Se crescono le tasse, non cresce l’economia

mercoledì 13 maggio 2026


Per raggiungere gli obiettivi europei, non c’è alcun bisogno di rimpinguare il bilancio

La Commissione europea ha proposto, per il periodo 2028-34, un bilancio in decisa crescita: le risorse gestite da Bruxelles dovrebbero aumentare dall’1 per cento all’1,26 per cento del reddito nazionale lordo dell’Ue. Durante il primo esame della proposta, il Parlamento Ue ha rilanciato: alzare l’asticella almeno all’1,27 per cento al netto delle spese necessarie al rimborso del debito contratto per Next Generation Eu. Per raggiungere questo risultato, la Commissione chiede – e il Parlamento approva – nuove entrate proprie, dando vita a forme di tassazione europea. In particolare, ci sono in ballo quattro nuovi balzelli: un’imposta sulle grandi imprese (Core), un contributo determinato sulla base della quota dei rifiuti elettronici non raccolti, una compartecipazione al gettito delle accise sul tabacco e una parte del gettito dei certificati di emissione generati attraverso i due meccanismi esistenti (Ets, sulle emissioni interne, e Cbam, sulle importazioni) e su quello che potrebbe entrare in vigore l’anno prossimo (Ets2, sulle emissioni nei settori dell’edilizia e dei trasporti). 

Un nuovo studio di Epicenter analizza nel dettaglio le proposte di nuovi tributi. Da un’analisi approfondita è evidente che, per raggiungere gli obiettivi europei, non c’è alcun bisogno di rimpinguare il bilancio: l’1 per cento del reddito nazionale lordo, cioè grossomodo la dimensione del budget attuale, è più che sufficiente. Gran parte delle spese aggiuntive, infatti, o non sono necessarie (nel senso che si riferiscono a obiettivi che possono essere raggiunti dal mercato) o possono essere meglio effettuate a livello degli Stati membri. Ma c’è un altro aspetto: al di là delle caratteristiche dei balzelli europei proposti, spesso distorsivi, l’effetto diretto della nuova proposta – se accolta – sarebbe di aumentare la pressione fiscale a livello europeo. Non c’è alcuna clausola di invarianza sulle entrate; non è previsto alcun meccanismo in forza del quale alle maggiori risorse attribuite alle istituzioni europee dovrebbe corrispondere una riduzione del prelievo (e della spesa) a livello nazionale. L’Europa è già ai vertici della classifica globale sulla spesa pubblica (e, conseguentemente, di quelle sul debito e sulla pressione fiscale). Nel 2023, tolti alcuni paesi piccolissimi (come Kiribati e le isole Marshall) o in guerra (Ucraina), la Francia era il paese al mondo con la maggiore spesa pubblica, il 57 per cento del Pil, seguita da altri Stati membri dell’Ue: la Finlandia (56,6 per cento), il Belgio (54,6 per cento) e l’Italia (53,8 per cento). Anche andando avanti, si trovano praticamente tutti i paesi europei, che detengono senza dubbio questo poco invidiabile primato. Siamo sicuri che sia la strada da seguire per crescere?

(*) Tratto da Ibl


di Istituto Bruno Leoni (*)