Giorgia Meloni si trova a un bivio

giovedì 26 marzo 2026


Ogni sconfitta pone un leader politico davanti a un’alternativa: proseguire secondo i tempi e i modi della vecchia agenda oppure cambiare passo chiamando in causa direttamente gli elettori. Ebbene, Giorgia Meloni oggi, inutile nasconderlo, si trova davanti a un tale bivio. Il risultato del referendum sulla giustizia non può essere derubricato come un banale incidente di percorso. Si tratta, invece, di un chiaro segnale che qualcosa fra governanti e governati si sia interrotto. Ignorarlo sarebbe sicuramente un errore. Che fare, quindi? Il presidente del Consiglio ha davanti a sé due opzioni. La prima è quella di condurre a termine la legislatura, pur sapendo che sarà un percorso logorante (e dall’esito incerto) a causa di una molteplicità di fattori. Si va da una crescita economica bloccata (soprattutto per gli effetti negativi della guerra contro l’Iran, con inevitabili ripercussioni in termini di tensioni sociali) alla presenza di un’opposizione rinvigorita dal successo referendario e legittimamente impegnata, di qui a un anno, a contrastare l’attività di governo.

Inoltre, non vanno sottovalutate le divisioni interne alla maggioranza, in primo luogo sulla legge elettorale. Delle due grandi riforme, premierato e federalismo, è inutile parlare: la loro attuazione appare ancora lontana sia per motivi politici che per i tempi tecnici necessari. La sensazione è che si stiano creando le condizioni tipiche in cui gli esecutivi scivolano lentamente, ma inesorabilmente, verso la paralisi. A meno di coraggiosi colpi dala. In tal senso, potrebbe farsi largo la seconda opzione, ossia considerare l’ipotesi d’intraprendere la via delle elezioni anticipate. Scegliere di andare al voto ribalterebbe il tavolo. Da un lato, spiazzerebbe gli avversari non ancora pronti sia sul terreno programmatico che nella definizione della leadership. Dall’altro, dopo la sconfitta sulla giustizia, Giorgia Meloni potrebbe fare una classica “operazione di rilancio” chiedendo agli elettori se intendono ancora sostenere l’azione riformatrice del governo.

Va da sé, che una mossa del genere si accompagna a non pochi rischi. Occorre, però, riconoscere che si tratterebbe di una scelta che consentirebbe al presidente del Consiglio di conservare un ruolo da protagonista sulla scena politica, evitando di diventare un bersaglio facile fino al prossimo appuntamento elettorale. Ovviamente, la partita non si gioca solo a Palazzo Chigi. L’ultima parola spetta, come da dettato costituzionale, al capo dello Stato. Ma in assenza di una maggioranza alternativa da inviare alle Camere negare il ritorno alle urne diventerebbe complicato anche per il Quirinale. Si obietta che il voto referendario non sia stato un episodio isolato, ma l’inizio di una crepa difficilmente contenibile e che puntare al voto anticipato potrebbe trasformare quella crepa in una vera e propria valanga. Non esiste scelta politica priva di incognite. Allo stato delle cose, Meloni può limitarsi a gestire la sconfitta – anche scaricando qualche ministro – o rimettere agli elettori il progetto di riforme e cercare un nuovo mandato. I veri leader non si misurano nei momenti del consenso, ma nei giorni della sconfitta quando dimostrano di essere in grado di sapere interpretare gli errori commessi, di reggere l’urto, di reinventare una direzione. La differenza fra un capo e un leader è che il primo si regge sul consenso finché dura, mentre il secondo cambia per meritarselo ancora. I prossimi mesi saranno decisivi per capire che tipo di leadership saprà esprimere Giorgia Meloni.


di Francesco Carella