Trentaquattro anni di memoria operativa

sabato 23 maggio 2026


A trentaquattro anni dalla strage di Capaci, il rischio più grande non è il silenzio della memoria, ma l’assuefazione della coscienza pubblica. Giovanni Falcone appartiene ormai alla storia della Repubblica, ma il suo insegnamento continua a interrogare il presente con una lucidità che nessuna celebrazione può esaurire. Per questo motivo, ricordarlo significa sottrarlo alla retorica e restituirlo alla sua dimensione più autentica: quella di un servitore dello Stato che ha trasformato il diritto in una forma concreta di responsabilità civile.

Falcone comprese prima di molti altri che la mafia non fosse soltanto un’organizzazione criminale, ma un sistema di potere capace di infiltrarsi nell’economia, nella politica, nelle relazioni sociali e persino nella cultura nazionale.

La sua rivoluzione fu innanzitutto metodologica: seguire i flussi finanziari, costruire cooperazione internazionale, rompere l’isolamento investigativo, affermare il principio che la lotta alla criminalità organizzata dovesse essere affrontata con strumenti moderni, competenza e visione strategica.

Fu questa capacità di innovare a renderlo bersaglio.

E fu proprio la sua modernità a renderlo immortale.

Oggi, nel tempo delle mafie invisibili, delle corruzioni sofisticate e delle nuove fragilità democratiche, la lezione di Falcone conserva un’urgenza straordinaria. Le organizzazioni criminali cambiano linguaggio, investono nell’economia legale, abitano gli spazi della finanza, della tecnologia, delle reti internazionali. Non cercano più soltanto il controllo del territorio: cercano consenso, relazioni, normalizzazione. È qui che la memoria deve trasformarsi in coscienza operativa.

Non basta commemorare; occorre riconoscere i segnali, difendere le istituzioni, pretendere trasparenza, educare alla legalità come pratica quotidiana e non come formula rituale.

Lo speciale di oggi nasce da tale convinzione. Non per celebrare un’icona, ma per interrogare un’eredità.

Le riflessioni di Maria Falcone, Chiara Colosimo, Catello Maresca e Giannicola Sinisi, costruiscono un confronto autorevole che attraversa giustizia, politica, memoria e responsabilità collettiva.

Voci diverse, accomunate dalla consapevolezza che il contrasto alla mafia non sia una battaglia conclusa, ma una sfida permanente che riguarda la qualità della nostra democrazia.

Giovanni Falcone ci ha lasciato un principio che resta decisivo: la mafia è un fenomeno umano e, come tutti i fenomeni umani, ha un inizio e avrà una fine. Ma quella fine non arriverà da sola.

Dipenderà dalla forza delle istituzioni, dalla credibilità dello Stato, dal coraggio dell’informazione e dalla maturità civile di un Paese chiamato ancora oggi a scegliere tra memoria e convenienza, tra responsabilità e indifferenza.

Senza sconti. Senza oblio. 

Ma sia chiaro: noi giornalisti facciamo un passo indietro. Spegniamo i riflettori su di noi.

Il nostro compito più nobile, oggi, è quello di essere un collante, un ponte invisibile ma indistruttibile tra le istituzioni, chi ha pagato il prezzo più alto col sangue dei propri cari, e i cittadini di domani. Al centro della scena devono esserci solo loro: le idee, il coraggio e l'infinita tensione morale di Falcone, di Borsellino e di tutti quegli eroi che hanno impresso un’impronta indelebile nella carne di questo Paese.


di Alessandro Cucciolla