giovedì 30 aprile 2026
Con il terzo grave tentativo di assassinio ai danni del presidente Trump, è giunto il momento di esaminare la gleichschaltung, il coordinamento o la sincronizzazione intellettuale che spinge la società americana e quella globale a considerare i presidenti repubblicani come l’apice del male.
Più di Kim Jong Un della Corea del Nord, più di Vladimir Putin della Russia, più dell’ayatollah Khomeini dell’Iran, più del presidente Xi della Cina, i presidenti repubblicani sono retoricamente investiti di un male intrinseco tale da rendere legittimo il ricorso a ogni mezzo di persuasione, compreso l’assassinio. A partire dall’assassinio di Abraham Lincoln, la stampa e il mondo accademico hanno contribuito, nel tempo, a creare una narrazione capace di attribuire una sorta di giustificazione morale alla violenza contro i presidenti repubblicani.
L’11 luglio 2007, la vincitrice del Premio Nobel per la Pace Betty Williams tenne il discorso di apertura all’International Women’s Peace Conference a Dallas, in Texas, e disse (tra le risate e gli applausi del pubblico): “In questo momento, potrei uccidere George Bush, senza problemi. No, non intendo questo. Insomma… come si potrebbe uccidere qualcuno in modo non violento? Mi piacerebbe essere in grado di farlo”.
Da presidente repubblicano, George W. Bush fu oggetto di una campagna diffamatoria accademica e mediatica che fece crollare la sua popolarità fino a livelli prossimi al 20 per cento, prima della fine del mandato nel 2009. Un pastore metodista, Charles Moore detestava il presidente Bush a tal punto da darsi fuoco a Grand Saline, in Texas, nel 2014. Espresse per iscritto il suo rammarico per non aver avuto il coraggio di immolarsi nel campus della Southern Methodist University, che ospita la biblioteca presidenziale di George W. Bush. In uno studio accademico che ho condotto sull’uso giornalistico del termine “uccidere” e delle sue varianti in frasi contenenti i nomi dei presidenti Bush, Obama e Trump, ho rilevato i seguenti dati:
Bush (2001): 1.280 volte
Obama (2009): 2.608
Trump (2009): 7.890
Secondo il database di Lexis-Nexis, questi episodi si sono verificati nei primi sei mesi dei rispettivi mandati presidenziali. Tra i presidenti repubblicani assassinati o oggetto di tentativi di assassinio figurano: Abraham Lincoln, James Garfield, William McKinley, Teddy Roosevelt, Gerald Ford, Ronald Reagan, George W. Bush e Donald Trump.
Paradossalmente, l’omicidio presidenziale più noto della storia statunitense è certamente quello di John F. Kennedy, presidente democratico ucciso da un attentatore armato di fucile. La retorica che circonda questo evento del 1963 offre uno spunto per comprendere la persistente etica antirepubblicana nell’opinione pubblica americana.
Lee Harvey Oswald ha quasi certamente ucciso il presidente Kennedy a Dallas, in Texas. Una delle più diffuse teorie del complotto nella storia americana è quella che cerca di scagionare Oswald attribuendo invece la responsabilità a Lyndon B. Johnson (LBJ), a George Bush padre, alla Cia, alla mafia e a molti altri. Prima dell’assassinio di Kennedy, Oswald avrebbe anche tentato di uccidere il generale Edwin Walker a Dallas. Walker era considerato, in ambito politico, una figura simbolica del conservatorismo statunitense. Oswald era un marxista convinto che cercava di compiere un gesto di forte impatto politico, in un’ottica antiamericana e anticapitalista. La recente pubblicazione di documenti relativi al caso Oswald dimostra principalmente che il governo era a conoscenza dei suoi tentativi di incontrare funzionari sovietici in luoghi come Città del Messico, al fine di ottenere la loro approvazione per l’assassinio di Kennedy. Poiché era un assassino di estrema Sinistra, la nostra cultura intellettuale pubblica si rifiuta di biasimarlo per i suoi ripetuti atti di violenza.
In occasione del 50° anniversario dell’assassinio di Kennedy, il quotidiano Dallas Morning News ha pubblicato articoli nei quali si continuava a sostenere che la famiglia Hunt, attraverso la diffusione di spot politici conservatori sui media dell’area di Dallas critici nei confronti del presidente Kennedy, avrebbe creato le condizioni favorevoli a incoraggiare l’assassinio di Kennedy in quel fatidico giorno di novembre del 1963. Non esiste alcuna base ragionevole per tale affermazione, anzi, è vero esattamente il contrario per quanto riguarda le motivazioni che mossero Oswald quel giorno.
La nostra cultura accademica e intellettuale sta pericolosamente creando una violenta retorica favorevole all’assassinio, che alimenta un desiderio quasi settario di uccidere il presidente Trump. Una dinamica che non rappresenterebbe un rischio solo per gli Stati Uniti, ma anche per il Partito Democratico, che si propone come principale forza di opposizione non violenta alla sua presidenza.
L’apprezzato stratega democratico James Carville ha di recente elogiato la sua “Trump Derangement Syndrome, TDS”: “Odio quel figlio di p*tt**a. E sapete una cosa? Non voglio liberarmi di questa (TDS). Non voglio migliorare. Voglio peggiorare. Voglio odiarlo ancora di più”. “Prego Dio in cielo affinché mi conceda la Trump Derangement Syndrome. Prega per me, Signore. Sono il tuo strumento su questa terra. Prega per coloro che ascoltano. Vogliamo di più. Vogliamo odiare quel figlio di p*tt**a al punto da non riuscire più a vedere chiaramente”.
La retorica incendiaria di Carville non è estranea al manifesto dell’attentatore più recente: “Non sono più disposto a permettere che un pedofilo, stupratore e traditore mi renda complice dei suoi crimini”. Queste accuse scabrose sono argomenti ricorrenti nei dibattiti online, in particolare tra individui che si sfidano continuamente a vicenda a “fare qualcosa contro Trump”.
L’incendio della casa del democratico Josh Shapiro in Pennsylvania è solo uno dei numerosi atti di violenza istigati da un crescente clima di approvazione della retorica antirepubblicana che contagia persino gli idealisti democratici.
È giunto il momento che la società americana e quella globale adottino un approccio basato sul dibattito e sulla ragione. Ciò implica una condanna pubblica di questi appelli all’assassinio politico.
(*) Tratto da American Thinker
(**) Traduzione a cura di Angelita La Spada
di Di Ben Voth (*)