giovedì 9 aprile 2026
Sassolini di Lehner
Non conosco Claudia Conte, ergo non posso minimamente esserne amico o, stando ad un dispregiativo alla moda, far parte della sua area amichettista. Non mi permetto neppure di difenderla.
L’unica mia autorevolezza che oso presumere, avendo da assistente universitario letto e corretto molte tesi di laurea, quindi, essendo stato apprezzato docente di latino, greco e di… italiano, è quella che mi consente di giudicare non ciò che Claudia Conte fa, dice o argomenta, ma soltanto la prosa.
Affermo, quindi, avendo analizzato gli articoli pubblicati da L’Opinione delle Libertà, che Claudia Conte si staglia nel panorama del nostro giornalismo come una pubblicista che dimostra di saper leggere e scrivere, sciorinando aguzza curiosità, sensibilità, cultura di base, conoscenze, lessico, morfologia, sintassi, significato e significanti immuni dagli strafalcioni che quotidianamente affliggono la nostra informazione.
Anche riguardo agli stilemi, nulla da eccepire, così come non risultano esagerati anacoluti, troppe labirintiche ipotassi o ricorrenti fanciullesche paratassi.
Mi sono avventurato in codesta rinnovata nostalgica fatica, evocante la stagione delle correzioni dei compiti in classe, non per spocchia, ma al fine di disvelare la malafede di quanti hanno messo in discussione titoli di studio, competenza, erudizione e cultura di Claudia Conte (“Una semisconosciuta sprovvista di un reale coté giornalistico o professionale”).
Ecco il resoconto dell’impianto accusatorio in fieri.
Ucraina, Iran, Libano, Hormuz? Bazzecole, quisquilie, pinzillacchere! Alle centrali addette al massacro mediatico interessa soltanto erigere colonne infami. Che il Bel Paese sia nelle mani di untori che spargono lordumi tossici?
Tra gli spargitori di peste, spicca una donna, prima untrice matricolata, divenuta bersaglio quotidiano di maldicenti e turpiloquenti.
È proprio Claudia Conte.
La chiamano “Messalina” della Ciociaria con un volgare tocco di discriminazione geografica – eppure, San Tommaso, mica Sarchiapone o Michelaccio, si compiacque di nascere ad Aquino – che denuda snob boriosi intenti a sputare sul grande patrimonio antropico e storico-culturale vivente tra i Simbruini e gli Ausoni, da Castro dei Volsci ad Anagni.
Gliene dicono di tutte, la sospettano della qualunque, caricandola di bieche mire arrivistiche.
È, infatti, tempo di aspidi per avvelenare la novella Cleopatra, indiziata, come quella d’Egitto, di puntare sul “maschio anziano al comando”.
A questo punto, è d’obbligo complimentarsi con Roberto D’Agostino, che dà la propria meglio velenosità, quando ritiene di poter cancellare per sempre Giorgia Meloni con tutti i farisei.
Su Claudia la farisea, perciò, scatarra ininterrottamente tutti i misteri della liturgia del disprezzo:
- Ha inventato lo schema Ponzi dell’autorevolezza, in formato gigante;
- Ha acquisito “la compiacenza dei dinosauri del potere italiano”;
- “Primario obbiettivo affrancarsi… dal paesello ciociaro interiore [sic!]” (come a dire: è ciociara d’animo!);
- Ha scelto “l’unico ascensore sociale nazionale ancora esistente: il maschio anziano al comando;
- “Ha scassinato la cassaforte della Roma potentona, con il potere dei suoi occhioni da lince, ottenendo incarichi a go-go”
- “La 34enne prezzemolona ciociara si è auto-appuntata la medaglietta della reporter”;
- Di liana in liana avanza nella foresta del potere;
- Pur con qualche differenza, è affine alle femministe che diedero a Mattarella del “vecchio di merda”.
Non a torto, ben tronfio di sé per la maestria e la tempestività nel pettegolezzo (“Dagospia ha segnalato, in tempi non sospetti, la vicinanza della 34enne al ministro Piantedosi”), Roberto chiede: “Gli altri giornalisti dov’erano?”. Non contento, sbertuccia l’intero sistema dei mass media, che “a differenza di Dagospia, non si sono neanche chiesti chi fosse”, trasformandola “in un’opinionista autorevole (pensa che cojoni)”.
In chiusura, riconoscimenti doverosi sia alla vittima, sia al carnefice:
- elogi alla giornalista Claudia;
- encomi alle magistrali e barocche lezioni di schernologia cruenta di Roberto.
di Giancarlo Lehner