lunedì 11 maggio 2026
Vi è un filo rosso che attraversa la storia italiana: il moralismo. Ed è proprio grazie ad esso che nel nostro Paese, più che in altri, continua ad essere egemone una rappresentazione della politica che oscilla tra l’ingenuità e l’infantilismo. Da una parte, s’insegue l’idea salvifica del governo perfetto, dall’altra, ci si indigna contro la “casta corrotta”. In tal modo, si continua a rinviare l’appuntamento con la dura realtà dei processi politici fatta di organizzazione del potere, mediazione tra interessi diversi, selezione delle classi dirigenti e instancabile lavoro per la costruzione del consenso. Tutti fattori rimasti in larga misura estranei alle grandi correnti culturali che hanno formato gli italiani: il cattolicesimo etico, il giacobinismo ideologico e la tradizione marxista della redenzione collettiva. In ragione di ciò, i fenomeni politici vengono quasi sempre valutati in termini di purezza morale e non come il risultato di faticosi e lunghi compromessi.
I pensatori elitisti avevano intuito già alla fine dell’Ottocento quanto tali dinamiche fossero decisive per un’azione politica consapevole. Moisej Ostrogorski, Gaetano Mosca, Roberto Michels, Vilfredo Pareto, Joseph Schumpeter, pur partendo da premesse differenti, giunsero a una medesima conclusione: in ogni ordinamento politico emerge sempre una distinzione tra “una maggioranza di governati e una minoranza di governanti”. Cambiano le forme, mutano le ideologie, si scrivono nuove procedure elettorali, ma il dato fondamentale rimane immutato: chi organizza il consenso accumula potere. Fu Michels a sintetizzare queste riflessioni nella celebre legge ferrea dell’oligarchia. “Chi dice democrazia – scriveva – dice organizzazione, chi dice organizzazione dice oligarchia”. In altri termini, non esistono strutture complesse che non finiscano sotto il controllo di una “leadership stabile e professionale”. Eppure, ogni stagione politica continua ad essere attraversata da promesse palingenetiche. I pentastellati, qualche anno fa, arrivarono persino a promettere l’apertura del Parlamento “come una scatola di tonno”, immaginando di abolire mediazioni e gerarchie in nome del popolo sovrano. Ma anche in questo caso emersero nuove oligarchie e nuove gerarchie.
Un altro mito da sfatare è l’idea che la democrazia coincida con il pieno trionfo della volontà popolare e che, quando ciò non accade, la responsabilità sia attribuibile esclusivamente alla corruzione della classe politica. Joseph Schumpeter spiegò, invece, che la democrazia reale è una competizione tra élite per ottenere il consenso elettorale. Il cittadino non governa direttamente, ma sceglie periodicamente chi deve governare. Dal che si deduce che la democrazia non “è il governo del popolo quanto piuttosto il governo dell’uomo politico”. Pertanto, la vera domanda non è: “Si può eliminare il potere?”, bensì: “Come controllare chi lo esercita?”. In tal senso, le democrazie vanno giudicate dalla possibilità di alternanza, dalla libertà di critica, dalla circolazione delle élite e dall’esistenza di solidi limiti giuridici e istituzionali. Come ammoniva Max Weber: “La politica non è il regno dei puri, ma di chi sa assumersi responsabilità e valutarne le conseguenze nella complessità del conflitto reale”. Mentre Benedetto Croce negli Scritti politici ricordava che “l’onestà politica è la capacità politica”. La morale appartiene ad altri ambiti dell’esistenza. Machiavelli docet.
di Francesco Carella