Meloni bis, una necessità politica

mercoledì 25 marzo 2026


Il risultato del referendum sulla giustizia impone una lettura che va oltre la contingenza. Non siamo di fronte a un semplice inciampo lungo il percorso, ma a un passaggio che ridefinisce i margini d’azione dell’esecutivo. Quando un’iniziativa di questa portata viene respinta, a essere messa in discussione non è solo la singola riforma, ma l’intera stagione politica che l’ha generata.

È in questo senso che la spinta riformatrice del governo appare oggi esaurita. Le riforme di sistema richiedono un contesto favorevole, fatto di fiducia, coesione e capacità di mobilitare consenso. Venuto meno questo terreno, diventa difficile immaginare che altri interventi ambiziosi possano arrivare a compimento senza subire lo stesso destino.

Ignorare questo segnale significherebbe fraintenderne la portata. Al contrario, occorre prenderne atto e ripensare la direzione dell’azione di governo. Da qui l’idea di una nuova fase per l’esecutivo guidato da Giorgia Meloni: non una semplice prosecuzione, ma una ridefinizione degli obiettivi e degli strumenti.

Questa seconda fase dovrebbe abbandonare l’ambizione delle grandi riforme costituzionali, per concentrarsi su interventi più circoscritti ma realizzabili. Tra questi, una nuova legge elettorale rappresenta una priorità evidente. Restituire coerenza a un sistema ibrido, che oggi alterna logiche maggioritarie e proporzionali senza un equilibrio chiaro, significherebbe rafforzare la stabilità e la leggibilità del quadro politico.

Allo stesso tempo, il governo è chiamato a misurarsi con uno scenario internazionale complesso. In questo contesto, l’Italia non può limitarsi a un ruolo passivo. Serve una linea che coniughi solidità atlantica e capacità di iniziativa autonoma, soprattutto nel Mediterraneo, dove si giocano partite decisive sul piano energetico, migratorio e geopolitico.

Sul piano interno, la prossima legge di bilancio sarà un passaggio determinante. Non solo per le scelte economiche che comporterà, ma anche per il segnale politico che saprà trasmettere: la capacità, cioè, di dare risposte concrete in una fase di incertezza, evitando promesse irrealistiche e puntando su misure credibili.

Un cambio di passo, tuttavia, non può riguardare soltanto le priorità. È inevitabile che investa anche la squadra di governo. Le dimissioni di Andrea Delmastro Delle Vedove e Giusi Bartolozzi segnalano una prima discontinuità, ma difficilmente basteranno a segnare una svolta percepibile. Dopo un passaggio politico di questa rilevanza, è ragionevole attendersi un intervento più ampio.

C’è poi un ulteriore elemento per nulla trascurabile: la necessità di una rinnovata legittimazione parlamentare. Aprire una nuova fase senza un chiarimento nelle Camere significherebbe esporsi a una fragilità strutturale. Un passaggio parlamentare, al contrario, consentirebbe di verificare la tenuta della maggioranza e di rilanciare l’azione di governo su basi più solide.

In definitiva, la questione non è se proseguire o meno, ma come farlo. Il capitale politico costruito finora non è esaurito, ma non è nemmeno inattaccabile. Per conservarlo serve evitare una lenta erosione, che rischierebbe di compromettere anche ciò che resta.

Per questo, più che insistere lungo una linea ormai indebolita, è il momento di cambiare registro. Serve una discontinuità reale, accompagnata da un passaggio di legittimazione parlamentare che chiarisca obiettivi e perimetro politico. Non per azzerare quanto fatto, ma per renderlo sostenibile in una fase nuova.

La politica, in fondo, si misura anche nella capacità di riconoscere quando un ciclo si è chiuso e di aprirne un altro con strumenti diversi. Oggi quel momento sembra essere arrivato.


di Salvatore Di Bartolo