venerdì 17 aprile 2026
Per Giorgia Meloni non è affatto un buon momento. Dal giorno della sconfitta al referendum sembra che non ne azzecchi una. Sembra che abbia perso quel tocco magico che l’ha resa vincente e famosa, in Italia e all’estero, negli anni della sua permanenza a Palazzo Chigi. Ora anche la rottura con Donald Trump, che non lascia presagire niente di buono per il futuro politico del centrodestra alla guida della nazione. Che spettacolo deludente! Per anni ci siamo illusi che con la leadership della Meloni l’Italia potesse riscattare quell’immagine di Paese inaffidabile che si porta appiccicata addosso da oltre un secolo. Invece, siamo nuovamente al solito salto della quaglia, al cambio di campo a battaglia in corso. Filo-trumpiani fino a ieri e, al primo stormir di foglia, si salta giù dal carro in movimento dell’amico-alleato. E a quale rischio? Di rompersi l’osso del collo. Già, perché la gente non è stupida e alle folgorazioni improvvise, che provocano altrettante repentine inversioni di marcia, non crede neanche un po’. L’opinione pubblica sospetta (avrebbe torto?) che sia solo questione di meschina convenienza elettorale.
Donald Trump precipita nel gradimento degli italiani? E la destra che fa? Prende le distanze, si smarca, s’inventa un trascorso di “no” spiattellati in faccia all’uomo più potente del mondo per raccontare una storia di rifiuti e schiene dritte che, francamente, fa acqua da tutte le parti. Ma se oggi la Meloni ha un problema ben visibile di coerenza della linea in politica estera, ne ha uno ugualmente grosso all’interno e che riguarda la tenuta della sua coalizione. Grazie all’attenzione ossessiva dei media per quel che sta accadendo a Washington nell’evolversi della crisi Italia-Usa, innescata dall’attacco frontale del presidente Trump alla sua ex-amica Giorgia Meloni, poco si dice di ciò che sta accadendo all’interno di Forza Italia, seconda gamba del centrodestra. Nel partito berlusconiano è in atto un terremoto politico del quinto grado della scala Richter. Non si tratta delle solite beghe di palazzo, che non sono mai mancate in un partito a guida verticistica dai tempi della sua fondazione. C’è di più in pentola. C’è sicuramente la decisione dei proprietari del partito – che sono gli eredi di Silvio Berlusconi – di riprendere in mano la creatura politica creata dal padre.
In particolare i figli del vecchio leone, Marina e Piersilvio, hanno suonato la campanella che ha annunciato la fine della ricreazione ai vari capi e capetti forzisti i quali hanno pensato, a torto, di poter giocare alla politica con i denari dei Berlusconi. Un vecchio e navigato imprenditore di nostra conoscenza era solito consigliare, a proposito dell’individuare chi fosse realmente il padrone di un’azienda pur affollata di manager e di dirigenti di valore, di osservare chi avesse il libretto degli assegni. Ebbene, in Forza Italia quel carnet è saldamente in tasca ai Berlusconi. Sono loro che finanziano l’organizzazione; sono loro che hanno rinnovato le fideiussioni per garantire i 90 milioni di debiti che Forza Italia ha maturato con le banche. E, visto che sono loro a metterci i dané, la linea e gli organigrammi li dettano loro, alla faccia del processo democratico e della costruzione del partito dal basso.
Perciò, nessuna sorpresa nell’assistere all’epurazione dei vertici dei gruppi parlamentari forzisti e alla loro sostituzione con figure scelte dalla proprietà. Nessuna meraviglia che l’attuale segretario del partito, Antonio Tajani, sia stato convocato a colloquio nella sede di Cologno Monzese di Mediaset per ricevere istruzioni sui riassetti del partito su scala nazionale come nelle realtà territoriali. Magari un po’ di tatto da parte dei Berlusconi sarebbe stato opportuno per evitare che dall’opposizione si potesse montare un caso politico sulla circostanza che il buon Tajani, oltre a essere il capo (sulla carta) di Forza Italia, è anche il vicepresidente del Consiglio dei ministri e il titolare del Dicastero degli Esteri. Convocarlo in Mediaset, come uno scolaretto nell’ufficio del preside, non è stato il massimo del bon ton istituzionale. Si obietterà: queste sono questioni di forma che non dovrebbero intaccare la sostanza dell’apporto politico di Forza Italia all’azione di governo. Appunto, non dovrebbero. E se poi lo facessero? Se alla fine davvero dovessero provocare conseguenze per il Governo Meloni?
Ciò che è apparso immediatamente chiaro dell’incursione della royal family berlusconiana in Forza Italia è che non si volesse soltanto un avvicendamento nell’occupazione delle poltrone ma un cambio di strategia nell’implementazione di un’offerta programmatica marcatamente riformista, a tratti progressista e liberal, che è nelle corde di Mediaset e del suo gruppo di comando. Un diverso indirizzo politico che, alla lunga, potrebbe mal conciliarsi con la traiettoria liberale-conservatrice del centrodestra tradizionale, spingendo Forza Italia verso quelle sponde del moderatismo laico/azionista che, in passato, hanno abbacinato lo stesso vecchio leone Silvio portandolo alla sconfitta e alla perdita di gran parte del suo elettorato di riferimento. Vi è poi una questione connessa con il principio di realtà che ai super manager transnazionali, abituati a guardare la realtà da grandi altezze, potrebbe sfuggire nella sua dimensione. In questi anni, dalla morte del leader carismatico, il moderato, “papalino”, Tajani non è stato un semplice riempitivo. Liberato dal condizionamento del capo, il già fido Antonio ha dato sfogo all’anima democristiana che ha sempre albergato in lui. Il ritorno alle origini gli ha consentito di riannodare i fili di una politica di territorio fatta di accordi, patti, promesse, concessioni, e spesa a beneficio del ricco mercato dei notabili locali che, ultimi feudatari di un sistema feudale sopravvissuto in tempi di democrazia soprattutto al Sud, ha dato i suoi frutti nella messe inaspettata di consensi (Regionali Calabria 2025, Forza Italia primo partito, 17,98 per cento).
In tale proiezione, l’apparato “romano” schierato a difesa dell’organizzazione partitica ridisegnata da Tajani ha servito lo scopo. Adesso però che quell’apparato rischia di essere totalmente spazzato via dall’epurazione imposta dagli eredi Berlusconi, Forza Italia riuscirà a mantenere il suo appeal elettorale sui territori dove l’azione drenante dei “capibastone” resta lo strumento più efficace di aggregazione del consenso elettorale? Per dirla tutta: Stefania Craxi ed Enrico Costa, i nuovi presidenti dei gruppi parlamentari di Forza Italia, persone degnissime e di indubbia qualità, saranno in grado di negoziare con i “portatori d’acqua” locali con la medesima franchezza e proficuità dei rimossi Maurizio Gasparri e Paolo Barelli? Si obietterà: è un problema interno al partito, cosa c’entrano Giorgia Meloni e il suo Governo? C’entrano, eccome. Se alle prossime elezioni, che sono alle viste, Forza Italia dovesse avere un calo significativo di consensi la coalizione ne subirebbe gli effetti. Per tornare a governare non basterebbe un exploit di Fratelli d’Italia, scenario più che improbabile a contare le topiche che una disorientata Meloni sta inanellando nelle ultime settimane.
Ecco perché valutiamo l’evolversi della situazione in Forza Italia un grave fattore di rischio per la tenuta del centrodestra, piuttosto che un’opportunità di crescita del consenso nell’area moderata. Ma c’è anche un’altra questione che porta a non vedere di buon occhio ciò che sta accadendo nel partito berlusconiano. Non ha nulla di politico e riguarda la sfera sentimentale. Premesso che Tajani non ha mai suscitato grande simpatia. Quella sua postura da “monsignore”, spuntata fuori da un racconto di Giovannino Guareschi, era assai poco convincente. E quando “Antonio” ha preso in mano il partito imprimendo una svolta veterodemocristiana all’organizzazione forzista – che pur qualcosa di laico e di liberale riusciva a esprimerla, sebbene tra mille difficoltà e ripensamenti – abbiamo vistosamente storto il naso. Ma adesso, vederlo sbatacchiato dai capi “milanesi” come un tappeto impolverato, fa rabbia. Trattare Tajani da segretario dimezzato, da anatra zoppa, è un errore politico da matita blu. E che dire di Maurizio Gasparri, colpito e affondato da fuoco amico? Uno con la sua storia politica, e la sua esperienza, non lo si butta via come un cencio vecchio.
Un consiglio non richiesto a quelli di Forza Italia, padroni, dipendenti e consulenti a vario titolo: andate piano con le epurazioni, i repulisti, i commissariamenti e le decisioni calate d’alto perché la politica vera, vissuta sulla strada giorno dopo giorno, è qualcosa che somiglia molto più alla descrizione che di essa ne fece il socialista Rino Formica (non la citiamo, cercatela sul web, la troverete volgare ma perfetta) che a un casting per una fiction da girare negli studi del Centro di produzione Mediaset, a Cologno Monzese.
di Cristofaro Sola