facciamo con quelli che non vogliono essere recuperati?

Qualsiasi problema si affronti si finisce sempre per ritornare al punto di partenza, la necessità di sviluppare cultura antimafia seria e concreta fin da piccoli, quando si insegna a leggere e scrivere.

Ma noi siamo un po’ così, superficiali o distratti, come quando è morto Giovanni Falcone. Il primo busto in suo onore lo fece installare l’allora direttore del Fbi, Louis Freeh nel 1994, nella sede dell’Accademy della Fbi a Quantico, mentre per avere una lapide commemorativa al Ministero della Giustizia, a Roma, dove svolgeva le funzioni di Direttore Generale quando venne ucciso, si dovette aspettare fino al 2002; ed a Capaci, sul luogo della strage, anche di più.

Per non parlare di quando lavorava ed era costretto a rifugiarsi nel suo ufficio “il bunkerino”, si proprio un piccolo bunker, a casa sua, nella Procura di Palermo, dove evidentemente aveva bisogno di difendersi anche dai finti amici.


di Catello Maresca