Un’occasione persa

mercoledì 25 marzo 2026


Il risultato referendario ha un indubbio pregio e cioè quello di dimostrare in maniera incontrovertibile chi ha vinto e chi ha perso.

Il No ha vinto in maniera larghissima bocciando senza ombra di dubbio la riforma della magistratura e confutando il dogma sulla scorta del quale il Fascismo non abbia fatto cose buone: l’architettura giudiziaria a carriere unite voluta dal Ministro Dino Grandi nel 1941 gode ancora del gradimento di larga parte del Popolo Italiano e così sia.

L’argomentazione tanto banale quanto disarmante sulla scorta della quale, se il poliziotto e il ladro sono fratelli allora la vittima difficilmente avrà giustizia, non ha prevalso nonostante tutto. Anche nonostante tale riforma fosse nel tempo stata trasversalmente contenuta nei programmi elettorali di tutte le coalizioni politiche, anche quelle che si sono schierate per il No. E che si tratti di un papocchio lo si evince dal fatto che nel tribunale di Napoli i magistrati – divenuti Partito politico ieri sera brindavano cantando “Bella Ciao” proprio mentre gli studenti Propal manifestavano a Roma chiedendo le dimissioni del Capo del Governo. Lo ha spiegato chiaramente Michele Emiliano a margine dello spoglio quando ha affermato che “l’abbiamo scampata grazie alla maturità dell’elettorato” come a dire che, se fosse stato per la logica, la casta togata sarebbe stata finalmente riformata.

E allora diventa importante analizzare quell’elemento determinante che, sfuggendo alla logica, ha determinato il risultato. In prima battuta  non possiamo non notare che la campagna di comunicazione via social fatta dalla magistratura, fattasi soggetto politico, è stata più efficace nonostante la mistificazione della realtà e le numerose bugie dette a supporto: la politica vuole soggiogare i magistrati, la separazione esiste già, i piduisti votano Sì insieme ai delinquenti, Falcone e Borsellino avrebbero votato No, il sistema funziona ma ha solo bisogno di più risorse, i magistrati non sono una casta ma si sta cercando di intimidirli.

Nei fatti sono tutti argomenti confutabili ma non è detto che in politica vinca sempre la verità: una bugia ben detta può essere molto più efficace soprattutto se detta a reti unificate e su tutti i social. Negli anni precedenti si è molto parlato di telecrazia berlusconiana ma il Cav era un boyscout al confronto. Ma non è questa la causa principale del tonfo clamoroso perché l’efficacia del messaggio dei fautori del No passa attraverso la semplicità: i favorevoli alla riforma parlavano di contenuti tecnici mentre i contrari parlavano di motivazioni per votare contro. Per motivare un semplice, uno che non ha a volte nemmeno i mezzi culturali per comprendere una riforma così complessa, devi trovargli un nemico e non un motivo etico o tecnico. E allora inutile parlare del concetto di terzietà o della settima norma transitoria di una Costituzione che in molti probabilmente non hanno letto quando invece è molto più semplice evocare il No in chiave di spallata alla odiata “Meloni” o fare un mischione in cui il referendum diventa protesta Pro Palestina, contro la guerra, contro Trump, contro la fame nel mondo, contro il buco nell’ozono o la punta delle forbici che è inefficace per tagliare l’unghia incarnita.

Orde di persone semplici finalmente avevano compreso perché votare in massa al referendum: era stato dato loro un nemico da battere, un obiettivo per cui valesse la pena vincere la sonnolenza ingenerata dalla peperonata domenicale e recarsi alle urne.

Simultaneamente orde di giovanetti idealisti animati da sentimenti di pace, da simpatie filopalestinesi o da vattelappesca hanno trovato un nemico da abbattere ed hanno inondato le urne. Dall’altra parte non c’era un messaggio immediato, semplice, motivante. L’unica motivazione poteva essere il tentativo di riformare la giustizia e renderla giusta, un motivo troppo ideologico per fare presa sui grandi numeri, sul pueblo. E così gli antifà hanno conservato una architettura nata sotto il fascismo, i difensori della Costituzione più bella del mondo hanno tentato di legare le dimissioni del Governo all’esito di un referendum, i cultori del diritto hanno espresso un giudizio che prescinde dal merito.

Poi ci sono stati anche coloro che hanno votato No con consapevolezza come anche franchi tiratori organizzati interni alla maggioranza, scontenti appartenenti al perimetro di centrodestra, scandali e inciampi di chi non dovrebbe restare un minuto di più su certi scranni, limiti politici e aspettative disattese. Ma si tratta di fenomeni meno impattanti. Spiace dover ribadire a chi aveva motivazioni ultronee rispetto alla giustizia, che la fatica è stata inutile: Giorgia Meloni resta al suo posto mentre il treno per riformare la magistratura forse ripasserà tra trent’anni.

 


di Vito Massimano