mercoledì 25 marzo 2026
Usi a obbedir tacendo. Epperò, non siamo carabinieri ma modesti opinionisti politici di destra. Sì, di destra. Ed è per causa di questa nostra testarda appartenenza politica e ideologica che il risultato referendario ci brucia da morire. Siamo delusi, ma non sorpresi. Un po’ ce lo aspettavamo e se non lo abbiamo scritto prima ma ci siamo occupati d’altro è stato solo per non passare per dei menagramo, degli iettatori e per non guastare quel gioioso clima da macchina da guerra che si respirava nel centrodestra, dove tanti, troppi, hanno ceduto all’illusione che sarebbe bastato essere dalla parte giusta della modernità, essere progressista sul terreno della giustizia, per averla vinta. Abbiamo dovuto morderci la lingua quando abbiamo ascoltato argomentazioni sulle ragioni del Sì che avrebbero meritato le cure di un buono psichiatra invece che il consenso di un elettorato di destra disorientato dalle scelte dei propri rappresentanti politici. Già, perché ciò che è accaduto e che ha del surreale è facile da descrivere: in questo mondo alla rovescia il “No” ha stravinto perché ha sostenuto una posizione di retroguardia, di difesa “conservatrice” dell’impianto costituzionale in materia di potere giudiziario contro un tentativo di superamento in chiave progressista e modernizzatrice della macchina della giustizia, proposto dal centrodestra.
Ecco perché quelli di sinistra hanno da fare poco i gradassi. Si stanno intestando una vittoria che è la certificazione incontrovertibile di un asservimento al potere di una corporazione potentissima, quella dei magistrati. Proprio così: corporazione che fa rima con corporativismo. Non vi fischiano le orecchie ad ascoltare le note stridule di una tale assonanza concettuale? Il fatto più rilevante è che tra quei 14.461.336 votanti che hanno vergato sulla scheda referendaria la casella del No ve n’è un numero consistente che proviene dalla destra, che è profondamente conservatore e che non ha nulla a che spartire con la sinistra. Il centrodestra avrebbe dovuto sapere che un riformismo spinto, ancorché giusto, sui temi che coinvolgono gli assetti dello Stato avrebbe incontrato difficoltà insormontabili a essere recepito dal proprio bacino elettorale. Lo aveva capito benissimo Silvio Berlusconi che il riformismo a destra non sempre funziona e che, talvolta, declinare insieme liberalismo e conservazione avrebbe generato un ossimoro insostenibile. D’altro canto, vi sarà stato un motivo per cui, pur avendo ricevuto dalla maggioranza degli elettori più volte un ampio mandato a governare il Paese, il vecchio leone non abbia mai tentato di forzare la mano sulla separazione delle carriere dei magistrati pur essendo questo un tema di riforma a lui assai caro.
Bisogna aver conosciuto la storia della destra italiana del Novecento per comprendere quanto sia stato sbagliato, autolesivo, insistere sul carattere progressista della riforma costituzionale approvata, accostandola alla figura (degnissima) di Giuliano Vassalli, insigne giurista, socialista e con un passato da partigiano, e anche dire che la riforma licenziata dal Parlamento a maggioranza di centrodestra sarebbe stata l’ultimo candelotto di dinamite da far brillare per abbattere il residuo pilastro che per decenni, dopo la caduta del fascismo, aveva retto l’impalcatura del paradigma giudiziario edificata proprio dal fascismo, per fare scattare i campanelli d’allarme in una fetta non irrilevante dell’elettorato della destra. Intendiamoci, il problema non è stato e non è la nostalgia per il fascismo. Sarebbe una bestialità sostenerlo. Piuttosto, si tratta di un’adesione di natura antropologica, prepolitica all’idea hegeliana dello Stato che, in Italia, lungo tutto il Novecento fino ai giorni nostri, ha trovato rappresentazione e riscontro nell’idea gentiliana – nel senso di Giovanni Gentile – dello Stato etico, nel quale inevitabilmente accusa e difesa all’interno di un processo penale non potranno mai essere messe sullo stesso piano rispetto a un giudice terzo, per la semplice ragione che, agli occhi dei sostenitori della primazia statuale, la pubblica accusa rappresenta e incarna fisicamente l’autorità dello Stato mentre la difesa sta con il cittadino, e Stato e cittadino, in una visione ideologica storicamente appartenuta alla destra, non saranno mai abbastanza uguali da poter essere collocati sul medesimo piano all’interno d un’aula di giustizia.
Sempre per quella porzione della destra “gentiliana” – che è stata l’anima maggioritaria dal vecchio Movimento sociale italiano, ma che si è fatta sentire anche in Alleanza nazionale, fino a svolgere una funzione di contenimento delle fughe in avanti del suo arrembante leader (Gianfranco Fini) – l’idea del processo in stile anglosassone è stata percepita come un esotismo importato dall’anglosfera; in quella destra, il fascino garantista di Perry Mason non ha mai fatto breccia. Il Governo Meloni ha commesso un drammatico errore di sottovalutazione della sua constituency elettorale. Se ne avesse parlato prima con qualcuno; se avesse interrogato, ad esempio, un Marcello Veneziani che ha scritto con cognizione di causa un poderoso saggio sulla Rivoluzione conservatrice in Italia, non sarebbe caduto nella trappola di trovarsi non qualche sparuta decina ma un’intera divisione corazzata di franchi tiratori che si sono recati alle urne per impallinare la riforma della giustizia varata nel nome di Giuliano Vassalli, il progressista.
Le analisi sui flussi dei voti per il No rispetto agli orientamenti partitici concordano: l’elettorato di centrodestra ha votato per il Sì al 78 per cento mentre il 22 per cento ha dissentito, votando No per l’11 per cento e astenendosi dal voto per il restante 11 per cento (fonte: Il Sole 24 ore). Non occorre essere geni della matematica per intuire che l’11 per cento dei voti espressi in dissenso rispetto all’indicazione data dal centrodestra al proprio elettorato, su un universo di votanti di circa 27 milioni di aventi diritto, corrisponde grosso modo allo scarto di preferenze che vi è stato tra il No e il Sì. Sia chiaro: non è questa l’unica chiave di spiegazione del fallimento clamoroso del progetto di riforma voluto dal Governo Meloni. Bisognerà parlare del gap geografico che vi è stato tra il voto del Nord e quello del Sud; quello generazionale dei giovani che sono andati alle urne imbottiti di un bizzarro “patriottismo costituzionale”, inculcatogli dalle menzognere ricostruzioni dei media organici alla sinistra che hanno battuto fino allo sfinimento il tasto del rischio di torsione autoritaria nel caso di vittoria del Sì; della pressione esercitata dalla corporazione della magistratura su alcuni gangli scarsamente visibili della società civile; dell’incidenza sul voto referendario del giudizio dell’opinione pubblica in merito al comportamento del governo italiano rispetto alla crisi che sta riconfigurando l’ordine mondiale.
E, perché no, bisognerà ridiscutere della qualità del rapporto tra Giorgia Meloni e l’attuale inquilino della Casa Bianca, “Cavallo pazzo” Donald Trump. E lo faremo, perché tutte le ragioni di questa sconfitta dovranno essere scandagliate in profondità se si vuole che una battuta d’arresto, ancorché prevedibile, non si trasformi in un affossamento definitivo dell’esperienza della destra alla guida della nazione. Ora, però, sono i giorni non del Risiko ma del “rosico”; del “pani câ mèusa” palermitano dove, ahinoi, la milza affettata è la nostra. Brucia troppo, ancor più a vedere che chi ha vinto lo ha fatto brandendo abusivamente e senza alcun pudico ritegno la bandiera della conservazione tetragona e impenetrabile a ogni forma di seppur minimo cambiamento dello status quo. Ci vorrà del tempo, ma passerà. In fondo, siamo pur sempre figli putativi degli allegri naufraghi ungarettiani, quelli che “E subito riprende/ il viaggio/ come/ dopo il naufragio/ un superstite/ lupo di mare”.
di Cristofaro Sola