venerdì 24 aprile 2026
Come diamine si fa a essere così testardamente autolesionisti? La domanda è rivolta al Governo di centrodestra. Roba da matti! Pensano cose intelligenti, di buonsenso – come il pagamento di un compenso agli avvocati che assistono gli immigrati illegali nelle procedure di rimpatrio volontario nei Paesi di provenienza – e poi, quando è il momento di metterle su carta, scrivono leggi, decreti, emendamenti con i piedi. E fosse solo questo. Adesso si scopre che l’obiettivo vitale di un’intera legislatura – scendere sotto il 3 per cento del rapporto deficit/Pil, come prescrivono le regole comunitarie – viene mancato per un’inezia, un misero 0,1 per cento, forse anche meno. Una manciata di milioni calcolati in più invece che in meno. La differenza finale sarebbe di 23 milioni di euro su un Pil di 2.300 miliardi. Una roba che se fosse capitata non in una multinazionale da utili a enne zeri ma in un piccolo esercizio commerciale, il padrone avrebbe cacciato a pedate nel sedere il suo contabile. Oggi, quello zero virgola sopra soglia determina la mancata uscita dell’Italia dalla procedura d’infrazione aperta dalla Ue nel 2024 per deficit eccessivo.
Conseguenze? Niente manovra espansiva per il 2027, anno del ritorno alle urne; niente al piano di rilancio degli investimenti nel comparto Difesa, per il quale Bruxelles avrebbe autorizzato lo scostamento di bilancio, in un momento storico in cui il leitmotiv della geopolitica globale non è la pace ma la guerra. Complicazioni grosse per l’aumento al 5 per cento del Pil entro il 2035 delle spese relative alla difesa e alla sicurezza in ambito Nato. I denari aggiuntivi per affrontare la drammatica crisi energetica che la guerra ha portato all’interno delle nostre case e delle nostre aziende andranno cercati tassando gli extraprofitti delle aziende petrolifere. Giorgia Meloni reagisce stizzita alla notizia scaricando tutta la responsabilità del mancato conseguimento degli obiettivi di riduzione del debito sul peso (insopportabile) sui conti pubblici del Superbonus edilizio targato governo Conte. In linea di principio, non ha torto. Ma non ce la si può sempre cavare dicendo che è colpa di qualcun altro. Lo si vuole ammettere una buona volta che negli staff dei ministri vi sono degli incapaci? Costoro puntualmente si fanno mettere nel sacco dagli astuti mandarini che non hanno mai perso la presa sul controllo della macchina amministrativa dello Stato. Quegli stessi ottimati, che hanno agito nell’ombra in questi anni di governo del centrodestra, si preparano a uscire allo scoperto in vista della scadenza elettorale per dare una mano alle amate opposizioni di sinistra a tornare al potere.
A destra, si urla al complotto per l’interpretazione fiscale dei dati economici fatta dall’Istat e che ha determinato l’incredibile risultato del mancato raggiungimento per un soffio del rientro dall’eccesso di deficit. Ammettiamo pure che sia così, che qualche “manina” interessata abbia lavorato per far naufragare gli sforzi del Governo. Ma se così fosse stato, sarebbe doppia, tripla, la responsabilità per i campioni che stanno al governo. Se qualcuno ti fa uno sgambetto hai due possibilità: o caschi o gli spezzi la gamba. Al Ministero dell’Economia, e per trascinamento anche a Palazzo Chigi, hanno preferito cascare per poi lamentarsi del destino cinico e baro che gli ha fatto perdere l’appuntamento con la storia. Si voleva evitare uno scenario da comiche finali? Sarebbe bastato intervenire preventivamente per togliere ai cosiddetti esperti, che sono neutrali e indipendenti quanto lo è una prostituta in un bordello di Bangkok, di giocare sui decimali e sui centesimi nella valutazione dei conti pubblici. Giancarlo Giorgetti, ministro dell’Economia, avrebbe dovuto immaginare che in presenza di margini risicati qualcuno avrebbe potuto giocare sporco. Perché allora non risolvere il problema a monte, in sede di redazione di bilancio, spostando o differendo ad arte qualche capitolo di spesa? Per fare una cosa del genere non sarebbe occorsa l’esperienza di un ragioniere generale dello Stato ma sarebbe bastata quella di un normale ragioniere appena diplomato all’Istituto tecnico commerciale.
Come non pensarci per tempo? Se queste sono le menti geniali a cui affidare il nostro futuro verrebbe voglia di dire: “andate a ramengo”, se non fosse che l’alternativa – il ritorno della sinistra al potere – sarebbe un incubo dal quale non usciremmo vivi. Osvaldo de Paolini, dalle colonne de Il Giornale, avanza il sospetto che dietro l’inflessibilità formale dell’Istat a quotare l’effettivo rapporto deficit/Pil si celino “rivalità istituzionali, tensioni interne, manine a 5 stelle e persino una competizione sotterranea con la Ragioneria generale dello Stato”. Se lo scrive lui, che è persona seria e preparata, vuol dire che oltre al fumo un po’ d’arrosto al fuoco c’è davvero. Domanda: se n’è accorto lui, perché non se ne sono accorti ai piani alti di XX Settembre? A cosa stavano pensando al Ministero dell’Economia? A dove trascorrere le prossime vacanze? All’opposizione non è parso vero ricevere, nel giro di pochi giorni, l’ennesimo regalo dalla maggioranza. Eccoli lì, in fila indiana, i “bastardi senza gloria” che fanno il tifo per il crollo dell’Italia perché dell’interesse nazionale non gliene frega nulla. Ciò che per loro conta è solo riprendersi il potere, costi quel costi…agli italiani.
L’inossidabile Giorgetti sa di averla combinata grossa e, per metterci una pezza, adesso dice che sì, l’Italia può far da sola, può mettere in conto uno scostamento dal programma di rientro del deficit. E dice anche che bisogna insistere con l’Unione europea perché sospenda temporaneamente le regole del Patto di stabilità, attese le cause di forza maggiore che stanno colpendo le economie di tutti o quasi i Paesi Ue. Su questo punto facciamo a chiarirci: l’Unione europea è quel condensato di non-senso, inutilità, farraginosità burocratica che non abbiamo mai smesso di denunciare. Tuttavia, non può essere il parafulmine di tutte le cavolate che si commettono in casa propria. Non è inveendo contro Bruxelles e l’Europa matrigna che ci si cava fuori dai guai. È, piuttosto, ammettendo umilmente di aver disputato un campionato di serie A disponendo in campo di una squadra di giocatori pescati direttamente da un torneo estivo di scapoli contro ammogliati. A questo punto, fiduciosi del fatto che comunque si troverà il modo di rimediare a questa ennesima scivolata, sentiamo di esprimere il solito consiglio non richiesto a Giorgia Meloni. Se mai, tra un anno, dovesse farcela a riconquistare la maggioranza e a tornare a Palazzo Chigi, oltre a preoccuparsi della lista dei ministri distillata con il manuale Cencelli sul tavolo, si preoccupi di più delle squadre di tecnici da affiancare ai ministri nel lavoro operativo. In particolare, si preoccupi di richiedere ai candidati due semplici, ma fondamentali, requisiti: che sappiano scrivere in modo chiaro e in un corretto italiano gli atti che sono chiamati a redigere e che sappiano fare di conto tenendo sempre a mente che nella contabilità dello Stato, a differenza della politica, due più due fa sempre quattro.
di Cristofaro Sola