Una prova di maturità civile

venerdì 20 marzo 2026


Io al Referendum sulla giustizia del prossimo 22/23 marzo voterei Sì anche se la riforma portasse la firma di Satana in persona. Non perché abbia qualche simpatia per Satana, ma perché ho fatto lo sforzo per taluni sovrumano (evidentemente) di andare a vedere in cosa materialmente consistesse l’orripilante attentato alla Costituzione più bella del mondo (già modificata senza troppi infarti una ventina di volte), messo in atto dall’orrifico governo di destra. E il risultato è che niente, anche oggi la dittatura la mettiamo su domani.

Questa non è una riforma voluta e inventata di sana pianta dall’attuale governo; non è una novità inaudita; non è qualcosa di estraneo agli ordinamenti giudiziari degli altri paesi democratici del mondo (anzi). Questo è solo l’ultimo (in ordine di tempo ma anche di possibilità di successo) tentativo che l’esecutivo di turno fa per portare a termine una riforma inseguita per decenni da governi di destra e di sinistra, non solo come risposta alla storia giudiziaria di questo Paese, ma anche per la necessità storica di superare un impianto organizzativo che nel tempo ha mostrato tutti i suoi limiti e le sue deviazioni.

Su questa riforma sono state dette e scritte enormità tali che se il No dovesse prevalere sarà soprattutto per l’impatto emotivo di un allarmismo bugiardo che non si è risparmiato dall’evocare l’Apocalisse; ma sarà anche per la portata ideologica della narrazione che vuole avallare: i buoni e i giusti da una parte, i criminali e gli aspiranti dittatori dall’altra. L’assolutizzazione del bene e del male è la metastasi moderna del vecchio cancro della propaganda: va bene per tutto. Cambia l’argomento, non il vessillo da sbandierare e gli adepti da arruolare. Abbassarsi a un simile livello non si può, e non si deve; provare a capire, invece, è doveroso e necessario.

L’unificazione delle carriere di giudici e procuratori, in Italia, è un portato del dominio napoleonico, accettato e assorbito dall’ordinamento dello Stato dopo l’unificazione del Paese, e allo stesso modo integrato dal regime fascista alla riforma del Codice di procedura penale, e a molte altre riforme in materia economica, sociale, sanitaria e culturale ancora oggi, in tutto o in parte, in vigore. Quando si pose il problema di dare un assetto istituzionale democratico all’Italia del dopoguerra, i Padri costituenti sapevano bene che l’ambita Repubblica nasceva con un vulnus al quale non era in quel momento possibile sottrarsi: l’unico apparato statale che l’Italia unita avesse realmente conosciuto e testato ˗ da nord a sud ˗ era stato quello fascista. Per questo le neonate istituzioni democratiche, pur rifiutando in toto l’esperienza autoritaria e liberticida del Ventennio, assimilarono in certa parte l’assetto organizzativo del precedente ordinamento, e assorbirono un numero non indifferente di burocrati e dirigenti statali compromessi con l’era mussoliniana.

Per questo, e non solo per questo, la nostra Costituzione è da considerarsi intoccabile solo nella prima parte, laddove enuncia i principi e i valori su cui affonda le radici il nuovo Stato, mentre nella parte attuativa determinate questioni (come l’istituzione e l’organizzazione delle Regioni) furono da subito volutamente rimandate a interventi successivi. Se dunque l’indipendenza e l’autonomia della magistratura sono valori fondativi della Carta, la separazione delle carriere è rimasto un nodo su cui non si riuscì a trovare un compromesso, preferendo lasciare che si potesse sciogliere a tempo debito, ma quel tempo è arrivato da un pezzo; sono i fatti ad esigerlo, non le teorie.

Che il fascismo si sia trovato a suo agio con l’unificazione delle carriere è del tutto logico, perché questa, lungi dal garantire maggiore autonomia della magistratura dalla politica, indebolisce di fatto la posizione della difesa, favorendo un impianto processuale di tipo inquisitorio. I Padri costituenti corsero ai ripari imponendo la parità tra accusa e difesa, ma questa, nella realtà, ancora oggi, è affidata alla coscienza e alla scrupolosità del singolo magistrato, e i magistrati, al pari di qualsiasi altro essere umano, sbagliano; in buona fede, si presuppone, ma anche no.

Perché nel momento in cui giudici e procuratori condividono lo stesso ambiente, la stessa formazione, magari la stessa corrente ˗ consapevoli di potersi trovare prima o poi a decidere dell’avanzamento di carriera dell’altro ˗ perché mai non dovrebbero appoggiarsi e fidarsi reciprocamente durante un processo?

Se il Consiglio superiore della magistratura ˗ che è un organo squisitamente burocratico, pensato e voluto esclusivamente per determinare carriere, promozioni e azioni disciplinari ˗ si comporta come un piccolo Parlamento le cui correnti, al pari dei partiti, si spartiscono le nomine e si scambiano favori, come si fa a salvaguardare l’indipendenza dei procuratori e la terzietà del giudice?

E se l’organo di rappresentanza sindacale dei magistrati, l’Anm, è anch’esso diviso in correnti a loro volta palesemente riconducibili a determinate aree politiche, come si fa ad evitare la pressione e l’interferenza della politica nazionale sulla magistratura?

Ma soprattutto, se a decidere sulla correttezza delle indagini e dei giudizi di procuratori e giudici, sono gli stessi procuratori e giudici che hanno deciso delle rispettive carriere, come è possibile garantire sanzioni adeguate per gli errori processuali e giudiziari? Che in Italia abbondano, sia chiaro. Tre ingiuste detenzioni al giorno, circa.

È irrazionale negare che sia il “sistema” ad aver fallito, e così è stato chiamato, non a caso, da uno dei protagonisti che lo ha poi denunciato; una denuncia caduta, incredibilmente, nell’oblio. La verità è che ci siamo assuefatti all’idea che la magistratura non sia il terzo potere dello Stato, ma il suo cane da guardia, e che i magistrati abbiano il diritto se non il dovere di intervenire nella formulazione delle leggi; ci siamo abituati a percepire il potere giudiziario ˗ il cui mandato costituzionale è quello di applicare le leggi emanate dal Parlamento democraticamente eletto, e nessun altro ˗ come un organo non solo autonomo e indipendente, ma al di sopra degli altri poteri costituzionalmente previsti. Talmente al di sopra da essere l’unico che esercita il suo potere senza temere conseguenza alcuna.

Al magistrato, diversamente che al medico o qualsiasi altro professionista, è concesso sbagliare senza doversi assumere vere responsabilità, perché qualunque cittadino e/o professionista sarà giudicato da un magistrato, mentre un magistrato sarà giudicato esclusivamente da un altro magistrato di cui, probabilmente, ha avallato la nomina e la carriera. Sono queste le storture cui la riforma e il Referendum confermativo cercano per l’ennesima volta, e in grandissimo ritardo, di porre rimedio. Basta leggere le modifiche agli articoli coinvolti per capire che i principi costituzionali della indipendenza e autonomia della magistratura non sono minimamente scalfiti; ciò che viene spezzato, semmai, con la separazione delle carriere (non delle funzioni, che è cosa del tutto diversa e già in vigore), lo sdoppiamento del Csm, la creazione di un’Alta Corte Disciplinare e la pratica del sorteggio, è il cortocircuito dello strapotere delle correnti e della interdipendenza di procuratori e giudici per l’avanzamento di carriera.

Questo è il merito della riforma, e questo solo dovrebbe interessare. A guadagnarci è il diritto dei cittadini ad una giustizia meno esposta a ricatti e favoritismi, e inevitabilmente più attenta a ciò che fa. È giusto che anche procuratori e giudici siano soggetti ad un giudizio di merito sul loro operato, da parte di colleghi e professionisti altrettanto qualificati. Perché dietro ogni errore, ogni trascuratezza, ogni rimando, ogni dimenticanza, ogni disattenzione, ci sono delle vite. Vite vere; persone reali.

Qualcuno, di malagiustizia, è morto; qualcuno è rimasto in carcere da innocente per trent’anni, e qualcun altro è stato “dimenticato” dentro per sei o sette mesi. Vittime collaterali di una guerra che non c’è, ma che segna per sempre. Di questo si tratta. Di rendere migliore il sistema giudiziario nel suo complesso, senza pretendere che la riforma annulli del tutto la possibilità di errori e storture. Tanti magistrati lo sanno e hanno deciso di sfidare conformismo e privilegi, altri invece sono determinati a continuare ad esercitare un potere che ha esondato i confini costituzionali.

È una prova di maturità civile quella che siamo chiamati ad affrontare, e non possiamo fallire. Non avremo un’altra possibilità.


di Valentina Meliadò