L’importanza di chiamarsi Lehner, non Sansonetti o Berlinguer

martedì 19 maggio 2026


Sassolini di Lehner

Fui, tra gli altri, consigliere di Silvio Berlusconi, per quanto spesso inascoltato, ma soprattutto suo amico fraterno. Con quel grand’uomo che possedeva neuroni e memoria da far impallidire Giovanni Pico della Mirandola – recitò in tribunale senza rileggerlo un testo di 25 pagine da me scritto sulla vicenda Sme, per la quale lo incolparono a matula, pur di graziare lo svenditore Romano Prodi – condivisi gioie, successi, sconfitte, dolori, emozioni e lacrime. L’abbracciai e lo rincuorai, quando subì l'invasivo intervento alla prostata, che tentò, invano, di minare la sua resiliente virilità. Stretti uno all'altro, piangemmo a lungo, quando la preziosa e fedele Marinella Brambilla, anch'essa scossa e commossa, ci annunciò che lo statista Bettino Craxi era morto. Insieme, riflettemmo su quanti togati, comunisti, cretini di destra e di sinistra e iscritti all'Ordine assassinarono il più grande politico italiano, il leader dell'unica sinistra di governo possibile e credibile. Pur con siffatto patrimonio affettivo, non ho mai preteso alcunché da Mediaset, neppure una comparsata ben gettonata come opinionista onnisciente. Fu giusto così.

Intanto, da consigliere ormai del tutto inascoltato, ebbi l’impudenza, nel clima da caccia alla vagina forzista del bunga-bunga, di ricordare all'amico Silvio che due personaggi storici come Benito Mussolini e Craxi, pur adoranti il triangolo di Venere, non ebbero mai neppure la tentazione di elevare a parlamentari o ministri delle belle gnocche. Silvio, purtroppo, non gradì il riferimento storico. Nel mio curriculum, inoltre, mancano altri titoli fondamentali, per accattare emolumenti almeno da uno dei canali Mediaset. Ad esempio, non mi chiamo Piero Sansonetti, già condirettore de l'Unità veltroniana, che l'11 novembre 1993 pubblicò il seguente trafiletto: “La federazione di Trieste e l’unità di base Tomazic del Pds annunciano con dolore la morte di Vittorio Penco, vecchio militante Pci, perseguitato politico per le sue idee di libertà e di socialismo”. Il testo, insomma, intese far passare Penco, alias Vittorio Bocchino, come un perseguitato dai fascisti. In verità, il comunista Vittorio Penco, giunto in Urss per aggiungere la sua piccola pietra alla costruzione della promessa società dell’homo novus, si ritrovò in un inferno.

Senza nessuna colpa rimase vittima di Palmiro Togliatti, Antonio Roasio, Paolo Robotti, Domenico Ciufoli, in perfetta sinergia con i carnefici dell’Nkvd. Penco, su delazione dei dirigenti del PCd’I, fu umiliato, arrestato, torturato e costretto a patire 15 anni tra carcere, campo di concentramento, deportazione ed esilio coatto in terra sovietica. Ma Sansonetti ne fece un martire di fascisti o di anonimi. Tra le altre mie mancanze, ammetto di non aver perfezionato la transizione verso il gentil sesso, ergo non sono ancora “eterno femminino regale”, essendo, anzi, rimasto retrivo maschiaccio patriarcale. Quindi, non merito di venir chiamato figlia o “sorella di”. Questa colpa, in verità, spetta interamente ai miei familiari, che non frequentarono mai né il Grande oriente d'Italia, né la ridente e amena Sardegna.

Infatti, pende su di me un sospetto cognome di origine ebraica, mille miglia distante dal casato dei Berlinguer. Invece, Laura e Bianca sono figlie di Enrico e nipotine del libero muratore, il frammassone Mario Berlinguer, chissà – basta chiederlo a Nicola Gratteri – se deviato o no. A mio carico c'è, inoltre, il fatto di non essere mai stato sposato, come Laura, col sedicente comunista Luca Telese, che, fra l'altro, mi starebbe pure simpatico, stante le affinità: la buona forchetta e la discreta epa. Peggio ancora il mio mancato, anzi ripudiato, matrimonio con la belva umana, non Giandomenico Fracchia, ma Luigi Manconi, attuale legittimo sposo di Bianca. Lungi da me, infatti, siffatto giustiziere, autore delle parole più ferocemente e stolidamente inumane su Bettino, indicato come sicuramente colpevole, perché schifosamente malato di diabete. Infatti, il bruto Manconi ebbe la efferatezza di scrivere: “C’è qualcosa di cupamente grottesco nell’immagine di quell’uomo anziano e malato. Anche la malattia non lo fa apparire più fragile, e con ciò meno sgradevole. Al contrario. La sua sembra proprio quella che, nei racconti per adolescenti, è l’infermità dei “cattivi” (nel Piccolo Lord, la gotta se ben ricordo). La malattia completa crudelmente l’immagine di un uomo che – in una torva solitudine – cova i suoi rancori. Quel sarcasmo così appesantito, quell’aggressività così affannosa rivelano qualcosa di intimamente sporco”.

Ad essere crudeli come Luigi, dovremmo, oggi, scrivere: “Il fatto che, ora, sei ipovedente prova la tua sporcizia”. Da noi, però, non scaturiranno mai simili fonemi alla Nosferatu. Anzi, alla fu belva Luigi auguriamo lunga vita e buona salute, perché noi craxiani liberalsocialisti non scaturiamo dalla bestialità staliniana. Le succitate Laura e Bianca, vantando tale cognome e siffatti mariti, si ritrovano meritatamente a libro paga di Pier Silvio Berlusconi. Mi viene da dire: alla fin fine, visto che Leonid Brežnev non hai mai dato a Giancarlo le milionate di dollari donati a Enrico; dato, inoltre, che i soldi non danno la felicità, meglio accontentarsi del sospetto cognome giudaico Lehner (in verità, Lechner) e non pretendere di essere un Sansonetti o una Berlinguer pluristipendiati da Mediaset.


di Giancarlo Lehner