mercoledì 13 maggio 2026
Claudio Cerasa ha scritto sul Foglio, il 7 maggio 2026, un articolo che merita di essere preso molto sul serio, perché fa una cosa rara nel giornalismo italiano: anziché soffermarsi sulla cronaca diplomatica dell’incontro tra Marco Rubio e Papa Leone XIV, ne individua il nucleo filosofico profondo. La tesi di Cerasa è limpida: ci sono ferite che si possono rimarginare, “anche nei traumi più dolorosi”, e ci sono ferite che invece “più le si tocca e più tenderanno a procurare dolore”. La vera ferita che nessun incontro potrà rimarginare non riguarda l’Iran, né l’Ucraina, né le punzecchiature reciproche tra Trump e il Pontefice. La vera ferita riguarda lo scontro tra due visioni del mondo incompatibili: da una parte il cattolicesimo, che pone la persona come fine; dall’altra il datismo delle tecno-oligarchie, che riduce la persona a dato da estrarre. Da una parte Leone XIV e la sua prossima enciclica, erede della Rerum Novarum; dall’altra Peter Thiel, Palantir e la pretesa di costruire, come scrive Cerasa, “una nuova fede basata sulla razionalità, un illuminismo che si fonda non sulla ragione ma sui dati”.
Cerasa ha ragione, e la sua intuizione andrebbe radicalizzata. Il datismo di cui parla non è un capriccio ideologico della Silicon Valley: è il punto di approdo di un processo intellettuale che ha radici lunghe e profonde. Già nel 2016, in Homo Deus, Yuval Noah Harari aveva battezzato questa tendenza con il suo nome proprio, descrivendola come una nuova fede che “dichiara che l’universo è costituito da flussi di dati” e che il valore di ogni fenomeno, compreso l’essere umano, si misura esclusivamente dal suo contributo all’elaborazione di quei flussi. Il datismo, nella formulazione di Harari, non è semplicemente una tecnica: è una religione, con i suoi comandamenti (produci più dati, connettiti a più reti, affidati all’algoritmo), i suoi sacerdoti (gli ingegneri della Silicon Valley) e il suo peccato mortale (interrompere il flusso dei dati). In Nexus (2024), Harari ha aggiornato e precisato il quadro: l’informazione non è verità, le reti che ci connettono possono dividerci, e l’intelligenza artificiale, scrive, “rischia di superare l’essere umano come epicentro delle reti di potere”. Il passaggio da Homo Deus a Nexus è il passaggio dalla profezia alla constatazione: il datismo non è più una possibilità futura, è l’ideologia operante della classe dirigente tecnologica americana. E che Thiel e gli altri ne siano i portavoce politici è, da questo punto di vista, perfettamente coerente: sono loro a sostenere, come ricostruisce Cerasa, che il mondo “dovrà sempre di più affidarsi a coloro che sanno prevedere il futuro attraverso la lettura dei dati”, che a quei “nuovi sacerdoti” e a quella “nuova religione occorre affidarsi”, e che è necessario “politicizzare la tecnologia, trasformandola in uno strumento di accelerazione, di disintermediazione e di creazione di nuove gerarchie”. I tecno-oligarchi, scrive Cerasa, “sognano di creare una nuova religione, con i suoi apostoli, i suoi sacerdoti, il suo vangelo e il suo Papa”.
Ma la domanda che Cerasa pone, “chi vincerà?”, esige una risposta che vada oltre la cronaca e oltre la stessa sociologia della Silicon Valley. Lo scontro tra datismo e cattolicesimo non è uno scontro tra due opinioni: è l’ultima incarnazione dello scontro tra la tradizione e la tecnica. E per capirlo davvero bisogna andare alla radice filosofica di ciò che li separa.
Il cattolicesimo, come ogni grande tradizione metafisica, si fonda su un presupposto radicale: la verità esiste, è assoluta, e non dipende dall’uomo. La persona ha dignità perché partecipa di un ordine che la trascende: l’essere, il logos, Dio. In questo quadro, il dato è un mezzo, uno strumento al servizio della conoscenza dell’uomo, che a sua volta è al servizio della verità. È esattamente ciò che Leone XIV sta preparando nella sua enciclica quando parla di “distinguere tra i mezzi e i fini” e di “ristrutturare la comunicazione secondo il paradigma umano e non secondo quello tecnologico”. Di fronte a lui, come scrive Cerasa, la Chiesa pone “il dato al servizio dell’uomo e non il contrario. L’uomo che usa il dato e che non si fa usare dal dato”.
Il datismo, al contrario, presuppone che nessuna verità assoluta esista: esistono solo flussi di informazione, pattern, correlazioni statistiche. Non c’è un ordine dell’essere a cui l’uomo partecipa: ci sono solo algoritmi più o meno efficienti. La persona non è un fine perché non esiste un fondamento metafisico che la renda tale: è un nodo nella rete, un processore biologico di dati, e il suo valore si misura dalla sua capacità di contribuire al sistema. Thiel, quando dice che il mondo deve affidarsi a “coloro che sanno prevedere il futuro attraverso la lettura dei dati”, non sta proponendo una tecnica di governo: sta enunciando un’ontologia. I nuovi sacerdoti non interpretano la verità: la producono attraverso il calcolo. Harari lo aveva detto con brutale chiarezza: nel mondo datista “Homo sapiens è un algoritmo obsoleto”, e il valore di ogni cosa si calcolai “n relazione alla quantità di dati che può produrre” o che può essere utilizzata nel sistema più ampio.
Ora, questo scontro non nasce dal nulla. Il datismo è il figlio legittimo di quel processo che la filosofia contemporanea ha chiamato in molti modi (e che le scienze hanno declinato lungo tutto il XX secolo), ma che nella sua formulazione più radicale si può riassumere così: Dio è morto, e con lui è morta la verità. Se non esiste una verità eterna e immutabile, se l’essere non ha un ordine stabile, allora tutto diventa statistica, e la statistica più potente è quella che si fonda sulla maggiore capacità di calcolo. Il datismo, in fondo, non è che il nichilismo realizzato: non la disperazione per l’assenza di senso, ma la costruzione entusiastica di un mondo in cui il senso è sostituito dall’efficienza, la verità dalla previsione, il fine dal funzionamento.
Eppure, prima di rispondere alla domanda di Cerasa, vale la pena chiedersi se lo scontro tra queste due visioni sia davvero uno scontro tra opposti, o se non nasconda, sotto la superficie, una parentela più profonda di quanto entrambe le parti sarebbero disposte ad ammettere. Perché ciò che colpisce, a guardare la struttura e non il contenuto, è quanto il datismo somigli alla religione che pretende di sostituire.
Il punto di partenza è il medesimo: l’uomo è un essere precario, esposto alla morte, e da solo non si salva. Il cattolicesimo risponde a questa precarietà con Dio, che garantisce all’anima la vita eterna e sottrae l’uomo al diventar nulla. Il datismo risponde alla stessa precarietà con il dato: se tutto ciò che sei è registrato, calcolato, conservato nel flusso informativo, allora in qualche modo sfuggi all’annientamento biologico. Non è un caso che Thiel investa massicciamente in tecnologie di estensione della vita: la struttura è quella della resurrezione, tradotta in linguaggio ingegneristico. E non è forse un lapsus teologico involontario il fatto che il luogo in cui il dato viene conservato per l’eternità si chiami cloud: il cielo?
Ma la parentela va più in profondità di un’analogia suggestiva. Dio, nella teologia cristiana, è l’intelligenza ordinatrice: separa la luce dalle tenebre, dà nome alle cose, conferisce forma all’informe. Il calcolatore fa esattamente questo: dal rumore indistinto dei dati grezzi estrae pattern, ordine, previsione. E l’analogia non è moderna: è antichissima. Già Anassagora, nel quinto secolo avanti Cristo, aveva posto il Nous, l’Intelligenza, come il principio separato da tutto che proprio per la sua separatezza può governare tutto. Il Nous non è mescolato con la materia, eppure è capace di ordinarla: è il motore immobile che mette in moto la mescolanza originaria delle cose e le dispone secondo un ordine intelligibile. L’intelligenza artificiale si presenta con caratteristiche strutturalmente identiche: separata dai dati che elabora, non coinvolta nel processo, eppure capace di governarlo dall’esterno. Quando Thiel dice che il mondo deve affidarsi a chi “sa prevedere il futuro attraverso la lettura dei dati”, sta descrivendo, probabilmente senza saperlo, la funzione del Nous anassagoreo: un’intelligenza che non partecipa del mondo, ma lo ordina.
E se il calcolatore è il nuovo Dio ordinatore, allora la previsione algoritmica è la nuova provvidenza. Perché la provvidenza, nella sua radice etimologica, non è altro che questo: pro-videre, vedere prima. Dio conosce in anticipo il destino di ogni ente, e proprio questa conoscenza anticipata garantisce che il mondo non sia abbandonato al caso. L’algoritmo, con sufficiente potenza di calcolo, aspira esattamente allo stesso risultato: prevedere il comportamento umano, anticipare le crisi, eliminare l’imprevisto. E il Dio cristiano è onnisciente, conosce ogni cosa, compreso ciò che l’uomo nasconde a se stesso: il sogno dichiarato del datismo, come Harari ha scritto senza giri di parole, è che “gli algoritmi ci conoscano meglio di quanto noi conosciamo noi stessi”. L’onniscienza non scompare: cambia supporto.
In entrambi i mondi, del resto, l’uomo non può salvarsi da solo. Ha bisogno di un mediatore che lo metta in comunicazione con l’ordine superiore cui da solo non avrebbe accesso: il sacerdote nel cattolicesimo, l’ingegnere nel datismo. Cerasa lo ha colto bene quando ha parlato di “nuovi sacerdoti” e “nuova religione”: non è una metafora, è una descrizione strutturale. E in entrambi i mondi il male non è una sostanza, ma una deviazione dall’ordine: il peccato nel cattolicesimo, che è allontanamento dalla volontà di Dio; il bug nel datismo, che è interruzione del flusso dei dati, il “peccato mortale” della nuova fede. Persino il giudizio universale trova il suo doppio tecnologico: il giudizio cristiano valuta ogni azione dell’uomo alla luce della verità eterna, alla fine dei tempi; il rating algoritmico, il social credit, la profilazione permanente fanno la stessa cosa in tempo reale, in ogni istante, senza attendere nessuna escatologia.
Tutto questo non significa, naturalmente, che cattolicesimo e datismo siano “la stessa cosa”. Sarebbe una semplificazione grossolana, e soprattutto oscurerebbe la differenza che Cerasa ha ragione a sottolineare: la Chiesa pone la persona come fine, il datismo la riduce a mezzo. Ma significa qualcosa di più sottile e forse di più inquietante: che le due visioni condividono la stessa diagnosi sull’uomo, la stessa convinzione che senza un intervento salvifico, divino o tecnologico, l’essere umano è perduto, e che le strutture con cui organizzano la salvezza sono sorprendentemente speculari. Il che apre una domanda ulteriore, più radicale di quella con cui Cerasa chiude il suo articolo: e se lo scontro tra la “vecchia religione dell’uomo” e la “nuova religione dei dati” non fosse una guerra tra mondi estranei, ma una competizione interna tra due forme diverse della stessa esigenza di sottrarre l’uomo al nulla? In quel caso, la domanda decisiva non sarebbe chi vincerà, ma se il terreno su cui entrambe combattono, quel terreno fatto di precarietà e bisogno di salvezza, sia davvero l’unico terreno possibile, o se non esista un modo diverso di guardare all’uomo.
di Claudio Amicantonio