lunedì 4 maggio 2026
Il recente caso del sindaco di Genova Silvia Salis, che ha ottenuto un risarcimento per insulti sessisti ricevuti sui social, non è solo una vicenda personale: è il riflesso di una distorsione strutturale del dibattito pubblico contemporaneo. Una distorsione che colpisce l’avversario politico ma, in modo sistematico, le donne. Sintomo, questo, di quanto sia ancora diffuso lo stereotipo maschilista nella cultura italiana e che tanti danni ha provocato anche in tema femminicidi.
Dal presidente Giorgia Meloni ad Elly Schlein, passando per giornaliste, sportive, artiste e professioniste di ogni settore, l’esposizione pubblica femminile continua a essere accompagnata da una quota sproporzionata di violenza verbale, attacchi personali e commenti a sfondo sessista. Non si tratta di dissenso politico, né di critica ˗ che resta legittima e necessaria in una democrazia ˗ ma di una forma di aggressione che ha come obiettivo la delegittimazione della persona in quanto donna.
Il punto più inquietante è che questo fenomeno non riguarda soltanto figure note. Esiste una dimensione sommersa, quotidiana, che coinvolge migliaia di donne “invisibili”: studentesse, lavoratrici, utenti comuni dei social. Offese, molestie, minacce. Episodi che raramente fanno notizia, ma che contribuiscono a creare un clima di intimidazione diffusa, capace di limitare la libertà di espressione e la partecipazione allo spazio pubblico.
C’è un equivoco di fondo che va chiarito con fermezza: i social network non devono essere una zona franca. L’illusione dell’anonimato o della distanza digitale non annulla la responsabilità individuale. Ogni parola ha un autore, e ogni autore risponde delle proprie azioni. La libertà di espressione non è un lasciapassare per l’insulto, né tantomeno per la violenza verbale sistematica.
Il danno prodotto dall’odio online è reale. Non si esaurisce nello spazio virtuale, ma incide sulla vita concreta delle persone: sulla reputazione, sulla salute psicologica, sulle opportunità professionali. In molti casi, il risarcimento economico arriva quando il danno è già stato fatto ˗ ed è, come spesso si dice, una magra consolazione.
Per questo il tema non può essere affrontato solo in chiave repressiva. È necessario un cambio di paradigma che metta al centro la prevenzione. Serve una riflessione seria sul ruolo delle piattaforme digitali, sulla moderazione dei contenuti e sulla responsabilità degli algoritmi che amplificano l’odio perché generano engagement. Ma serve anche ˗ e forse soprattutto ˗ un investimento culturale.
Contrastare il sessismo online significa educare al rispetto, riconoscere il valore della parola, ristabilire i confini tra critica e violenza. Significa riaffermare un principio semplice ma non scontato: la dignità della persona non è negoziabile, nemmeno ˗ e forse soprattutto ˗ nello spazio digitale.
In uno stato di diritto occorrono prevenzione e anche repressione. E benvenuto sia, allora, il risarcimento ottenuto dal sindaco di Genova e benvenuti saranno altri provvedimenti che la giustizia adotterà in futuro nei confronti degli odiatori digitali.
di Claudia Conte